Recensione “LA FIAMMA AZZURRA” di Daniele Viaroli a cura di Sara Canini

sinossi

Esiste un luogo, al di là del tempo e dello spazio, dove tutti i mondi si sfiorano e un uomo può scivolare oltre il sottile velo che divide una dimensione da un’altra.

È proprio in quel luogo che Jake, un liceale come tanti, viene trascinato da un misterioso viandante che, ferito, bussa alla porta di casa sua.

E’ l’inizio di un’incredibile avventura in un universo popolato da robot filosofi, folletti privi di senno, scienziati codardi, navi volanti e dolci animali dai poteri straordinari.

La battaglia per proteggere il multiverso dall’oblio ha inizio.

recensione

Immaginate di trovarvi nel bel mezzo di Roma. Non tutti hanno avuto la fortuna di vedere la capitale e solo in pochi l’hanno vissuta abbastanza da comprendere il disagio di certe situazioni. È difficile spiegare a un forestiero quanto sia caotico e destabilizzante sostare in un punto che non è un vero incrocio, ma che allo stesso tempo collega quattro o cinque zone super trafficate.

Ecco, siete all’incrocio con la prima marcia inserita, pronti a partire. Allo stesso tempo, immaginate di essere scudati da una bolla trasparente che vi avvolge e vi protegge: una specie di cerchio magico delimitato dal sale, che tutto può e tutto purifica.

Benvenuti a Crocevia.

No, non siamo su autostrade.it e nemmeno su un sito dedicato alla wicca.

Parliamo di un dettaglio che si rivela una delle trovate più originali contenute nelle nuove proposte editoriali di quest’anno. Il libro in questione è “La fiamma azzurra”, edito da Dark Zone Edizioni, e firmato dall’esordiente Daniele Viaroli.

Uno scritto godibile, che spesso strizza l’occhio alla cultura pop e che, tra riferimenti e qualche citazione nemmeno tanto velata, riesce ad accalappiare sia l’attenzione del lettore più giovane e open mind, che quella di che ha abbastanza cerchi nel proprio fusto da sapere chi sia Clint Eastwood (perché no, non è così scontato che i giovani d’oggi lo conoscano). Ciò è possibile anche grazie allo stile brillante che avvicina soprattutto i periodi narrativo-descrittivi alla piacevolezza del parlato informale. Sembra che l’autore si rivolga in modo confidenziale a chiunque lo stia ascoltando e questo trattamento, questa familiarità con cui vi si rivolge, non fa altro che favorire una discesa dolce nella storia stessa. Tale confidenza permette al testo di procedere in maniera fluida, senza particolari intoppi, con forse qualche spiegazione di troppo nelle pagine iniziali, ma questa è l’altra faccia della medaglia del fantasy: bisogna calarsi in dimensioni totalmente differenti dalla realtà, con regole completamente nuove, quindi l’introduzione di qualsiasi libro fantasy è sempre –per forza di cose- ricca di descrizioni particolarmente scrupolose.

Seppur a tono, restando comunque fedele al proprio ruolo di burattinaio, l’autore aumenta la sensazione di inclusione in una storia che, almeno all’inizio, lascia un po’ disorientati. Il motivo? Il lettore si ritrova nel bel mezzo di una scena d’azione che –se si leggesse la storia al contrario- avrebbe il sapore di scontro epico tra personalità imponenti.

Parallelamente, viene presentata anche l’ambientazione e i personaggi principali. La prima vede nella città/regno di Crocevia un vero e proprio punto di riferimento, sia narrativo che stilistico: infatti, si tratta di una stazione comunitaria tramite cui ogni dimensione entra in contatto con le altre; una sorta di Svizzera immaginaria che fa da base d’interscambio tra le varie realtà del Multiverso. Inoltre, per importanza, simbologia e maestosità, ricorda vagamente la famigerata torre della serie “La Torre Nera” di Stephen King.

Per quanto riguarda i personaggi, che rappresentano il vero punto di forza de “La fiamma azzurra”, la caratterizzazione fantasiosa è ciò che sorprende di più. Al di là degli archetipi narrativi classici, che spesso nel fantasy sono così marcati da apparire quasi stucchevoli, in questo scritto i ruoli vengono del tutto coperti da personalità così piacevolmente folli e imprevedibili da risultare adorabili. Spesso ci imbattiamo in eroi, spalle e guide che ricordano i soliti Potter e Gandalf, mentre qui abbiamo così tante particolarità da dimenticare la figura del mentore fotocopia di Silente.

Il protagonista, il sedicenne Jake, è decisamente meno incantato e sprovveduto di Harry Potter e questo lo rende più simile all’intraprendente Percy Jackson di Rick Riordan (non a caso, un autore americano). Come quest’ultimo, Jake si sveste dei panni un po’ kitch full british che allontanano ormai Potter dagli adolescenti che imbracciano libri fantasy. Che il maghetto della Rowling sia un po’ fuori moda? Assolutamente sì, perché l’informalità e la naturalezza di Jake somigliano moltissimo alla routine di un ragazzo comune, che si ritrova la vita sconvolta da un soggetto che tutto sembra meno che una guida.

E qui si arriva al personaggio di Skald, uno dei migliori – se non il migliore in assoluto- un po’ pirata e un po’ bandito, che non appare come mentore illuminato e infallibile, bensì come povero disgraziato che si presenta al lettore quasi in fin di vita. Tutto ciò svecchia l’idea di guida onnipresente e onnisciente che probabilmente ha fatto il suo tempo e che rende l’autore mai nostalgico di un passato letterario che può ispirare, ma che di più ormai non fa. Ecco l’originalità de “La fiamma azzurra”: la capacità di andare oltre gli archetipi, producendo una storia a sé stante e non l’ennesimo remake che scimmiotta un classico.

A margine, troviamo un ampio stuolo di personaggi ed elementi fantastici che si intervallano nella vicenda (o che la strutturano), che interagiscono in maniera del tutto naturale, senza alcuna forzatura.

I numerosi spunti di riflessione suggeriti dall’autore mostrano che nel testo vi è molta più profondità intellettuale di quella che si pensi, ma la verità è che tale spessore si percepisce già nel momento in cui si descrive l’Oblio: arma di distruzione che ha il potere di inghiottire il Multiverso e che, sfortunatamente, è sistemata nelle mani di colui che non rifugge il Nulla. A tal proposito, il personaggio dichiara di non aver paura del niente che avvolgerebbe il tutto, perché “io voglio solo svanire”. Dichiarazione violenta quanto quieta; intensa perché fa sprofondare il lettore nel malessere cosmico di chi vive la depressione e che, per questa, vuole solo scomparire. Una frase che va oltre qualsiasi minaccia fatta dal villain di turno, perché con sole quattro parole mostra quanta poca smania di potere abbia e quanto poco interesse ci sia nei confronti del proseguo stesso anche della propria vita. Chi legge è consapevole di essere vittima non di un tiranno, bensì di un disperato… e a volte, i disperati sanno essere più crudeli dei cattivi stessi.

Lettura consigliata a qualsiasi tipo di pubblico, ma indirizzata a chi può e vuole fare questo genere di riflessioni.

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