Terza tappa Blogtour “IL BOSCAIOLO” di Paola Marchese – Il ruolo della donna nel medioevo

Il ruolo della donna nella società è da sempre un argomento di discussione spinoso, in grado di scuotere le coscienze e mobilitare le menti.

Non esiste un periodo storico in cui la donna non abbia dovuto lottare per vedersi riconoscere dei diritti, che dovrebbero esserle riconosciuti senza alcun indugio.

Ancora ai giorni nostri, nonostante le numerose lotte e gli anni trascorsi, non si può di certo affermare che la donna abbia un ruolo paritario a quello dell’uomo o che possa dire, a gran voce, di avere gli stessi diritti.

Siamo ancora soggette al giudizio di una società bigotta che pretende di decidere a tavolino quale sia il modo migliore di essere donna, che pretende di determinare delle caratteristiche univoche che indichino l’unico modo possibile di esserlo.

Fatta questa premessa però, è necessario ammettere che, grazie al coraggio, alla determinazione e alla forza delle nostre antenate, oggi la nostra generazione di donne, ha molte più libertà di quante potessero anche solo sperare di avere loro.

Facciamo quindi un salto nel passato, facendo scorrere le lancette del tempo al contrario fino al medioevo, epoca buia e piena di mistero in cui le donne erano solo oggetti di bell’aspetto, vincolate in schemi ben precisi e totalmente private della loro naturale libertà.

Paola Marchese nel suo romanzo “Il Boscaiolo” ci porta a conoscere usi e costumi della Sicilia medioevale, in particolare nel periodo storico dei “Vespri”.

La protagonista Lidia è una giovane baronessina viziata, testarda e antipatica.

Lidia vive nel suo castello, abituata agli agi della nobiltà, e poco le importa di conoscere ciò che accade all’esterno delle sue mura sicure, ma, purtroppo, gli eventi decideranno per lei un destino diverso.

L’autrice affida agli altri personaggi la narrazione dei fatti ed essi, raccontandosi alla protagonista, le fanno conoscere ciò che le ruota attorno.

Questa scelta è a parer mio particolarmente indicativa per iniziare a porre le basi di un discorso riguardante la condizione della donna in quel particolare periodo storico.

E’ costretta, infatti, a vivere il mondo attraverso gli occhi degli altri, similitudine della relegazione sociale vissuta in quell’epoca da tutte le donne.

La donna nel medioevo è privata di quasi tutte le libertà.

 

“E oltretutto ella, appena sedicenne in un’epoca in cui non le era consentito avere delle idee, come avrebbe potuto contrastare le decisioni degli uomini della sua famiglia, se anche le fosse stato consentito di parlare?”

 

Con questa citazione tratta dalle prime pagine del romanzo, Paola Marchese, mette in luce la condizione della Donna nella sua interezza.

Fisicamente deboli e moralmente fragili, le donne nel Medioevo erano viste come esseri da proteggere, sia dagli altri che da se stesse.

Che fossero esse nobili, contadine o religiose di un convento, erano sottoposte alla sorveglianza e guida degli uomini.

Nemmeno a seguito di una vedovanza, era loro concesso di sostenere un’attività poiché, ogni amministrazione, doveva per legge essere diretta o integrata da un uomo.

Sottoposte costantemente a un profondo svilimento morale, sottolineato alla perfezione dall’autrice, la donna non aveva libertà di scelta su nulla.

Costrette a sorridere senza mostrare i denti per non storpiare il volto, a camminare a testa bassa e a tenere gli occhi socchiusi, per non incrociare sguardi altrui o non lasciar trasparire espressività alcuna, esse erano oggetti, merce di scambio utili agli uomini per poter portare a termine i loro affari politici o commerciali o semplicemente contenitori utili per la procreazione

La protagonista di questo romanzo, si fa portavoce di un’emancipazione ancora lontana.

E’ dotata di spiccato intelletto e si interessa di politica dimostrando acume e divenendo, da subito, un’eroina silenziosa.

