Recensione “I RAZZIATORI DI ETSIQAAR -Le Cronache di Tharamys ” di Andrea Venturo a cura di Sara Canini

Seconda avventura autoconclusiva per Conrad. Sembrano lontani i tempi in cui doveva vedersela coi coboldi ladri di torte, e invece sono passati appena due mesi. Stavolta dovrà vedersela con una banda di commercianti di schiavi col solo aiuto di un fuggitivo dai modi spicci e una ragazzina dalla lingua tagliente quanto i suoi coltelli.

Un uso della magia non proprio ortodosso e monete che cambiano colore possono sembrare poca cosa in confronto a quaranta banditi organizzati, ma mai sottovalutare i ragazzini: sanno essere molto più ingegnosi degli adulti.

“Le Cronache di Tharamys” di Andrea Venturo è un progetto a metà strada tra una
raccolta di racconti e una di romanzi brevi.
La prima storia autoconclusiva, “Il Torto”, tratta del misterioso mago Flantius Mijosot e di ciò che accade ben quattrocento anni dopo al piccolo Conrad, bambino di soli undici anni che deve vedersela con una banda di ladri di torte. La verità si intreccia presto con la scomparsa del maestro Mijosot (detto Colle Ondoso) e Conrad, appellandosi al proprio coraggio, scoprirà molto più di ciò che appare in superficie.

Fatta questa doverosa premessa, mi accingo a recensire questa nuova avventura.

Per alcuni, certi libri raccontano storie che vanno al di là della trama e questo c’entra ben poco con la morale nascosta dietro gli eventi narrati. Si tratta di un odore acre e stagnante allo stesso tempo, paragonabile a quello di sudore e polvere mischiati insieme.

Paginadopo pagina, il lettore percepisce la fatica e l’impegno dell’autore, che involontariamente lascia le tracce del proprio sforzo, della passione e di quello “studio matto e disperatissimo” di cui parlava spesso Giacomo Leopardi, riferendosi al proprio periodo di formazione.
Come l’autore de “L’Infinito”, anche Andrea Venturo è abituato a lavorare sodo e studiare tanto.

Lui, uno che va per montagne, conosce bene la fatica della salita e l’attenzione che
serve per la discesa. È proprio questo spirito caparbio e tenace a rispecchiarsi nella
scrittura, dove ogni parola trasuda impegno e pignoleria e i capitoli sembrano muri di
roccia solida costruiti nel tempo, con massima ispirazione e concentrazione.
L’autore de “Le Cronache di Tharamys”, prima ne “Il Torto” e ora nel seguito “I Razziatori di Etsiqaar”, ci mostra un’ambientazione curata nei minimi dettagli, arricchita da mappe, legende e approfondimenti inseriti tra le note e/o scaricabili dal sito dedicato, dimostrando come ogni regola e ogni anfratto della regione siano assai chiari nella mente di colui che racconta.

L’accurato world-building è uno dei punti di forza della saga, perché
ogni high fantasy che si rispetti fa affidamento su una realtà circostante ben definita e coerente. La pignoleria dello scrittore ha creato una base solida sulla quale edificare le avventure (autoconclusive) del protagonista, Conrad, un ragazzino di dodici anni curioso, onesto e un po’ incauto, che ne “I Razziatori di Etsiqaar” se la vede con dei barbari che commerciano schiavi.

Insomma, come se i ladri incrociati ne “Il Torto” non fossero bastati…

Altro punto a favore è la fluidità dello scritto, che si avvale di un linguaggio semplice e lineare e che rigetta i termini aulici e raffinati con cui si imbottiscono i racconti fantasy oggi: tanto per capirci, quelli che strizzano l’occhio a un passato mai veramente passato.

