Recensisce il lettore “REVENHUNT” di Bellard Richmont

“Una dopo l’altra, le pallottole calibro nove scorrono attraverso metallo, ossigeno, carne e sangue.
Sorvolano l’aria satura di hashish, oppio, tabacco e incenso.
I bersagli sono consci solo quando avvertono lo sparo che li rende prima sordi e poi morti.
Le teste sputano sangue e cervella, macinati dallo shock idrostatico. Vomitano piccoli geyser ematici dal foro d’uscita del proiettile.”

Un uomo e uno spettro saranno legati dalla vendetta e dall’odio verso una setta demoniaca, denominata Figli di Asmodeo.
Assieme varcheranno le soglie oscure dell’occulto e cammineranno tra i vicoli malfamati della città di Crossroad.
Semineranno sangue e raccoglieranno amare verità, fino all’abisso della dannazione.

Fin dal principio abbiamo una scelta particolare: associare i capitoli alle canzoni. Di primo acchito mi ha lasciato perplesso, ma poi ho capito che solo una Via di Canti (anche se oscura) può riportarci a noi stessi, quando iniziamo a perderci per Crossroad.

La città è un limbo tra gli interstizi della realtà, e delle realtà,  che però non riusciamo ad abbandonare. Rappresenta un crocevia, dove i vivi e i morti si siedono allo stesso tavolo.

“Attorno, tutti i tavoli sono accomunati da un denominatore: tutte le sedie sono scostate. Non sono state dimenticate, come quando qualcuno si alza di fretta. Devon capisce che sono tutte appositamente tenute lontane, pronte per far accomodare qualcuno.” (19-Legati dall’odio)

È un viaggio faustiano quello che intraprende il protagonista, ma Mefistofele è lo stesso, divorante, desiderio di vendetta che alberga in lui. Perché RevenHunt è un viaggio a cavallo del velo tra la realtà dell’uomo comune e quella sovrannaturale, tuttavia, ancor di più, incarna il violento Purgatorio di Devon. Che imperverserà devastante nel suo mondo interiore, quanto in quello fenomenico.

Il romanzo non è mero calco dei suoi modelli: inala le sue suggestioni, le fagocita come un mangiatore d’oppio nella Londra del XIX secolo.

Evidentemente non erano fan di T- Bird e della sua banda di uomini dai buffi nomi.” (21-Lasciarsi Andare)

La scrittura di Bellard è il Virgilio che ci accompagna, mentre, insieme al protagonista, ci addentriamo tra gli Inferi artificiali di Crossroad: stupefacenti, wanna-be succubi e musica anni ’90. Una scrittura dalla cifra carismatica, fatta di velluto blu e cordite; moderna nei toni ma dal sapore antico, che usa “narcotici” al posto di droghe.

“Aveva già provato gli effetti dei narcotici, ma questo è qualcosa di più.” (12-La Morte di Jason Canora)

Il velo tra il terreno e l’oltremondano si assottiglia man mano che procediamo nella lettura, e lo straniamento non è quello idilliaco della Xanadu di Coleridge (1): siamo pur sempre nella Crossroad di Bellard. È forse solo un altro visionario, De Quincey (2), che ci può venire in aiuto per descrivere la sensazioni che questo evoca l’oltrepassare quel velo, IMMERGERSI nella fredda pelle di Devon Hunt.

“For this and all other changes in my dreams were accompanied by deep-seated anxiety and gloomy melancholy, such as are wholly incommunicable by words. I seemed every night to descend, not metaphorically, but literally to descend, into chasms and sunless abysses, depths below depths, from which it seemed hopeless that I could ever reascend. Nor did I, by waking, feel that I HAD reascended.”

Bellard e Mary guidano il lettore con mano ferma in un cammino decadente ed affascinate come una città maya semi sepolta dalla giungla, seppur disseminata di booby trap (3);l’ideazione di Revenhunt è così originale e appagante tuttavia, che cadiamo sanguinanti, ma col sorriso sulle labbra.

Alcuni dialoghi sono un po’ troppo sopra le righe per me. RevenHunt non è un libro perfetto, ma nel suo genere si avvicina talmente alla perfezione, che non c’è niente che cambierei.

Quello che apprezzo infine nelle opere dell’Autore è che il fantasy è una metafora per meglio comprendere il mondo: una lente, per guardare “fuori dalla finestra”. Questo è evidente in particolare nel rapporto di coppia tra Devon ed Elise, che non è per nulla stereotipato: una relazione di amore e la passione, ma che convive con le piccole delusioni e i fraintendimenti che sperimenta chi vive nel mondo reale.

“Lei, conscia di quel che realmente aveva percepito il suo amante in quella fatidica sera, si era chiusa in una cella mentale. Essa era difesa da muri di orgoglio, paura e insofferenza.” (3- Il Seminterrato del Poliziotto)

Ci sono i mostri e sono raccapriccianti, fanno una paura del Diavolo. Alla fine quello che ho odiato di più però è Steven Walkott.

Cosa posso aggiungere?

Che mi piaciuto molto, Bellard Richmont. Con questo ti sei meritato un posto in Paradiso, parafrasando William Burroughs in “Drugstore Cowboy”.

Anche se ho i miei dubbi che ti lascino entrare.

Ben fatto.

 

 

  • Città immaginifica del poemetto incompiuto di Samuel Taylor Coleridge (1772-1834), “KUBLA KAHN” o “Visione in un sogno”.
  • Le confessioni di un mangiatore d’oppio, Thomas De Quincey (1785-1859)
  • Trappola esplosiva attivata dal movimento

 

Recensione a cura di Lorenzo Basilico

Editing di Elena Galati Giordano

 

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