Recensione “LA FIAMMA AZZURRA” di Daniele Viaroli a cura di Sara Canini

sinossi

Esiste un luogo, al di là del tempo e dello spazio, dove tutti i mondi si sfiorano e un uomo può scivolare oltre il sottile velo che divide una dimensione da un’altra.

È proprio in quel luogo che Jake, un liceale come tanti, viene trascinato da un misterioso viandante che, ferito, bussa alla porta di casa sua.

E’ l’inizio di un’incredibile avventura in un universo popolato da robot filosofi, folletti privi di senno, scienziati codardi, navi volanti e dolci animali dai poteri straordinari.

La battaglia per proteggere il multiverso dall’oblio ha inizio.

recensione

Immaginate di trovarvi nel bel mezzo di Roma. Non tutti hanno avuto la fortuna di vedere la capitale e solo in pochi l’hanno vissuta abbastanza da comprendere il disagio di certe situazioni. È difficile spiegare a un forestiero quanto sia caotico e destabilizzante sostare in un punto che non è un vero incrocio, ma che allo stesso tempo collega quattro o cinque zone super trafficate.

Ecco, siete all’incrocio con la prima marcia inserita, pronti a partire. Allo stesso tempo, immaginate di essere scudati da una bolla trasparente che vi avvolge e vi protegge: una specie di cerchio magico delimitato dal sale, che tutto può e tutto purifica.

Benvenuti a Crocevia.

No, non siamo su autostrade.it e nemmeno su un sito dedicato alla wicca.

Parliamo di un dettaglio che si rivela una delle trovate più originali contenute nelle nuove proposte editoriali di quest’anno. Il libro in questione è “La fiamma azzurra”, edito da Dark Zone Edizioni, e firmato dall’esordiente Daniele Viaroli.

Uno scritto godibile, che spesso strizza l’occhio alla cultura pop e che, tra riferimenti e qualche citazione nemmeno tanto velata, riesce ad accalappiare sia l’attenzione del lettore più giovane e open mind, che quella di che ha abbastanza cerchi nel proprio fusto da sapere chi sia Clint Eastwood (perché no, non è così scontato che i giovani d’oggi lo conoscano). Ciò è possibile anche grazie allo stile brillante che avvicina soprattutto i periodi narrativo-descrittivi alla piacevolezza del parlato informale. Sembra che l’autore si rivolga in modo confidenziale a chiunque lo stia ascoltando e questo trattamento, questa familiarità con cui vi si rivolge, non fa altro che favorire una discesa dolce nella storia stessa. Tale confidenza permette al testo di procedere in maniera fluida, senza particolari intoppi, con forse qualche spiegazione di troppo nelle pagine iniziali, ma questa è l’altra faccia della medaglia del fantasy: bisogna calarsi in dimensioni totalmente differenti dalla realtà, con regole completamente nuove, quindi l’introduzione di qualsiasi libro fantasy è sempre –per forza di cose- ricca di descrizioni particolarmente scrupolose.

Seppur a tono, restando comunque fedele al proprio ruolo di burattinaio, l’autore aumenta la sensazione di inclusione in una storia che, almeno all’inizio, lascia un po’ disorientati. Il motivo? Il lettore si ritrova nel bel mezzo di una scena d’azione che –se si leggesse la storia al contrario- avrebbe il sapore di scontro epico tra personalità imponenti.

Parallelamente, viene presentata anche l’ambientazione e i personaggi principali. La prima vede nella città/regno di Crocevia un vero e proprio punto di riferimento, sia narrativo che stilistico: infatti, si tratta di una stazione comunitaria tramite cui ogni dimensione entra in contatto con le altre; una sorta di Svizzera immaginaria che fa da base d’interscambio tra le varie realtà del Multiverso. Inoltre, per importanza, simbologia e maestosità, ricorda vagamente la famigerata torre della serie “La Torre Nera” di Stephen King.

Per quanto riguarda i personaggi, che rappresentano il vero punto di forza de “La fiamma azzurra”, la caratterizzazione fantasiosa è ciò che sorprende di più. Al di là degli archetipi narrativi classici, che spesso nel fantasy sono così marcati da apparire quasi stucchevoli, in questo scritto i ruoli vengono del tutto coperti da personalità così piacevolmente folli e imprevedibili da risultare adorabili. Spesso ci imbattiamo in eroi, spalle e guide che ricordano i soliti Potter e Gandalf, mentre qui abbiamo così tante particolarità da dimenticare la figura del mentore fotocopia di Silente.

Il protagonista, il sedicenne Jake, è decisamente meno incantato e sprovveduto di Harry Potter e questo lo rende più simile all’intraprendente Percy Jackson di Rick Riordan (non a caso, un autore americano). Come quest’ultimo, Jake si sveste dei panni un po’ kitch full british che allontanano ormai Potter dagli adolescenti che imbracciano libri fantasy. Che il maghetto della Rowling sia un po’ fuori moda? Assolutamente sì, perché l’informalità e la naturalezza di Jake somigliano moltissimo alla routine di un ragazzo comune, che si ritrova la vita sconvolta da un soggetto che tutto sembra meno che una guida.

E qui si arriva al personaggio di Skald, uno dei migliori – se non il migliore in assoluto- un po’ pirata e un po’ bandito, che non appare come mentore illuminato e infallibile, bensì come povero disgraziato che si presenta al lettore quasi in fin di vita. Tutto ciò svecchia l’idea di guida onnipresente e onnisciente che probabilmente ha fatto il suo tempo e che rende l’autore mai nostalgico di un passato letterario che può ispirare, ma che di più ormai non fa. Ecco l’originalità de “La fiamma azzurra”: la capacità di andare oltre gli archetipi, producendo una storia a sé stante e non l’ennesimo remake che scimmiotta un classico.

A margine, troviamo un ampio stuolo di personaggi ed elementi fantastici che si intervallano nella vicenda (o che la strutturano), che interagiscono in maniera del tutto naturale, senza alcuna forzatura.