Per quanto sia ormai comune scrivere di magia, incantesimi, razze e vicende fantastiche, un’ambientazione diversa dalla realtà necessita di un vocabolario semplice, soprattutto quand’è così articolata.
A confronto con “Il Torto”, “I Razziatori di Etsiqaar” appare più profondo e corale,
indicando una maturazione tecnica, ma anche e soprattutto mentale da parte dell’autore, che si ritrova a gestire diversi personaggi dal potenziale enorme: lo spirito Qar, che si trova intrappolato nel bastone di Conrad, e Ivilas Comelys, elfa taciturna e intelligente come pochi.
Nonostante il testo scorra in maniera fluida, la narrazione al presente non aiuta il lettore a immergersi e stare a proprio agio nella storia. Un po’ come accade per l’uso della prima persona, la scelta del tempo è sempre un’arma a doppio taglio, che sorprenderà alcuni e scontenterà gli altri: il passato e la terza persona donano al fantasy quell’epicità che il genere chiede a gran voce e forse, è proprio questo a stonare durante la lettura de “I Razziatori di Etsiqaar”. La scelta fatta dall’autore può essere giustificata dalla ricerca di immediatezza e magari può riuscirci per altri generi, ma nel fantasy risulta un po’ troppo azzardato per far sì che passi inosservato (o per agevolare la lettura).
Altro particolare che genera qualche perplessità sono i richiami mascherati, che a volte si presentano sotto forma di citazioni velate (“Tre parole sono troppe e due troppo poche” somigliante al celebre “Una parola è troppa e due troppo poche” di nonno Libero della serie tv “Un medico in famiglia”) e altre volte sono del tutto semi-dirette (cercate il significato dell’esclamazione “Ohlimor”). Tutto ciò indica la propensione dell’autore a giocare con le parole e con tutto lo scritto, come se in alcuni punti volesse prendersi meno sul serio e alleggerire la serietà che di solito è propria del fantasy più puro.
“Le Cronache di Tharamys – I Razziatori di Etsiqaar” è un libro con un’impronta personale e dai bordi già definiti: si capisce subito che non si tratta dell’opera prima di chi si è appena avvicinato alla scrittura.
La fantasia e la voglia di raccontare ci sono tutte e il testo presenta dei punti di forza che sono usciti rafforzati dall’esperienza de “Il Torto”.
Come tutti, anche lo scritto di Andrea Venturo presenta delle imperfezioni, dei margini di miglioramento, ma la base è solida e l’autore tenace: uno che preferisce il banco alla cattedra, per capirci meglio.

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Segnalazione “IL BAMBINO CHE NON POTEVA AMARE” di Federica D’Ascani

Titolo: Il bambino che non poteva amare

Autrice: Federica D’Ascani

Genere: narrativa storica

Lunghezza: 272 pagine

Quando Teresa partorisce e sente per la prima volta il pianto di suo figlio pensa che non possa esserci gioia più grande di quella che sta vivendo: Libero, suo marito, è in una stanza a pochi passi e Paolo, il suo piccolo appena nato, a un soffio.

Ma il tempo passa e nessuno, in sala, la degna di uno sguardo. C’è qualcosa che non va. E poi la sentenza: suo figlio è morto, suo figlio è deforme, suo figlio non merita neanche di essere visto.

La vita di Teresa diventa il fulcro dell’Inferno in una manciata di secondi, e tutta l’allegria provata fino a quel momento scema per lasciare posto a un vuoto incolmabile.

Ma Teresa non sa la verità: Paolo è vivo, Paolo è in buona salute, Paolo ha la sindrome di Down ed è stato appena mandato in manicomio.

C’è stato un tempo in cui nascere diversi era un modo come un altro per non esistere, un tempo in cui bambini e adulti, se pazzi o anormali, venivano semplicemente dimenticati.

E se per Paolo le cose andassero in maniera diversa?

 

 

Recensione “LA CASA DE LA ABEJA” di Maria Laura Caroniti a cura di Sara Canini

Guatemala, anni Cinquanta. Il Paese è diviso tra violenza di Stato e guerriglia. Su un’altura, circondata da vulcani, la Casa de la Abeja cela la vita e i segreti di chi ci vive: Miranda, una ballerina canadese che nasconde la fine della carriera e di un amore dietro a un’avventata proposta di matrimonio; Santiago, un sindacalista ladino che lotta per i diritti degli indigeni maya; Mita, una donna che per amore di una bambina decide di vivere insieme all’uomo che l’ha violentata. E, tra tutti, Vitalba Suárez che di Miranda e Santiago è la figlia e affida alla pittura rabbia e paura.

Quando alla Casa de la Abeja si presenta Fernando Scania, l’amore mai dimenticato di Miranda, tutto precipita.

