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Recensione “L’ARCHIVIO DEGLI DEI” di Miriam Palombi a cura di Alessia Cerbara

Una maledizione antica ha originato una scia di sangue che attraversa i secoli. Macabri omicidi rimasti insoluti. La Galleria degli Uffizi mostra opere d’arte che custodiscono inquietanti rivelazioni nascoste nelle loro pennellate. Un segreto pericoloso, taciuto da alcuni e rincorso da altri, che renderà l’uomo simile agli Dei. Un’insidiosa caccia al tesoro disseminata di trappole mortali dalle quali ci si potrà salvare soltanto grazie ad astuzia e conoscenza.

“Nel buio del proprio intelletto l’uomo ricerca la via” ci dice Miriam Palombi e, credetemi, questa frase vi accompagnerà per tutto il libro restandovi tatuata dentro. Tutt’ora mi rimbalza nella testa e non mi lascia. Ho letto il suo libro in un momento personale particolare, di transizione e, mai periodo è stato più giusto. Ognuno di noi insegue o attende qualcuno o qualcosa e qui, con l’autrice, si è alla ricerca di un tesoro prezioso e di un riscatto.

Riscatto  da una maledizione di famiglia che si tramanda seminando dolore e morte, in un arco temporale che va dal 1587 fin quasi ai giorni nostri. Alcune analogie con il mio trascorso, mi hanno fatto vivere l’opera ancor più intensamente, in ogni sua pagina, tanto da percepire soddisfazione e sorpresa alla fine e, allo stesso tempo, desiderio che dopo quell’ultima pagina in realtà, ve ne fossero molte altre.

“La discesa in Paradiso e la salita agli Inferi” mi ha fatto da subito comprendere, che mi stessi per cimentare in una piccola chicca del thriller ragionato in ogni sua frase e concetto e infatti cosi è stato.

La trama, pulita e senza sbavature è un intreccio che si avviluppa su se stesso come le spire di un serpente: è complessa, ricercata e riesce a coinvolgere il lettore completamente senza mai stancare; i rimandi storici, esoterici, alchemici e, soprattutto, della storia dell’arte sono sapientemente presentati e denotano una cultura personale dell’autrice che meritano profonda ammirazione.

La descrizione delle opere d’arte, in particolar modo dei dipinti, è talmente minuziosa e perfetta che è come fossero disegnate sul libro invece che presentate a parole.

Il ritmo è incalzante, diretto, senza fronzoli e non lascia respiro tanto che, in alcuni momenti, ho sentito la necessità di fermarmi per prender fiato.

Trappole e trabocchetti disseminati con minuziosa accuratezza tra le pagine, aiutano a mantenere alta l’attenzione del lettore che, sentirà il bisogno di utilizzare l’astuzia e l’ingenio al fine di scoprirne la soluzione.

L’io narrante in terza persona è quasi d’obbligo tanta è l’emozione che viene evocata e ti trasporta:  si ha la sensazione di venir quasi risucchiati nel libro al fianco dei personaggi.

I personaggi: questi ultimi sono descritti in modo preciso sia nei tratti fisiognomici che emotivi e ci accompagnano alla consapevolezza di chi sono e cosa vogliono. Ognuno di loro ha un suo significato preciso e puntuale e viene mosso e presentato evocando sentimenti, ragionati a priori dall’autrice.

Plauso particolare va dato alle ambientazioni che, a mio modo di vedere, la fanno da padrone: sono raccontate in modo dettagliato, rapido e particolarmente stimolante. Tale è la capacità dell’autrice di renderle reali, da far provare al lettore la sensazione di trovarcisi all’interno e di vivere le emozioni che il luogo descritto provoca.

Per tutta l’opera, vengono: mescolate con mirabile astuzia, realtà e finzione, stuzzicata la giusta curiosità, mantenuta viva la precisa dose di suspense e trasmesso quel pizzico di agitazione che accompagna a una fine che dire geniale è il minimo, forse anche riduttivo.

L’ autrice gioca sapientemente col tempo che, ineluttabile, conduce verso l’unica conclusione plausibile:  la dualità del bene e del male che in ognuno di noi dimora e può prevaricare conducendo a una fine piuttosto che un’altra.

Questa dicotomia ci viene presentata in un preciso momento.

Quel momento e non altri, in cui avremmo dovuto comprendere eppure non abbiamo capito e questo, per me, denota genio indiscusso.

Un po’ come J. K. Rowling che in Harry Potter pone sul boccino d’oro una scritta: “Mi apro alla chiusura” essa è li, sin da subito eppure fino alla fine non si riesce a comprenderne il significato…ecco questo è il medesimo effetto stupefacente che ha saputo trasmettere Miriam Palombi alla fine del libro.

Non è solo la sorpresa a colpire, ma anche il grande significato che ella vuole trasmettere che entra dentro e lascia scombussolati: il tesoro tanto agognato e ricercato, la nemesi familiare intimamente fuggita o voluta cancellare, si dissolvono nell’acqua purificatrice che tutto inonda e porta via ma, soprattutto, nella presa di coscienza di chi si è, di cosa si desidera davvero e delle priorità che si decide di mettere dinnanzi ad altre.

Questo libro mi ha colpito piacevolmente e lo consiglio calorosamente a chiunque, amanti del genere e non: io stessa leggerò altro di questa autrice silenziosa, che ti sorprende e che in punta di piedi lascia orme indelebili nella mente del lettore.

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