I numerosi spunti di riflessione suggeriti dall’autore mostrano che nel testo vi è molta più profondità intellettuale di quella che si pensi, ma la verità è che tale spessore si percepisce già nel momento in cui si descrive l’Oblio: arma di distruzione che ha il potere di inghiottire il Multiverso e che, sfortunatamente, è sistemata nelle mani di colui che non rifugge il Nulla. A tal proposito, il personaggio dichiara di non aver paura del niente che avvolgerebbe il tutto, perché “io voglio solo svanire”. Dichiarazione violenta quanto quieta; intensa perché fa sprofondare il lettore nel malessere cosmico di chi vive la depressione e che, per questa, vuole solo scomparire. Una frase che va oltre qualsiasi minaccia fatta dal villain di turno, perché con sole quattro parole mostra quanta poca smania di potere abbia e quanto poco interesse ci sia nei confronti del proseguo stesso anche della propria vita. Chi legge è consapevole di essere vittima non di un tiranno, bensì di un disperato… e a volte, i disperati sanno essere più crudeli dei cattivi stessi.

Lettura consigliata a qualsiasi tipo di pubblico, ma indirizzata a chi può e vuole fare questo genere di riflessioni.

Recensione “LA GUARDIANA DEI DRAGHI – Il cristallo di Lunus” di Veronica Garreffa a cura di Sara Canini

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Hope Edison ha diciassette anni. Sa di essere stata adottata ma è ignara delle sue vere origini. La vita sulla Terra le ha insegnato a stare alla larga dai prepotenti che la prendono sempre di mira, ma l’ha tenuta del tutto lontana dalla guerriera forte e saggia che avrebbe dovuto essere. D’un tratto cominciano ad accadere cose strane, finché la verità non viene svelata. Tutto quello che viene raccontato alla ragazza non fa altro che urtare il suo carattere fragile e demolire le sue poche certezze. Tuttavia gli episodi seguenti le fanno capire che, per la prima volta, deve assumersi le sue responsabilità, così decide di gettarsi in quello che, in un primo momento, le sembra solo una follia. Con il tempo Hope capirà che, quando ci si trova di fronte alle difficoltà, non bisogna scappare ma combattere.

Una storia, in bilico tra mondi reali e mondi fantastici, costruita intorno all’idea che, per raggiungere la pace, non debba esserci uno scontro tra Bene e Male ma che si debba stabilire l’Equilibrio tra di essi. Un’avventura fantasy che vuole essere anche la metafora del percorso interiore per trovare se stessi. Ogni personaggio ha il suo passato e dovrà compiere un viaggio fisico, ma soprattutto psicologico, prima di poter combattere il nemico.

recensione

Uno degli aspetti che il lettore non conoscerà mai del libro che tiene tra le mani, ma per ovvi motivi, è la strada che questo ha percorso. L’evoluzione. Come una farfalla che, prima di diventare tale, è stata crisalide, larva e uovo, molti dei racconti che approdano sullo scaffale ultimamente hanno una doppia storia da raccontare: la loro e quella di chi l’ha scritta.

Non che gli altri ne siano sprovvisti, anche perché ognuno di loro butta sangue e sudore sulle proprie opere e addirittura, alcuni arrivano ad innamorarsene così tanto da non coglierne i limiti; ma delle altre (storie) hanno un’energia più vecchia impressa sulle pagine. Prendete il mobile sbeccato della nonna: guardandolo con attenzione ricorderete la volta in cui lo spigolo vi fece rimediare sette punti e un lecca – lecca al pronto soccorso. Ora, guardate la vostra libreria Ikea: suggerisce niente? Appunto.

Alcuni libri hanno vissuto molte più vite di quelle di cui raccontano e uno dei casi più eclatanti del momento, restando in zona esordienti, è di sicuro “La guardiana dei draghi – Il cristallo di Lunus” di Veronica Gareffa, edito da Dark Zone Edizioni.

Si parla di un libro che ha già portato a termine il primo ciclo di vita sotto altri stemmi e che oggi, in occasione del Lucca Comics 2019, viene ri-lanciato dalla sua nuova casa editrice.

Nota a margine: l’editore in questione manda un messaggio assai coraggioso alle altre CE parigrado (ma non solo), ossia, la volontà di spogliarsi del pregiudizio indirizzato a quei manoscritti ritenuti ormai bruciati. “Causa” il self publishing, Wattpad o terze parti, molti editori tendono a snobbare prodotti che sono stati già sul mercato e che, trovandoci in una realtà medio-piccola, hanno parzialmente esaurito la loro forza di vendita. La verità, invece, è che il pregiudizio è un difetto che non ci si può permette in questo ambiente, pena lo scarto di tante storie e di autori che, se supportati, possono regalare non poche emozioni.

Con “Il cristallo di Lunus” parliamo del primo volume di una saga fantasy con qualche strizzata d’occhio alla fantascienza. Infatti, sebbene molto dell’ambientazione e delle componenti ricordino gli elementi dei fantasy più classici, ma con quel tocco di modernità che solleva il testo dalla solita pesantezza, sfumature più o meno impattanti sulla trama sono proprie della letteratura di fantascienza. La figura e l’importanza che viene data al drago, simbolo di genere per eccellenza, sembra scontrarsi frontalmente con i viaggi interplanetari, che invece ricordano tutt’altro tipo di libri. Il punto è che l’autrice, giovanissima per altro (e questo tornerà utile più avanti), imbastisce in maniera semplice uno scenario che attinge a destra e manca e che resta in piedi fino alla fine. Sarà la familiarità, saranno i richiami all’una o all’altra metà della mela del fantastico, ma l’impalcatura su cui regge la trama appare credibile.

Rispetto ai giorni passati, l’autrice ha dato prova di aver lavorato duramente su un testo che agli albori appariva acerbo, sia dal punto di vista dello stile che della concezione e della struttura della trama. Oggi, grazie al supporto e alla supervisione dell’editore, il primo è stato uniformato a uno standard che ha facilitato e faciliterà la crescita della scrittrice; mentre, l’intervento sul secondo ha permesso di far emergere la godibilità di uno scritto concepito da e per i giovani. Infatti, “Il cristallo di Lunus” ha una scenografia, una caratterizzazione dei personaggi, uno sviluppo di trama assai semplice, che poco ha a che vedere con i fantasy contorti e iper-strutturati che intrecciano le sinapsi e che allontanano i giovani dalla lettura. Il testo vede il tutto ridursi alla presenza del Bene e del Male, intesi proprio come protagonisti della vicenda e visti come estremi supremi opposti ed essenza unica di qualsiasi azione e reazione. Questa scissione netta, e anche un po’ utopistica, richiama la psicologia adolescenziale o quella subito seguente, in cui tutto è bianco e nero, bello o brutto, amore od odio. Forse è questa l’unica pecca dello scritto, ossia una concezione un po’ troppo rigida che allontana il lettore più maturo, il quale conosce più sfumature a causa dell’esperienza, e che allo stesso tempo avvicina (anzi, attrae) il lettore più giovane. Proprio quest’ultimo, che spesso si nega alle lunghe sessioni di lettura e che invece, qui, potrebbe decidere spontaneamente di passarci le ore.