Dal Guatemala al Messico, dal Messico all’Italia, passando per gli Stati Uniti, Vitalba perderà se stessa e farà i conti con gli incubi che infestano i suoi sogni, ossessionata da un neonato senza volto e dal senso di colpa per aver causato la morte di un innocente.

Desaparecida, inseguita dal marito, in fuga con l’uomo che l’ha sequestrata, Vitalba seguiterà a dipingere per l’urgenza di riappropriarsi della propria identità, necessità di bellezza e bisogno di raccontare le ferite del suo Paese; finché non si troverà davanti a un Soggetto Ignoto che il mondo conosce al posto del suo nome.

Alcune case editrici hanno una linea editoriale assai chiara, dove si conosce bene la portata principale e tutto il resto fa da buon contorno. Come suggerisce il nome, la Dark Zone Edizioni ha abituato i propri lettori a racconti fantasy, horror, avventure oniriche più o meno inquietanti, che sanno spingere il pubblico oltre un velo oscuro che cela mistero e magia. Eppure, tra i ripiani dello stand, troviamo nomi che si occupano di generi differenti: parliamo della talentuosa Olimpia Petruzzella, del tormentato Daniel di Benedetto e poi troviamo lei, Maria Laura Caroniti. Nome che torna poco, perché l’autrice in questione ha lasciato al libro “La casa de la Abeja” il difficile compito di parlare per lei.

La premessa necessaria consiste nel fatto che di storie come questa se ne leggono poche, soprattutto nella piccola/media editoria e nella freddissima primavera che stiamo vivendo, l’audacia dell’editore continua a stupire e scaldare il cuore. Lo si può dire con sincerità, senza strizzargli troppo l’occhio, perché rispetto allo scorso anno è in atto una evoluzione interna visibile e sebbene ci siano delle (naturali) difficoltà, dall’altra parte c’è anche maggiore consapevolezza, una grande volontà e un’esperienza che aumenta con il passare del tempo. Questo arricchisce tutti e, soprattutto, il mondo dell’editoria.

“La casa de la Abeja” è una delle dimostrazioni di questa evoluzione, in quanto libro non facile da scrivere e non facile da pubblicare. In un periodo in cui il fantasy e l’horror sembrano farla da padrone, l’autrice offre al pubblico un racconto diverso, che si divide tra fatti storici, intreccio narrativo e approfondimento psico/emotivo di più personaggi. Infatti, quando la bella Miranda capisce di non poter più puntare in alto nella sua carriera di ballerina, la donna accetta di sposare Santiago, un sindacalista (e rivoluzionario) con qualche anno in più: siamo in Guatemala negli anni ’50 e per le strade c’è la guerra civile che strazierà il paese per i prossimi quarant’anni.

Lo spessore del volume potrebbe intimidire gli amanti delle storie brevi e concise, ipotizzando quindi di trovarsi di fronte a un lavoro annacquato e inutilmente prolisso, invece non è così. La scrittrice ha uno stile fluido e bilanciato, non si perde in dettagli superflui e va oltre le descrizioni maniacali, ma senza far mancare il giusto approfondimento. I dialoghi non sono un riempitivo, ma arricchiscono un testo già suggestivo di suo e reso ancora più affascinante dai continui richiami storici, che entrano a gamba tesa sulla vicenda stravolgendone a volte la trama. Nessun discorso sterile, ma equilibrati botta e risposta capaci di aumentare la curiosità e il coinvolgimento emotivo del lettore.

Quest’ultimo è assai importante, perché ne “La casa de la Abeja” non c’è un vero e proprio protagonista, ma un canto corale di tutti i personaggi. Non vi è il grido silenzioso di una donna stanca e incapace di stare sola, come Miranda, la gentilezza dell’indigena Mita e del figlio Angèl, ma anche di tanti uomini che ruotano intorno a questa vicenda: artisti, soldati, rivoluzionari e sicari, ma soprattutto esseri umani. E poi c’è lei, la dolce Vitalba, figlia rinnegata dopo il parto da una madre (Miranda) forte e anche debole allo stesso tempo. Attraverso e intorno a lei, la trama si annoda e si districa e permette al lettore di sbirciare in una vita travagliata che va dall’infanzia all’età adulta. Commovente, che prende dentro.

