Recensione “CUORE DI TUFO” di Giuseppe Chiodi

Ossessione, superstizione e magia nera. È il vortice in cui sprofonda Pietro Cimmino, il proprietario di un negozio di antiquariato, nel tentativo di riprendersi sua moglie. La separazione l’ha fatto impazzire; l’incontro con Dafne, studentessa beneventana, gli riaccende la fiducia in sé stesso. Ma quella misteriosa ragazza scatena la gelosia della Bella ‘Mbriana, a cui l’uomo è devoto. E quando la piccola Sonia, figlia di Pietro, viene coinvolta dalle forze oscure scoperchiate dal padre, egli varca la linea che separa la realtà dall’immaginazione, la città dal sottosuolo, per salvare lei e sé stesso. Una fiaba dark fatta di riscatto e identità. C’è solo un avvertimento di cui tener conto: non fidatevi del monacello

 

Alcuni romanzi, presentano delle connotazioni tanto particolari, che recensirli diviene molto difficile.

“Cuore di Tufo” è sicuramente uno di questi, infatti è stato necessaria la lettura del romanzo da parte di entrambe le blogger, e si tratterà quindi di una recensione firmata a quattro mani,  per poterne concretizzare a pieno i pregi e i difetti che lo caratterizzano, e questo già da se, rende questo libro, un testo unico nel suo genere.

Fatta questa doverosa premessa, procediamo con l’esposizione di quello che è il nostro parere su questo originalissimo romanzo.

Se c’è una città dove le superstizioni, le credenze popolari e le figure esoteriche rivestono un ruolo fondamentale nelle tradizioni (e, spesso, anche nella quotidianità), quella è Napoli.

Giuseppe Chiodi, giovanissimo autore, è napoletano verace e attinge a piene mani a questo bagaglio immenso per dare vita e forma al suo romanzo.

Il libro ha come incipit un canto popolare napoletano. Ci troviamo istantaneamente catapultati nel cuore pulsante partenopeo e lì resteremo per tutta la durata del romanzo. I dialoghi tra il protagonista e le varie comparse sono spesso anch’essi in napoletano, così come la descrizione di alcuni luoghi. Ci è tornato in mente, leggendo, l’ultimo film di Ferzan Ozpeteck, “Napoli velata”:  abbiamo riassaporato un po’ della stessa atmosfera e di questo rendiamo merito all’autore, che così facendo ha reso la città quasi un personaggio vivente, di certo il fulcro dell’intera storia.

La caratteristica che maggiormente abbiamo apprezzato in “Cuore di Tufo” è  l’aver costruito la trama su tutte quelle tradizioni spesso derise e addirittura dimenticate che  sono parte integrante della cultura di Napoli.

Giuseppe Chiodi ha modellato il suo romanzo senza andare a pescare nella mitologia di paesi e culture estere ma, finalmente, fruendo di tutto ciò che la sua città offre, da sempre, attualizzandolo e in qualche modo valorizzandolo,  facendoci entrare in contatto con il mondo dell’occulto che, come dicevo, è una parte fondamentale della cultura partenopea.

Il protagonista è Pietro Cimmino, antiquario proveniente da una famiglia agiata, che sta sperperando il suo patrimonio per finanziare ricerche riguardo le origini della sua famiglia. un uomo ossessionato della sconfitta, che ha perso la sua battaglia con la vita, che trova nell’occulto uno scudo dietro il quale ripararsi, per affrontare una vita esterna fatta di insoddisfazioni, precarietà e insicurezze,  che altrimenti non riuscirebbe ad affrontare.

La recente separazione dall’amata moglie lo ha prostrato, facendogli perdere il contatto con la realtà e portandolo a trascurare la figlia, la piccola Sonia, l’unica luce della sua vita.

Pietro è profondamente superstizioso. Si affida all’oracolo della Smorfia per giocare d’azzardo; pratica fatture indirizzate alla ex moglie, cerca formule magiche e maledizioni, apparecchia sempre la tavola per un’ospite invisibile (di cui vi parlerò tra poco).

La sua devozione alle tradizioni e la profonda conoscenza di queste gli sarà di enorme aiuto nell’evoluzione della storia e gli permetterà di compiere gesti di cui non si sarebbe mai ritenuto capace.

Oltre a lui, questo libro ci presenta tre personaggi che fanno parte della cultura “magica” partenopea e che diventano veri e propri comprimari. La Bella ‘Mbriana, spirito femminile guardiano della casa: è proprio per lei che Pietro prepara il posto alla sua tavola, ogni giorno; ‘O Monaciello, spirito contraddittorio capace di atti generosi ma anche di terribili ritorsioni se non viene ripagato per i suoi favori; la Janara, strega della più antica tradizione campana, entità demoniaca che esercita il suo potere negativo soprattutto sui bambini, recando loro malanni.

Ci vengono tutti presentati, uno dopo l’altro e la componente fantastica prende presto il sopravvento, diventa la nota distintiva del romanzo.

I punti di forza di Chiodi, sono assolutamente i suoi protagonisti e la descrizione delle ambientazioni, che diventano vere dinnanzi all’occhio del lettore, che riesce a percepirne persino gli odori e i suoni.

Le prime pagine del romanzo riescono a conquistare e a tenere con il cuore che palpita all’impazzata, il lettore incollato al libro, incitandolo a proseguire la lettura, con uno stile strutturato su periodi brevi e incisivi e una perfetta miscela di dialetto napoletano con un linguaggio ricercato e impeccabile.

Il ritmo è incalzante, in alcuni tratti persino troppo, infatti man mano che ci si avvicina al finale, si vive una sorta di smarrimento.

I cambi di scena sono talmente rapidi da lasciare storditi e vagamente confusi e ci si impiega un po’ a ritrovare le fila, poiché sembra manchino dei dettagli che ci aiutino ad orientarci all’interno della storia.

In alcuni tratti, abbiamo avuto la sensazione di trovarci di fronte a un videoclip musicale, dai colori sgargianti, dagli stacchi rapidi e netti e dal ritmo quasi caotico

Non conoscevamo nulla della mitologia e delle tradizioni che vengono narrate, e  proprio per questo  è stato faticoso orientarci nella narrazione, senza le numerose ricerche svolte durante la lettura.

Se dobbiamo trovare un “difetto” al romanzo, a parer nostro è questo:

se è vero che leggere della Bella ‘mbriana o di altre figure a lei simili, per un lettore campano o comunque già informato su queste leggende, può essere appassionante, a chi come noi  non ha alcuna nozione in tema manca una contestualizzazione o anche una spiegazione che possa far entrare meglio nel contesto il lettore.

Tirando le somme, quindi, possiamo dire che “Cuore di tufo” è un romanzo interessante e particolarmente gradevole

Un piccolo consiglio: forse, con una breve prefazione introduttiva che aiuti il lettore ad orientarsi nel mondo esoterico e “magico” napoletano, la lettura risulterebbe ancora più semplice e sicuramente ancora più piacevole.

 

Recensione a cura di Letizia Rossi ed Elena Galati Giordano
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