A specchio, questa sorta di leggerezza si riflette nei personaggi e nella loro caratterizzazione, dai quali però si solleva Zen: personaggio – guida imperturbabile, complesso, con più sfumature, umano quanto basta e quindi impelagato nelle proprie difficoltà e pensieri.

La trama risulta davvero piacevole, perché il concetto di Equilibrio non viene affrontato, ma trattato come fosse effettivamente un’entità viva e ben presente. È proprio questo a rappresentare le responsabilità che gravano sulle (piccole) spalle della protagonista, Hope. Il concetto di Equilibrio tra Bene Supremo e Male Supremo non fa altro che rinnovare la divisione di cui sopra e questo suggerisce quanto ci si trovi di fronte a un testo fortemente indirizzato (o comunque, adatto) a un pubblico adolescente.

Inoltre, la presenza del drago, inteso come custode del prezioso bene che è l’Equilibrio, non fa altro che fornire un’immagine diversa e piacevole dell’animale stesso: a differenza di Martin e dei tre figli di Khaleesi, protettori ma sempre assai feroci, qui il drago assume le sembianze del tempio al quale affidare il bene più prezioso.

In conclusione, “La guardiana dei draghi – Il cristallo di Lunus” è materialmente il primo mattone di una costruzione più alta e imponente, ma scivola via in maniera fluida senza pesare sulle spalle del lettore. Se giovane, meglio. Se maturo, di sicuro d’esperienza nel riconoscere pagine e pagine di sangue e sudore che ora, grazie a un editore coraggioso e a un’autrice instancabile, hanno trovato una (seconda) nuova luce: probabilmente, quella che meritavano.

Segnalazione evento benefico: “Noi donne siamo fatte cosi”

NOI DONNE…SIAMO FATTE COSI

Un pomeriggio di musica, poesia, letture e arte per parlare di prevenzione al femminile.

 

Quando parliamo di tumori femminili l’arma più potente che abbiamo a disposizione è la prevenzione.

Fare prevenzione è l’impegno che ogni donna deve prendere con sé stessa, per questo dobbiamo parlarne, evitando i timori e il senso di vergogna che spesso coinvolge le donne che stanno combattendo contro questo male.

Daniela Tresconi insieme a Sabrina Brozzo e a Gianna Legato hanno organizzato un evento interamente dedicato al mondo delle donne e alla prevenzione, che si svolgerà  venerdi 15 novembre alle ore 17 presso la Sala Consigliare del Comune di Sesta Godano (Sp).

Musica e lettura come mezzi per raccontare storie di donne forti, che sono cadute e che hanno saputo risollevarsi!

Durante l’evento verranno raccolti fondi da devolvere alla sezione spezzina della Lega Tumori – LILT La Spezia , che  sarà presente alla manifestazione con il materiale informativo e i gadget per tutte le donne presenti.

Sogni di carta e altre storie, con il suo staff tutto al femminile ha scelto di supportare questa splendida iniziativa e invitare tutti voi a prenderne parte.

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Recensione Anteprima “WATERGRACE” di Hendrik R.Rose a cura di Sara Canini

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In un futuro medievale due popoli diversi sono divisi dalla guerra e dall’odio. Gli ardesiani di Ardesia sono carnivori e fedeli agli dei, i rosensin di Rosemund vegetariani, atei e fumatori d’erba, solo la strabiliante attitudine al combattimento, arte appresa sin da bambini, li accomuna e li unisce.

Più volte, in segreto, tra i boschi ai confini dei due regni, le amazzoni di Rosemund invitano i vigorosi cavalieri di Ardesia a misurarsi in dispute fondate sullo sprezzo del pericolo e sulla tacita attrazione.

Pur dando prova della loro prestanza fisica e del loro coraggio, nei rosensin rimane solo un limite, la «watergrace», un incanto ancestrale che li rende incapaci di nuotare e che condanna alla morte chiunque abbia l’ardire di sfidare l’acqua. Una maledizione che Sophie, principessa di Rosemund ed Evan, cadetto di Ardesia, saranno costretti ad affrontare per sfuggire a una presenza ostile che dopo una lunga assenza tornerà per condurre ogni cosa nel caos. Un crepuscolo scenderà cupo sulla ragione e sulla pace trascinando Evan e Sophie, i due amanti, in un abisso da cui dovranno salvarsi da soli.

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In apparenza, il binomio Dark Zone Edizioni – letteratura romance può sembrare insolito ai più, perché la prima è specializzata in fantasy (in tutte le sue molteplici sfaccettature) e la seconda è ormai ben consolidata nel mercato self.

In verità, certi titoli meritano attenzioni particolari e non perché alcuni siano più meritevoli di altri: più semplicemente, un buon editore può tirar fuori dei punti di forza che il mercato non sa trovare in uno scritto. Nello specifico, quando il genere madre incontra delle nuance particolari, la natura di un testo vira verso la creazione di un ibrido che difficilmente riesce ad essere preso sul serio e ad affermarsi in un mercato più ampio delle vetrine Amazon e affini. Mentre alcuni lettori restano fedeli agli schemi che vedono i generi letterari delimitati in maniera netta, una fetta di pubblico sempre più importante diventa fluida e cerca nei testi il dettaglio capace di accalappiare la sua attenzione. Insomma, niente più fedeltà al genere, bensì al contenuto.

Sono queste le basi su cui è nato ed evoluto il genere romance. Costola della letteratura rosa, ha saputo tirare a sé un pubblico ormai annoiato dalle ripetitive vicissitudini amorose della Mary Sue di turno e incrociandosi con altri generi letterari, ha partorito poi degli ibridi apprezzatissimi. Pensiamo all’opera di Stephanie Meyer, Twilight, che non nasce con lo scopo di imporsi nel circuito della letteratura horror mondiale (ciò che in molti fanno difficoltà a capire), ma che invece rivendica a gran voce la propria appartenenza all’ibrido genere dei paranormal romance.

È il caso di “Watergrace” di Hendrik R. Rose, titolo Dark Zone Edizioni, in uscita in questi giorni.