Privo di défaillance, lo scritto va avanti pagina dopo pagina in maniera appassionante, ma senza quel fuoco che acceca, bensì con la pena di un animo (quello del lettore) che ormai ha a cuore una vicenda troppo delicata per essere abbandonata. L’autrice fa leva sull’empatia di chi legge e riesce a scardinare le porte di chi è solito fare spallucce di fronte a racconti come questo.

Maria Laura Caroniti ha lavorato su un testo difficile, con uno spessore emotivo degno di nota, trattando la vicenda e i suoi personaggi (in particolare, Vitalba) con la massima attenzione. Dalle pagine traspare una cura quasi materna, che giunge al lettore e lo fa sentire cullato, malgrado il dolore che a volte fa capolino tra un capitolo e l’altro.

Buona prova per l’autrice, romanzo degno di nota. Editore sempre più audace e apprezzabile.

Recensione “UN DOLORE OSCURO” di Giuseppe Calzi a cura di Alessia Cerbara

Ambientato nelle località del nord degli Stati Uniti, Un dolore oscuro descrive il viaggio di Dave Metzelder all’interno del proprio universo emotive, a seguito della scomparsa di sua moglie Ellen..

La vita piena di sogni e aspettative della giovane coppia è devastata dalla scoperta della grave malattia che ha colpito la donna. Inizia così un lungo percorso che li porterà a consultare specialisti e strutture che possano dare loro una speranza di vittoria sulla malattia, anche solo una flebile speranza di vita alla quale aggrapparsi.

Ma qualcosa ai limiti della razionalità accade. Un’ombra impalpabile penetra poco alla volta nell’esistenza di Dave. L’uomo si ritroverà coinvolto in una serie di avvenimenti, omicidi e apparizioni, sulla scia delle morti provocate dal killer dei laghi. Al momento della morte di Ellen, si ritroverà calato in una sorta di labirinto tra mondo reale e inconscio, del tutto solo ad affrontare l’ombra oscura. Il suo viaggio sarà un’esperienza terrificante e ciò che dovrà affrontare è l’essenza demoniaca delle emozioni più cupe di un uomo. Sarà la forza dell’amore per Ellen, che ancora vive dentro il suo cuore e la sua mente, a decidere le sorti di Dave, oppure non rimane più alcuna via di fuga?

Terminare il racconto di Giuseppe Calzi e avere bisogno di metabolizzare è ciò che mi è accaduto, non appena ho girato l’ultima pagina del suo libro. E’ stata una lettura che mi ha colpita, coinvolta, lasciata attonita e col bisogno, soprattutto, di elaborare il carico emozionale vissuto durante la lettura e la scia di sentimenti contrastanti che ancora mi rimuginano dentro.

I protagonisti indiscussi sono Ellen e Dave, una coppia che si ama e fin troppo presto si ritrova a dover fare i conti con una vita che, a volte, presenta conti salati che non si vorrebbero saldare mai. Sono una lo specchio dell’altro, uno Yin e Yang perfetto nella vita reale come nella dimensione onirica: mentre Ellen soccombe al male sogna un cane maligno per il marito, Dave viene divorato dalla rabbia e dal senso di colpa e vede un’ombra pericolosa che gli aleggia intorno. Il loro amore, così puro e senza fine, viene descritto in modo sublime. Ed è sempre tramite il loro rapporto che ci viene raccontata la storia: la narrazione è in terza persona ma la visione duale degli avvenimenti e la percezione delle emozioni vissute da entrambi rende la lettura ancor più intima e avvincente.

L’autore è ardito: tocca concetti difficili con il rispetto e la delicatezza di una persona che ama e la maestria, usata nel presentarli, accompagna il lettore avvolgendolo nei momenti più sofferti. C’è il dolore, lo sconforto, l’impotenza e la rabbia per una perdita ingiusta; c’è l’inquietudine, il senso di colpa e l’annichilimento di chi resta e si ritrova a elaborare un lutto difficile quanto inaspettato; c’è la morte nuda e cruda che tutto spazza via e lascia dietro sé desolazione e sconforto tali da far desiderare che tutto finisca, in un modo o nell’altro; ma, soprattutto, c’è l’amore che tutto può e tutto fa e che riesce a lenire anche le ferite più profonde, che sembrerebbero destinate a non smettere mai di sanguinare o portare verso vie buie e senza ritorno.

Le ambientazioni sono disegnate nei minimi particolari dalla penna dello scrittore ed evocano, a suo piacimento, serenità, ansia, agitazione, paura: in taluni luoghi il gelo interiore è realmente palpabile e l’immedesimazione è immediata e intuitiva.

La trama è intricata e complessa, colpisce al cuore e tiene, per tutto il tempo del romanzo, con il fiato sospeso; si è sempre lì che ci si aspetta qualcosa di nuovo, si spera che avvenga o, ancor più, non accada altro che non si riuscirebbe a sopportare. Lo scrittore stupisce il lettore a tal punto da lasciarlo attonito e, a volte, con lieve disappunto per aver capito poco o quasi nulla.

L’educazione sanitaria che trapela e la distinzione tra medicina buona e medicina cattiva, dove “Il giuramento di Ippocrate” non è un lontano ricordo, mi sono piaciute particolarmente perché denotano sensibilità finissima e un lavoro di ricerca accurato
A mio avviso, c’è voluto molto coraggio per affrontare il dolore di una perdita, nel voler tradurre in parole la costellazione di emozioni che ne scaturisce e porta con sé: il ricordo di una risata, di un odore, di un bacio che non si avranno più, di un mano nella mano perso per sempre, di un futuro carico di aspettative disilluse. Gli ultimi giorni di Ellen sono strazianti e io, non lo nego, ho inondato il mio libro per le lacrime versate. Sono un’infermiera e quando ho letto la diagnosi ho ricevuto un schiaffo in pieno viso, eppure il modo in cui l’autore ci ha descritto, attimo dopo attimo, ogni singola ora che avvicinava di più Ellen all’estremo saluto al suo Dave, ha stretto il mio cuore e fatto sperare in un miracolo. Il futuro sarà diverso da come avrebbero voluto i protagonisti, eppure si deve trovare la forza di andare avanti, superare il dolore e il ricordo sarà compagnia e non più peso indicibile che opprime il cuore e gli impedisce di battere come è fisiologico che sia.
Ho vissuto col protagonista, ho provato il suo sgomento, la sua stessa rabbia, la sua ansia, ho trattenuto il fiato fino a far esalare sospiri ristoratori. Devo i miei più sentiti complimenti all’autore per l’incredibile immedesimazione che riesce a evocare nel lettore. L’empatia accompagna ogni singola parola, dall’inizio alla fine.“Voglio amarti ancora, non mi basterà il tuo ricordo”, ci dice, e l’impatto emozionale tracima a valle come un fiume in piena, lasciandoti boccheggiante e ansimante.

La vita è un battito d’ali e ciò che cela è inspiegabile, quindi viverla senza dare nulla per scontato e affrontarla col sorriso sulle labbra, nonostante tutto, è il modo più giusto per rispetto di se stessi e di chi si ama, che sia un membro della famiglia, un compagno, un amico o un animale.

Profonda stima per l’autore per il cipiglio e il coraggio nell’affrontare temi tanto delicati e per la capacità intuitiva e sensibile di renderli fruibili con tanta bravura.

Cover Reveal “HYPNOTIC” di Anna Loveangel

Titolo: Hypnotic, Spin off di Limitless

Romanzo autoconclusivo che può essere letto anche non conoscendo il primo

Pag: 160

Disponibile: Amazon Kindle e KU

Formato: ebook e cartaceo

Ebook prezzo: 0,99 cent.

Cartaceo: 7,99 euro

Data pubblicazione: 17.05.2019

Estate 2019, agosto è appena cominciato. Ciro, un militare in ferie, vive la sua vita in base al sesso. È la sua unica priorità. Luglio ha fruttato tante tacche sul righello delle scappatelle. E agosto sta per cominciare alla grande. Giovanna è cresciuta al suo fianco, ma qualcosa li ha sempre tenuti a debita distanza. Forse perché lei è il suo clone al femminile e non ha mai avuto una storia d’amore. Le loro vite proseguono su due binari diversi ma paralleli, finché un giorno, in una calda mattina, la macchina di Giò si ferma a pochi metri dalla casa di Ciro. Da quel momento i binari delle loro vite si intrecceranno, innescando un meccanismo di desideri nascosti pronti a esplodere da un momento all’altro. Quarantotto ore di sesso, sono la proposta di lui che si ritrova a combattere contro una voglia indecente e fuori controllo. Lei è l’unica in grado di tenergli testa, una donna che non ha mai avuto una storia e non conosce la parola amore. La perfezione per lui che ha l’orticaria al solo pensiero di un rapporto. Giovanna accetterà? O riuscirà a rifiutare quell’uomo che ha sempre evitato per nascondere il suo più oscuro desiderio?