Parliamo di un testo visibilmente più corposo di altri titoli dello stesso genere e difficilmente piazzabile nel mercato libero dei self. Il motivo? Watergrace è più complesso di altri romance, maggiormente articolato, ben strutturato, caratterizzato il giusto e approfondito dal punto di vista emotivo. Più maturo e meno scarno, per essere precisi.

Innanzitutto, l’autrice offre un racconto scorrevole, a tratti davvero piacevole, perché contornato da descrizioni differenti dall’addominale in bella mostra o dal labbro morso per passione repressa. Parliamo di scenari suggestivi, ambientazioni ben chiare nella fantasia di una scrittrice che ha saputo metterli su carta in maniera fine, gentile, importante ma mai pesante. Ciò denota un pensiero più sottile e articolato del semplice segmento che lega A e B, il quale fa spesso storcere la bocca ai lettori di altri generi.

L’esempio principe è rappresentato dalla definizione vera e propria di watergrace, ossia l’incapacità di nuotare di ogni Rosensin. Intorno a quello che è di fatto un limite, mentre per alcuni sembra quasi leggenda, ruota la vicenda che avvicina due culture molto diverse e in lotta tra loro: da un lato ci sono i Rosesin di Rosemund e dall’altra gli Ardesiani di Artesia.

Tra le pagine si trova una contrapposizione che ricorda l’intolleranza tra Montecchi e Capuleti e infatti, proprio come in “Romeo e Giulietta”, il genere di interazioni e i meccanismi narrativi sono fin da subito molto chiari. Proprio perché già noti, ci si stupisce di quanto velocemente scorrano le pagine, ma non è solo lo stile poetico e contemporaneo, i personaggi forti ma allo stesso tempo umani, la vicenda dura e piacevole a fare perno sul naturale apprezzamento del bello che tutti noi abbiamo.

L’autrice va oltre Romeo e Giulietta e articola una storia che sembra più volte correre in mille direzioni, che alla fine si ricongiungono e abbracciano un finale totalmente inaspettato.

La caratterizzazione dei personaggi si allunga in più pagine e racconta di Sophie, Evan, Brent e tanti altri come fossero protagonisti di un film: con la stessa poesia de “Sogno di una notte di mezza estate”, lo spettatore/ lettore segue l’onda emotiva di ogni protagonista ed entra nell’intimità di ognuno come fosse una qualsiasi stanza del medesimo castello. Ottima la capacità di far comprendere ciò che il personaggio sta provando e questo va al di là delle parole usate, concentrandosi su gesti, frasi, silenzi che non passano inosservati a un lettore attento.

Ciò che sorprende di Watergrace, e che lo differenzia dalle altre proposte romance del momento, è la pienezza di uno scritto che non sembra nato solamente per raccontare l’avvicinamento tra due mondi: Watergrace è pensato, scritto e proposto come un racconto completo a cui non manca nulla e il genere, paranormal romance, serve solo per etichettare il tomo sullo scaffale.

Si tratta di un viaggio su sfondo rosa, piacevole e allo stesso tempo impegnativo; perché romantico può essere di qualità, se fatto con qualità come in questo caso.

Le interviste di Sogni di Carta – Giovanni Magistrelli

“L’universo non avrà mai fine, perché proprio quando sembra che l’oscurità abbia distrutto ogni cosa, e appare davvero trascendente, i nuovi semi della luce rinascono dall’abisso.”

.(Philip Dick, “La svastica sul sole”)

 

I miei primi passi nel blog  “Sogni di carta” sono stati scanditi dalle recensioni a due dei suoi libri. Ricordo di aver pensato, leggendo, che a volte l’autore, dietro a una storia, può trasformare un libro in un’occasione di riflessione riguardo questioni più che mai attuali, uno specchio dove si riflette una porzione di realtà.
Ho avuto il piacere di poterlo conoscere di persona e oggi è ospite del salotto di “Sogni di Carta e altre storie…”

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D: Benvenuto, Giovanni Magistrelli!
Partiamo con la prima domanda, quella di rito: chi è Giovanni Magistrelli nella vita quotidiana?

R:Un marito e un padre, originario di Busto Arsizio, ex manager e ora scrittore a tempo pieno.

D:Quando hai iniziato a scrivere e come hai scoperto questa tua inclinazione?

R: I miei ricordi mi portano agli anni delle elementari, quando leggevo Verne, Salgari e libri di fantascienza. Allora scrivevo brevi storie scopiazzando i libri che leggevo. Poi ho avuto la fase poetica, durante il liceo, quando scrivevo poesie ermetiche. Infine, dopo il servizio militare ho iniziato a scrivere seriamente racconti di vario genere, ma influenzati a livello di atmosfera e di tematiche soprattutto da King e Poe.

D:Quindi, se pur in periodi diversi della tua vita, hai sperimentato vari generi letterari per esprimerti. In questo momento hai all’attivo alcuni romanzi pubblicati. Passare dalla dimensione del racconto a quella del libro è stato un passaggio naturale o una scelta?

R: Da un lato naturale, dall’altro forzato. Scrivere un racconto mi viene naturale, ma so anche che il mercato dei racconti è inesistente se non ti chiami Stephen King. Inoltre alcune mie idee meritavano di essere sviluppate in maniera più ampia che per una decina di pagine. Quindi mi sono sforzato di passare al romanzo. Decisione impegnativa ma senza dubbio più soddisfacente. Oggi ogni tanto (una o due volte all’anno) scrivo un racconto, anche se non so che fine farà a livello editoriale.

D:Hai potuto viaggiare molto nella tua vita e immagino che tu ti sia confrontato con abitudini e culture differenti dalle nostre. Quanto ha inciso nella tua scrittura questo bagaglio di esperienze?

R:Di certo ha influito a livello di ambientazioni. Quando ambiento una storia all’estero, è perché io in quei luoghi (come in IL TEMPO DEGLI DEI o nel nuovo L’UNIONE NEL MIRINO) ci sono stato, e non perché fa figo ambientare una storia a NYC. Inoltre dopo più di 30 anni passati a viaggiare all’estero (anche 26/30 settimane ogni anno), impari le abitudini e la mentalità di diversi popoli (nel mio caso, prevalentemente quelli europei e nord americani). Poi, forse, ha inciso anche sul mio modo di scrivere che non è per nulla italiano. Tutti i lettori mi dicono che sembro un americano quando scrivo e probabilmente ciò deriva anche dai miei viaggi.

D: Ad un certo punto della tua vita, hai fatto una scelta importante e coraggiosa riguardo il lavoro e la scrittura. Ti va di parlarcene?

R:La scelta è abbastanza recente e molto personale. Il mondo del lavoro è cambiato molto in questi ultimi anni, peggiorando. A questo punto mi sono chiesto se valeva ancora investire il mio tempo (che non è infinito e prima o poi partirò per il Valhalla) per persone e cose che non ne valevano più la pena. La risposta è stata no e sono così diventato imprenditore di me stesso. Può sembrare una pazzia, ma a 55 anni penso che se devo fare un vero tentativo di rendere la mia passione qualcosa di più (anche remunerativo), questo è il momento. Devo ringraziare anche mia moglie e le nostre figlie per il supporto totale in questa svolta della mia vita. Anzi, mia moglie Isabella mi ha proprio spinto in questa direzione. I prossimi 2/4 anni diranno se ho avuto ragione o no.

D:Dal punto di vista strettamente pratico, cosa consiglieresti ad un autore che avesse il desiderio di fare la tua stessa scelta?

R: Beh, per quanto non passi giorno senza che almeno una volta non mi dia del pazzo furioso, non avrei fatto questa scelta se non avessi avuto almeno qualche conferma sulle mie capacità di scrittore e sul fatto che piaccio ai lettori. L’UNIONE NEL MIRINO è il mio quinto libro pubblicato e credo che voglia dire qualcosa. È chiaro che oggi la scrittura non mi permette di sostentarmi e quindi devo far conto sul mio tesoretto per un po’, nella speranza che tra non molto la situazione possa cambiare. Attualmente sono un misto di speranza, follia, testardaggine, fiducia. Lo ripeto, è una scommessa, ma la sto vivendo a 300 km/h e mi dedico 24/7 affinché si realizzi. E’ la risposta più sincera che posso darti, anche se non so se sia esaustiva.

D: È chiarissima! Quindi ci vuole un po’ di fiducia in se stessi ma anche il fatto di non contare sulla scrittura come unica fonte di sostentamento. Aggiungo anche coraggio, visto che lasciare un lavoro sicuro per un mestiere che comunque comporta incertezze non è certo una passeggiata .

R:No, assolutamente no. Il tempo dirà se è stata una pazzia di mezza età o se entro il periodo che mi sono concesso vincerò questa scommessa. Che può essere vinta grazie anche e soprattutto all’interesse di lettori e lettrici nelle mie opere, è chiaro!

D:Passiamo ora ai tuoi libri. Ho avuto il piacere di leggere e recensire “Il tempo degli dei” e “I volti dell’apocalisse”, due storie completamente diverse ma accomunate dall’aggancio alla realtà e ad argomenti delicati quali terrorismo, politica, religione. Vorresti raccontarci la genesi di questi due libri?

R:Qualcuno mi ha detto che, al di là del piacere di leggere due romanzi con molta azione e suspense, sono libri “urticanti” perché sotto la storia lasciano intravvedere tematiche scomode. A I VOLTI DELL’APOCALISSE ho voluto dare, negli eventi in cui l’ho firmato, il sottotitolo “Giustizia”. Perché per tutto il romanzo, attraverso le gesta della protagonista, l’investigatrice Ribe Daverio, ci domandiamo in continuazione cosa è giusto, se esiste il bianco e il nero così separati tra di loro, se la giustizia (intesa come giudici e tribunali) fa davvero il bene della gente, chi sono i buoni e chi i cattivi. La risposta l’ho lasciata, chiaramente, ai lettori. La storia fu iniziata come una storia di fantascienza ambientata a Milano, ma dopo le prime 30 pagine la protagonista mi ha preso per mano e mi ha condotto altrove. Allora ho riscritto l’inizio ed è diventato un thriller con Ribe Daverio, ex ispettore di Polizia, incaricata di indagare ufficiosamente su un omicidio compiuto nell’hinterland milanese. Da lì, si ritroverà sulle tracce di un serial killer ossessionato dal Libro dll’Apocalisse dell’apostolo Giovanni e ossessionato dalla vendetta.

IL TEMPO DEGLI DEI non può essere catalogato in un genere. Chi lo ha letto lo ha definito, a seconda delle persone, fantasy, thriller storico, romanzo d’avventura, e altro. Anche questo romanzo per me ha un sottotitolo che è “Verità”. Perché nella storia si prova a immaginare (sempre divertendo i lettori) la storia del mondo (politica ma soprattutto religiosa) riscritta davanti a un fatto straordinario: le religioni monoteistiche hanno sempre mentito all’umanità in modo da controllarla. In realtà i nostri creatori sono gli dei di Asgard (Odino, Thor, Loki, ecc), che decidono che è ora di alzare il velo sulle menzogne perpetrate da queste religioni, fonti di guerre e morte. Da lì, inizia il divertimento, anche perché questi personaggi fittizi (almeno fino a prova contraria, come d’altronde i loro contraltari monoteisti) nel romanzo interagiscono con i veri personaggi storici della nostra epoca (re, papi, presidenti) su tutto il nostro pianeta. L’idea nacque quando una persona (che detestavo) mi disse che la sua religione era l’unica giusta, che lei aveva il verbo! In questo romanzo cerco di dire che nessuno ce l’ha, ma che abbiamo soltanto la fede (e la prova del nove di tutto ciò l’avremo soltanto dopo aver chiuso gli occhi per l’ultima volta).

D:A breve uscirà il tuo nuovo romanzo, “L’unione nel mirino”. In questo libro la componente politica ha un ruolo fondamentale. A tale proposito, ti chiedo se e quanto sia rischioso per un autore prendere posizione in maniera aperta riguardo alcuni temi, specialmente in questa epoca in cui gli animi si infiammano con rapidità e si rischia facilmente lo scontro.

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R: Ho urticato qualcuno con I VOLTI DELL’APOCALISSE e IL TEMPO DEGLI DEI. E di certo lo farò anche (e forse di più) con L’UNIONE NEL MIRINO. Il fatto è che, quando scrivo, mi domando cosa vorrei leggere come lettore. Quindi, per prima cosa, la storia deve prendermi, divertirmi, tenermi col fiato sospeso, senza farmi capire come andrà a finire, se non con le ultime pagine del libro. Ma non riesco a concepire un romanzo vuoto, insipido, con lo stesso gusto di un brodino fatto con il dado. Voglio gustare una bella fiorentina o una grigliata di pesce o una torta delizia (oppure tutto questo insieme). Come lettore e quindi anche quando scrivo non riesco a essere politically correct, buonista, attento a non urticare. Oltretutto nei miei romanzi (e L’UNIONE NEL MIRINO non fa eccezione) non prendo realmente una posizione. Mostro una storia al lettore, che poi può catalogarla come vuole (dopo essersi divertito a leggerla, ovviamente). Aggiungo che a L”UNIONE NEL MIRINO ho dato come sottotitolo “Libertà” e chi lo leggerà capirà perché. Dipende sempre da chi legge poi interpretare il romanzo. Se per lui sarà solo intrattenimento o se lo farà riflettere, magari aprendogli gli occhi su cose alle quali non aveva mai pensato. D’altra parte Orwell e Huxley (le cui opere sono imparentate con L’UNIONE NEL MIRINO) non scrissero per accattivarsi i potenti.