 

L’autrice

Anna Loveangel nasce a Napoli, nel cuore della città che ama e che non lascerebbe per niente al mondo. Vive con i suoi figli che sono la sua unica ragione di vita e per loro farebbe di tutto. Scrive da quando aveva quattordici anni, era una passione che ora sta trasformando in lavoro. Le passioni si tramandano e come lei anche i suoi figli già amano leggere libri e scrivere piccoli racconti. Sono loro la sua più grande soddisfazione. Anche la scrittura le dà soddisfazioni e spera un giorno di poter realizzare il proprio sogno e vedere un suo titolo in libreria.

Tutti i titoli pubblicati sono disponibili su Amazon. Di seguito l’elenco in ordine di pubblicazione.

Uno scatto che ti cambia la vita (romance autoconclusivo)

Follemente (romance autoconclusivo)

Non rinuncerei mai a te (erotic romance autoconclusivo)

Il tempo non conta (romance Serie Amore in Kilt vol 1 autoconclusivo)

Il tempo di guardare le stelle (romance Serie Amore in Kilt vol.2 autoconclusivo)

Al Primo sguardo (erotic romance Serie Ka’u Huna vol. 1)

Dallo sguardo al cuore (erotic romance Serie Ka’u huna vol.2)

Black Heart (dark romance vol.1)

Red Heart (dark romance vol.2)

Limitless (erotic romance autoconclusivo)

Hypnotic (spin off Limitless autoconclusivo)

Recensione Anteprima “NON LASCIARMI ANDARE” di Melissa Pratelli a cura di Elena Galati Giordano

Sono passati due mesi da quando Aidan se n’è andato e guardare avanti non è mai sembrato così difficile. Eppure, Lia ce la sta mettendo tutta per rimettere insieme i pezzi, grazie anche all’aiuto di Connor, un ragazzo dolce e premuroso che ha un debole per lei ormai da tempo. Lasciare alle spalle i propri sentimenti, però, non è semplice, soprattutto quando è proprio il fratello di Aidan il nuovo coinquilino di Ceci e Lia. Aidan ha chiuso definitivamente con la sua vecchia vita. La sua quotidianità, ora, è fatta solo di responsabilità. La decisione che ha dovuto prendere mesi prima continua a pesare sul suo cuore a pezzi e ciò che prova per Lia non sembra affievolirsi, anzi, è più forte che mai. Ma quale alternativa aveva se non quella di sparire dalla sua vita? Tuttavia, le sue sicurezze cominciano a vacillare nel momento in cui lui e Amelia si trovano di nuovo l’uno di fronte all’altra. Anche se le nostre scelte sembrano quelle giuste, a volte non si può smettere di amare. A volte, semplicemente, non ci si si può lasciar andare.

Se ami una persona, lasciala andare, perché se ritorna, è sempre stata tua. E se non ritorna, non lo è mai stata.

-Khalil Gibran-

Mai citazione sull’amore fu più adatta di questa, per iniziare la recensione di “Non lasciarmi andare” romanzo tanto agognato che chiude il cerchio di una storia d’amore che ha lasciato tutti con il fiato sospeso.

Nel primo volume della serie Stronger  “E’ tutto qui” , Melissa Pratelli, padroneggiando egregiamente il finale, ci ha lasciate tutte lì, appese a un filo di speranza, morbosamente curiose di dare una risposta a tutte le domande rimaste sospese.

Dopo un anno preciso torna e ci dimostra che la pazienza spesa nell’attesa viene ben ripagata.

Ritroviamo tutti i protagonisti del primo capitolo così come tutti i personaggi già conosciuti, insieme a qualche nuovo arrivo, che l’autrice delinea con minuzia di dettagli e precisione, permettendoci di conoscerli, capirli, sentirsi affini, amarli oppure odiarli.

I protagonisti sono cresciuti, a causa di un destino beffardo e maligno che li ha messi di fronte ad ostacoli apparentemente insormontabili e, anche, di sentimenti lacerati che hanno lasciato nelle loro anime ferite profonde ancora sanguinanti.