D: Torniamo a “i volti dell’apocalisse”. Come sai, io ho amato tantissimo Ribe Daverio, la protagonista. Come si plasma un personaggio? Ci si ispira a persone reali o è più semplice e utile inventarseli da nuovo?

R: I miei personaggi prendono spunto da chi vive intorno a me (a volte basta anche un breve incontro di alcuni minuti con un passante in strada). I miei migliori amici mi hanno detto che l’Odino di IL TEMPO DEGLI DEI sono io, mentre mia moglie Isabella, dopo aver letto I VOLTI DELL’APOCALISSE, mi ha chiesto i diritti d’autore affermando che Ribe Daverio è la sua trasposizione letteraria! In generale, per me, i personaggi di cui scrivo prendono sempre spunto dal mondo reale, anche solo per una battuta o una caratteristica fisica.

D:Quali sono state le letture importanti, quelle che hanno lasciato un segno in te come lettore e, magari, come scrittore?

R:Faccio una lista cronologica, a cominciare da quando lessi il primo libro, IL GIRO DEL MONDO IN 80 GIORNI, a 7 anni. Jules Verne, Emilio Salgari, Robert Ludlum, Clive Cussler, JRR Tolkien, Robert E Howard, HP Lovecraft, Edgar A Poe, Stephen King (da me quest’ultimo è considerato il più grande scrittore vivente).

D: C’è un genere che prediligi?

… e uno che invece non ami?

R: Come lettore spazio dal thriller all’horror, dal romanzo d’avventura al distopico/ucronico (ho un amore incontrollato per universi paralleli e realtà alternative), dal fantasy allo storico. Non mi metto dei limiti. Però la storia, oltre a dover esser scritta bene, deve essere il più originale possibile, avere un ritmo veloce di narrazione e tenermi con il fiato sospeso fino alla fine. Generi ai quali non riesco ad avvicinarmi (e che quando l’ho fatto mi hanno deluso)? Erotico, storie d’amore (senza un minimi di brivido), narrativa (la vita quotidiana è spesso pallosa da vivere, figuriamoci da leggere).

D:Alleggerisco un po’ il tono della nostra conversazione svelando ai nostri lettori un aspetto di te che, in quanto musicista, non posso non apprezzare -e, lo ammetto, invidiare!- : la musica e, soprattutto, i concerti! Hai pubblicato “Sconcertato”, un libro dove racconti numerosi aneddoti legati alla tua esperienza di ascoltatore e spettatore. Raccontaci qualcosa di questo aspetto della tua vita.

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R: SCONCERTATO – GUIDA ALLA SOPRAVVIVENZA FRONTE PALCO è in effetti un diario/autobiografia di 40 anni (e sto proseguendo in questa passione) passati a vedere più di 300 concerti pop/rock in giro per il mondo. Questo lato della mia vita (per chi mi conosce come scrittore di romanzi) mi trasforma da Dottor Jeckyll a Mr Hyde. Infatti le mie avventure per vedere concerti dei miei idoli musicali sono tragicomiche, a volte fantozziane, a cavallo tra l’estasi e la salita del Calvario (anche se nel libro parlo pure delle rockstar che ho conosciuto e do consigli su come sopravvivere, appunto, alle situazioni più difficili a livello fisico). I concerti sono un po’ una valvola di sfogo, iniziata a 14 anni e ancora in essere.

D: C’è un aneddoto che ti piace ricordare a riguardo? O un concerto a cui hai assistito al quale sei particolarmente legato?

R: Sono tanti, troppi, come ben sai anche tu, avendo letto il libro. Ne dico uno a caso. Nel febbraio 2009 vado ad ascoltare gli Oasis al Forum di Assago. Il giorno dopo parto per un viaggio di lavoro in Spagna tenendo il biglietto nel portafoglio (tengo tutti i biglietti dei 300 e passa concerti in raccoglitori a casa). Qualche giorno dopo atterro a Madrid verso mezzanotte. L’aeroporto è deserto a parte me e alcune persone. Guardo meglio e li riconosco: sono proprio gli Oasis, appena atterrati per fare un paio di date nella penisola iberica. Manca solo il cantante Liam Gallagher che viaggia da solo perché non va d’accordo con gli altri della band. Allora mi avvicino a suo fratello Noel e gli mostro il biglietto del concerto di Milano, dicendogli che mi è piaciuto. Poi aggiungo che, visto che è lui quello che scrive le canzoni, suona la chitarra solista e canta meglio del fratello, dovrebbe dare una pedata nel culo a Liam e mettersi in proprio. Noel Gallagher mi ringrazia, poi prende il biglietto e ci scrive “Dio ti benedica, Noel”. Due mesi più tardi i due fratelli si prendono a colpi di chitarra in testa e la band si scioglie. Quindi forse sono stato per Noel la sua illuminazione sulla via per Damasco e ho causato io lo scioglimento degli Oasis!

D: Le ultime domande: quali sono i cinque libri che porteresti sulla famosa isola deserta?

R: IL SIGNORE DEGLI ANELLI (Tolkien), IT (King), CONAN IL BARBARO (Howard), IL MOSAICO DI PARSIFAL (Ludlum), RECUPERATE IL TITANIC (Cussler)

… e ora i cinque album musicali!

ABBEY ROAD (The Beatles), THE SNOW GOOSE (Camel), SECONDS OUT (Genesis), PYROMANIA (Def Leppard), PHYSICAL GRAFFITI (Led Zeppelin) PS prima di partire per l’isola deserta cercherei di nascondermene addosso almeno un’altra ventina!

D: Siamo giunti quasi al termine dell’intervista.

In bocca al lupo per la nuova uscita… a proposito, sai già dirci quando sarà e dove potremo trovarti per qualche presentazione o farmacopie?

R: Dal 21 settembre riprendo i firmacopie (tutti i weekend sia il sabato che la domenica) nelle librerie (Mondadori, Feltrinelli, Ubik, indipendenti, ecc) di IL TEMPO DEGLI DEI e di I VOLTI DELL’APOCALISSE fino a metà dicembre 2019. Da fine ottobre iniziano anche i firmacopie di L’UNIONE NEL MIRINO, già in uscita tra poche settimane. Comunque si può trovare l’elenco degli eventi (oltre a sinossi, recensioni,e altro) sul mio sito www.giovannimagistrelli.com

I firmacopie poi riprenderanno nel 2020 dopo le vacanze di fine anno.

 

D: Si prospetta un autunno intenso, allora! Ti auguro che sia proficuo e ricco di soddisfazioni.

Ti ringrazio, Giovanni, per il tempo che hai dedicato a Sogni di carta e altre storie!

R: Ringrazio io te, Letizia, per tempo e disponibilità e gentilezza!

 

A me non resta che lasciarvi i link e i contatti di Giovanni e ringraziarvi per il tempo che ci avete concesso.

Alla prossima!

Letizia

 

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Recensione Anteprima “CRONACHE DEL REAME INCATATO – IL PRIGIONIERO DELL’ALDILA’ ” di Alberto Chieppi a cura di Sara Canini

sinossi

Che fine ha fatto il Compendium Arcana, il libro di incantesimi più importante del Reame Incantato, scomparso dalla Grande Biblioteca di Sanctuaria? E chi si cela dietro ai rapimenti dei giovani stregoni che proseguono incessanti fra le mura di Sepulchria? Sono solo alcune delle domande a cui Sam e Sirio cercano di dare una risposta mentre gli Spector intensificano la caccia al ragazzo che porta su di sé il Marchio del Serpente. Nel frattempo, Mephisto, lo stregone oscuro, dopo lo scontro con il Signore dei Lich, prende una drastica decisione: risvegliare la creatura forse più pericolosa imprigionata nell’Aldilà. In questo nuovo capitolo delle Cronache del Reame Incantato proseguono le avventure dei suoi protagonisti, alla scoperta dei misteri che si celano nel loro passato e che potrebbero cambiare le sorti dell’intera comunità magica.

recensione

Nel momento in cui si trova davanti allo scaffale dei fantasy, ormai in pole position in qualsiasi libreria che si rispetti, il lettore vive un mini-dramma interiore mai condiviso con i commessi o con gli altri suoi simili. La tragedia nasce, cresce e muore nel giro di una decina di minuti, ma può durare anche qualche ora o giorno per i più indecisi. Il caro tolkieniano, martiniano o potteriano doc, ha sfilato su e giù per il corridoio per tutto il pomeriggio e ha girato intorno ad alcuni titoli con la stessa sete del primo Squalo di Spielberg. Poi, all’improvviso, il nostro eroe si ferma in un punto, prende due tomi e inizia a studiarseli con lo sguardo: uno è tozzo, l’altro è fino. Non ha le idee chiare, così il mini-dramma nella sua testa inizia ad avanzare fino alla domanda fatidica: autoconclusivo o saga?

Il vero tarlo dell’amante del fantasy è proprio quello che lo porta a scegliere tra un libro curvy, con un finale all’interno e un altro slim, ma che si svolge a puntate. In quei minuti, che rappresentano un momento davvero delicato, si prende una posizione netta.

Abbandonando la libreria con in busta il tomo fino, ognuno di noi dimostra di credere ancora, di avere speranza e di riporre i nostri sogni di bambini nelle mani di un autore visionario incapace di tenere a freno la lingua.

Pardon, la penna.

Nel ruolo dello scrittore loquace c’è Alberto Chieppi, che arriva tra le nuove uscite con “Le cronache del Reame Incantato – Il prigioniero dell’aldilà”, che fa da seguito al piacevole “Il marchio del serpente” del novembre dello scorso anno. Ovviamente edito da Dark Zone Edizioni, che conferma di investire e credere su un progetto difficile, ma davvero soddisfacente per ogni parte coinvolta. L’autore ha modo di spiegare la propria storia come una pergamena ben arrovellata e il lettore, orfano di Harry Potter e in perenne ricerca di qualcosa che sia all’altezza dello scritto della Rowling, trova nel volume DZ una nuova casa.

Sì, perché “Il prigioniero dell’aldilà” fa parte di una saga a stampo potteriano che contiene tutti gli elementi scelti e portati al successo dall’autrice inglese: il Reame Incantato che funge da -ormai non più- nuova realtà; le scuole di Sepulchria e Sanctuaria che hanno l’arduo compito di istruire maghi e stregoni; il despota Cancelliere, una volta eroe, Magnus Paladin; la resistenza; e il mistero non-più-dormiente presente sottotraccia, che soltanto il lettore può vedere.

La storia riprende nell’esatto punto in cui si era interrotta nel volume precedente e anziché accorparsi, com’era prevedibile, questa porta avanti la narrazione triplice che ormai è segno distintivo della saga stessa. Da un lato, Sam, il ragazzo con il marchio del serpente che sembra essere predestinato a sconfiggere Paladin; dall’altro, Sirio, ultimo figlio del Cancelliere; e nel mezzo si trova Mephisto, stregone oscuro reduce da una battaglia estenuante e sempre più determinato ad ottenere la libertà.

La narrazione avanza in maniera fluida e senza particolari intoppi, segno che i progressi dell’autore sono veri e costruiscono una struttura forte su delle basi già molto solide. Perché comporre una saga come “Le cronache del Reame Incantato” non si riduce a un incontrollato fiume di parole, bensì al dispiego di energie spese su più fronti, quali caratterizzazione, coerenza ed evoluzione della trama principale e di quelle secondarie. Il tutto svolto con abile maestria.

I protagonisti adolescenti continuano a rappresentare il fulcro della vicenda, nonostante il personaggio di Mephisto cresca fino a divenire colonna portante del racconto.