Lia: sedotta e abbandonata, illusa dall’amore ma più matura e coraggiosa di un tempo, capace di rialzarsi nuovamente, nonostante l’ennesima caduta e l’ennesima perdita. Autoironica, fragile, emotiva eppure così forte, tanto determinata e coraggiosa da farsi portatrice di un messaggio importantissimo: ogni donna nasconde in sé una bambina, una principessa e una guerriera ed ogni donna è in grado di bastare a se stessa e di risollevarsi anche quando, agli occhi di tutti, sembra impossibile.

Affiancata da Cecilia, sorella affettuosa e pronta a prendersi cura di lei, incitandola e sostenendola nel difficile percorso nella conoscenza dell’amore, Lia a testa alta affronta la delusione e l’amarezza per non aver potuto scegliere, per non aver potuto tentare di afferrare quella scintilla di felicità che l’amore, quello vero, sa dare.

E poi Aidan, vittima di una scelta sbagliata, distrutto, ma mai rassegnato.

Lasciar andare ciò che si ama non è mai una scelta facile, ma molto spesso è  necessaria. Lo è, per poter prendere le dovute distanze e permettere all’oggetto del nostro amore di avere ciò che merita e una vita migliore da quella che noi potremmo offrirgli.

Lasciar andare un amore è il più grande atto di altruismo possibile, poiché con quell’amore, spesso, va via un pezzo di noi che irrimediabilmente lascerà un solco buio, un vuoto profondo e incolmabile.

Su questo amore sospeso, bloccato come un orologio rotto sull’immagine di un addio doloroso, ruota tutto l’evolversi di una storia costruita alla perfezione dall’autrice che, anche in questa occasione, non si smentisce e con la sua penna ironica, frizzante e delicata, riesce a trattare tematiche di dolore, abbandono e rassegnazione, rendendole leggere e godibili, senza mai privarle dell’importanza dovuta e necessaria.

Due cuori quindi, non uno solo, che dovranno rimettere insieme i pezzi, come in un puzzle a cui mancano troppe tessere per essere completo, per potersi rialzare, per poter riprendere la vita di tutti i giorni.

Tra tentativi di recuperare un frammento di normalità e serenità, nuove amicizie, nuovi dubbi e nuove certezze, i protagonisti affronteranno le loro paure, faranno i conti con loro stessi e le decisioni prese nel passato, abbandonando tutte le certezze nel tentativo folle di ritrovare la felicità.

L’ amore, quello vero, si sa, supera ogni barriera e Melissa ce lo dimostra, tra le pagine di questo romanzo che ci regala un sogno ad occhi aperti, che ci farà commuovere e ridere al contempo, che ci farà emozionare e battere il cuore, lasciandoci con il fiato sospeso, con la mente piena di domande e con la speranza che tutto abbia il meritato lieto fine.

Ogni pagina ci trascinerà in un vortice infinito di sensazioni contrastanti, che ci costringeranno a restare lì, di nuovo appesi ad un sottile filo di speranza, con il cuore che accelererà il battito e il respiro che più volte resterà mozzato e, quando crederemo di aver compreso, quando penseremo di aver raggiunto un po’ di tranquillità, l’autrice rimetterà tutto in gioco, riportandoci di nuovo al punto di partenza.

Un romanzo da leggere tutto d’un fiato, che vi farà vivere insieme ai protagonisti tutti i dolori e le gioie che solo l’amore sa dare, che farà fantasticare anche le meno romantiche e che soprattutto vi darà la sensazione di essere rimaste sospese su un filo teso a metà tra una lacrima e un sorriso.

Recensione Anteprima “MIA” di Daniela Ruggero a cura di Elena Galati Giordano

L’amore che unisce Mia e Dave è intenso quanto la loro giovane età. Nonostante lui debba partire per frequentare la London School of Economics, decidono di proseguire la loro relazione a dispetto della distanza che li separerà. Josh è il cugino di Dave, dopo aver conseguito la laurea si trasferisce in Italia per mantenere fede alla promessa fatta alla madre sul letto di morte. Le loro vite si intrecceranno in modo inaspettato.