Sam, che è alle prese con i postumi della missione che lo ha esposto agli Spector, e quindi implicitamente al Cancelliere Paladin, continua ad essere il punto di riferimento di una storia che ha scelto lui come cuore pulsante: immaginare “Le cronache del Reame Incantato” senza Sam sarebbe impossibile. E Sirio, protagonista defilato per caratterizzazione elegante e garbata, non resta all’angolo, ma gioca un ruolo fondamentale nell’intrattenimento del lettore: la trama che lo riguarda, che tratta il furto di una pagina fondamentale del Compendium Arcana, è forse la più piacevole, perché scorrevole, fluida ed è capace di fare presa nell’animo del lettore più curioso e forse, più giovane. Trattandosi di un secondo appuntamento, si ipotizzava un venir meno della cura riservata alla morale, ma l’autore dimostra ancora una volta di lavorare in modo certosino e gli insegnamenti, seppur appannati dalla vicenda ormai avviata, sono chiari e ben piazzati. Deliziosa l’interazione tra i due giovani, ottima la capacità dello scrittore di rendere reale un legame nato e mantenuto a salti.

Menzione d’onore per ogni singolo capitolo dedicato al prigioniero dell’aldilà, che dona al libro una profondità accennata nel primo volume ed esplosa fragorosamente in questo seguito. Quando la trama che include il personaggio di Mephisto va in scena, il racconto si rivolge in maniera diretta al pubblico più adulto, più maturo e anche più consapevole dell’inquietudine che aleggia tra le pagine.  Mantenendo un linguaggio accessibile e uno stile aperto, l’autore cala l’artiglieria pesante e affascina come solo la Maestra Rowling ha saputo fare di recente. Raro trovare tale capacità tra le pagine di un autore italiano ed è ancora più raro trovare ciò in un lavoro di un semi-esordiente.

In conclusione, le dinamiche avviate ne “Il marchio del serpente” evolvono e continuano a interagire nel secondo volume in maniera coinvolgente, piacevole e stilisticamente fluida. La lettura è consigliata al pubblico più giovane, perché l’autore sa sedersi ai piedi del letto e raccontare adagio, risultando interessate e profondo; ma date le vicissitudini accorse a Sam e Sirio e le ambientazioni (e i fini) di Mephisto, “Le cronache del Reame Incantato – Il prigioniero dell’aldilà” è in grado di appassionare qualsiasi lettore. In special modo, i veri nostalgici di Harry Potter, ossia, coloro che amano questo tipo di fantasy al punto di immergersi in ogni mondo incantato senza pregiudizi e recriminazioni.

Legio Blogger on Tour – Segnalazione Doppia “LEGIO M ULTIMA” I Demiurghi

Legio M Ultima, sfida all’impero

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sinossi
Si apre come una partita a scacchi, anzi all’antico gioco romano dei latrunculi, questo primo capitolo della saga dedicata alla Legio M Ultima.
Due uomini si ritrovano ai lati opposti di una scacchiera a determinare le sorti dell’impero, in una partita decennale. Tra mosse scorrette e pedine sacrificabili, l’indomabile Azia Medea e il condottiero Elios, unico sopravvissuto di Atlantide, sfideranno imperi, magister e creature mitologiche, instaurando alleanze con uomini e dei.
Il tutto sotto l’egida di Diocleziano, che trova in loro i degni guerrieri della Specula, un corpo militare speciale di cui la Legio M Ultima è il braccio armato.

Legio M Ultima, l’impero reagisce

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sinossi

Si apre una nuova partita a latrunculi, l’antesignano degli scacchi dei romani. La partita di Zarich con il riformista riprende, cruda e spietata.
Azia Medea e la sua coorte VI percorreranno strade mai calcate e ne pagheranno lo scotto; Gautighot e compagni, sempre pronti, risponderanno all’appello finale per porre fine alla guerra civile, alla rivolta dei riformisti che nel frattempo è scoppiata.

Le avventure della Legio M Ultima, in difesa dell’ultimo baluardo di civiltà rappresentato da Roma e Diocleziano, saranno ancora una volta le contromosse di un giocatore astuto che troverà in Azia Medea, la sapiente più fredda della Specula, un’alleata preziosa.

Estratto

Giunti a metà strada trovarono dei carri di traverso a bloccare ilpassaggio e dei vigiles che dirottavano la folla verso altre vie. Domiziano inarcò un sopracciglio, Gautighot si incupì, mentre tornavano sui loro passi per attraversare il mercato, su indicazione degli stessi. Avevano imparato a memoria la pianta della città, ma dovevano attenersi alla facciata e così si avviarono per la strada indicata, col dubbio di infilarsi in una trappola.
Nel bel mezzo del mercato la folla divenne ressa e tutto accadde così velocemente che nessuno poté far nulla. Domiziano venne spintonato e si trovò separato da Gautighot e Pendaran di non più di due passi. Volgendo la testa per vedere dove fosse l’amico, il conciliator colse con la coda dell’occhio un movimento, poi il dolore al fianco destro obnubilò tutto. Le lame affondarono altre due volte, altre due stilettate di dolore bollente nelle viscere. Con la testa ottenebrata e i polmoni che respiravano sangue, Domiziano guardò confuso il caos intorno a lui, che sembrò precipitare verso l’alto, mentre crollava a terra. Le donne, schizzate dal sangue del magistrato urlarono. Il panico si diffuse più contagioso di una pestilenza e i due amici faticarono a raggiungere il conciliator a terra, in una pozza vermiglia, prima che venisse calpestato.
Benvenuto accorse accompagnato da Eliogabalo, attirati dalle urla, Minea arrivò in volata, sgomitando senza troppi complimenti.
Gautighot cercava di fermare l’emorragia peggiore dal fianco destro. «Cazzo, Domi, cazzo! Non ti azzardare sai! Non osare morire!».
Minea si lanciò sul corpo, strappò la stoffa appena acquistata per improvvisare delle bende e cominciò a lavorare. L’avevano sempre ritenuta un peso inutile ma l’efficienza dei suoi gesti e gli ordini perentori la rivalutarono agli occhi dei compagni. Era un medicus, dopotutto.
Terminate le prime medicazioni di emergenza, Minea ordinò: «Va portato in un posto sicuro e caldo, devo finire prima che muoia dissanguato, ma non posso farlo in strada».
«Una nostra chiesa è qui vicino», rispose Benvenuto.
Gautighot prese in braccio il corpo esanime di Domiziano e la folla, nonostante fosse ancora in preda al panico, si aprì al suo passaggio; lo sguardo omicida del germanico urlava la sua rabbia più di un milione di sbraiti.
«Questo non lo… avevo previsto…».
«Zitto, cretino, ci manca solo che mi crepi tra le braccia. Fammi una cosa del genere e vengo a tirarti fuori dall’Ade a calci in culo per rispedirtici a pugni».
Domiziano fece un sorriso insanguinato perdendo conoscenza.