Mia assaporerà il gusto amaro delle lacrime, del tradimento e del rimorso. Imparerà a sue spese quanto possa essere profondo l’abisso del dolore e come rinascere e cambiare pelle sia l’unica via per onorare la vita.

Ciò che ci si aspetta da un romance è il racconto di una bella storia d’amore, fatta di tenerezze, attenzioni, dichiarazioni di fedeltà eterna e appunto, amore.

Quello che ti fa battere il cuore perché sa emozionare davvero, che stordisce i sensi e fa perdere la cognizione del tempo… ma non è sempre così.

Non tutte le storie d’amore nascono, crescono e finiscono con buona pace di entrambi gli attori in scena, perché ricordiamoci: niente è ciò che sembra.

“Mia” ci ricorda di restare vigili, attenti, di non lasciarci coinvolgere dalla passione più folle e immediata, perché è proprio quella che spesso ci tappa gli occhi.

L’amore non è un gioco e l’autrice lo sa bene: descrive con attenzione la bestia feroce che è l’illusione e la forza con la quale si insinua nella mente della vittima, senza poterne più uscire, perché ormai troppo ben radicata.

Come in una spaventosa casa degli specchi, la protagonista cerca il volto originale, quello in cui guardare senza paura, aprendo il cuore al suo proprietario.

Ma come avviene nella scatola dai mille volti, Mia continua a scontrarsi con degli specchi e diventa vittima di un rimpallo continuo tra Dave, ragazzo innamorato, passionale, scapestrato e affascinante, e suo cugino Josh, riservato, schivo e misterioso.

All’improvviso, come in ogni sogno che lascia posto alla realtà, la falce dell’autrice cala su Mia, Dave e Josh in maniera crudele, perché portatrice di sofferenza e dubbi.

Scorrevole e appassionato, il racconto è in grado di attirare il lettore più romantico fin dalle prime battute e si protrae per buona parte della sua lunghezza con la cronaca di un amore giovane, sincero, pieno di vitalità e irruenza.

Ma “Mia” non è soltanto questo.

La realtà irrompe nella favola a gamba tesa, quasi in modo inaspettato, e scuote la protagonista come a ricordarle che la vita vera è diversa dalle fiabe, perché raramente c’è il lieto fine.

La passione lascia spazio ai dubbi e l’amore, prima considerato come fiato nei polmoni, ora cede di schianto sotto il peso della realtà: le maschere cadono e gli specchi si rompono.

Mia si trova costretta a crescere e ad affrontare la vita, abbandonando, anche se non completamente, l’innocenza della fanciullezza, facendo i conti con se stessa, con i suoi dubbi e le sue debolezze.

In questo romanzo l’amore assume, quindi, connotazioni differenti: non solo amore romantico, ma anche quell’amore vero e puro, spesso travagliato, tra genitori e figli.

Ed ecco che l’autrice racconta un legame indissolubile, capace di sfidare tutte le insidie che il destino decide di disseminare sul percorso della vita: il legame tra madre e figlia.

In una storia in cui nulla è come sembra, ci si addentra in un labirinto del quale è impossibile trovare l’uscita e insieme a Mia, costretta a rialzarsi ogni volta in cui l’autrice (abilmente) le toglie il terreno sotto i piedi, anche il lettore vive lo strazio di chi sente l’inganno più degli altri, perché innamorato.

Attraverso una penna dalle grandi capacità in grado di coinvolgere e stravolgere le sensazioni del lettore a suo piacimento, lasciandolo in balìa di se stesso, seduto su un’altalena emotiva a moto perpetuo, Daniela Ruggero coraggiosamente affronta temi scomodi, scottanti e difficili.

Graffia l’anima e lascia segni dolorosi difficili da rimarginare.

Un’opera che lascia in bocca il sapore aspro del dolore, del tradimento e della perdita, ma nel contempo capace di lasciare accesa la speranza, motore vitale di ogni essere umano, che il futuro possa, debba, essere migliore.

D’altronde, come diceva Lauren Oliver, “L’amore, la più morale tra le cose mortali: ti uccide sia quando ce l’hai sia quando non ce l’hai. È colui che condanna e il condannato; il giustiziere; la lama; la sospensione di pena all’ultimo momento; il respiro affannoso; il cielo infinito sopra di te e il «Grazie, grazie, grazie Dio». L’amore: ti ucciderà o ti salverà”.