Antitesi di quel che una donna dovrebbe essere per l’epoca, viene punita e costretta a sposare un uomo rude e grezzo, che non appartiene al suo rango sociale e che le farà conoscere un mondo fatto di sacrificio e privazioni, ma che, allo stesso tempo, le farà scoprire sentimenti sconosciuti che, in altre circostanze, non avrebbe potuto vivere.

Nel suo romanzo, l’autrice dimostra grandi capacità, dandoci un testo che denota un profondo studio sul periodo storico trattato e che ci offre spunti di riflessione importanti e incredibilmente attuali.

Paola Marchese ci mostra senza mezzi termini, la prevaricazione perpetrata a danno della figura femminile nel periodo storico trattato.

Ci pone davanti alle condizioni di vita e al ruolo di “bambole” senza intelletto delle donne.

Donne senza conoscenza, private della possibilità di studiare, volutamente ignoranti.

Donne oggetto, donne di proprietà di chiunque meno che di se stesse, donne negate, donne indottrinate dalla società che quello fosse l’unico modo giusto di esser Donne.

Donne che hanno saputo nel loro piccolo ribellarsi e far sentire la loro voce, sussurrata nell’orecchio delle loro figlie, e poi ancora delle nipoti, di generazione in generazione.

Donne che hanno tenuto lo sguardo basso, per permettere a noi di capire chi siamo e dove desideriamo arrivare e, soprattutto, come non dovremmo mai essere trattare.

 

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Recensione Blog Tour del racconto “Cuore di Mamma” tratto da “WC TALES-Brevi storie per una sana e corretta attività intestinale” di Vincenzo De Lillo a cura di Elena Galati Giordano

Sette racconti si snodano attraverso questo libro, che, con saggia ironia, descrive situazioni assurde, tragiche, comiche o imbarazzanti…
Protagonisti alle prese con una quotidianità non sense, paradossi e cruda comicità. Uomini e donne di tutti i giorni, che dietro la banalità della azioni giornaliere, nascondono verità che lasceranno il lettore a bocca aperta.

L’ironia è un’arma potentissima, una lama sottile e tagliente che dissimula la vera natura di un fatto alterandolo, spesso in modo dissacrante o paradossale, con lo scopo di sottolinearne la reale gravità.

L’ironia è per pochi, poiché pochi la comprendono e ancor meno hanno l’acume mentale necessario per poterla utilizzare senza cadere nell’ovvietà.

“Cuore di Mamma” è un racconto breve, nel quale l’autore affronta con freddo distacco un tema difficile come il cannibalismo.

Lo stile di scrittura è quello tipico di De Lillo: asciutto, composto da periodi brevi che scandiscono il ritmo rapido e incalzante ma regolare, come il ticchettio frenetico della lancetta dei secondi di un orologio.

A differenza di quanto possa sembrare, nulla è lasciato al caso: ogni parola, ogni virgola, assume un significato specifico, con lo scopo di enfatizzare la crudeltà dell’argomento trattato.

In questo racconto ci troviamo di fronte a un giovane uomo problematico, un cannibale, che adesca le sue vittime tra i dimenticati, tra tutte quelle donne sole che nessuno cercherà mai.

Le descrizioni, che con secca e gelida precisione narrano i movimenti e i pensieri del protagonista, sono uno schiaffo fortissimo che ci colpisce in pieno viso.

Se da un lato si ha la sensazione di essere osservatori di una scena fittizia, dall’altro non si può fare a meno di percepirne la veridicità e comprendere che, celati dietro uno Humor nero come la pece, si nascondono fatti reali.

La mente umana cerca di insabbiare e tenta di non credere che alcuni fatti possano avvenire, ma De Lillo li sbatte in prima pagina, glaciale come un giornalista di cronaca nera, ironico come un bravo commediografo.

A fare da sfondo alla crudeltà della tematica principale, una madre compassionevole.

Al cuor non si comanda; l’amore di una mamma è insostituibile ed è in grado di perdonare anche le perversioni più malate di un figlio che, in ogni modo, tenterà di proteggere.

Vincenzo De Lillo mette su carta tutta la sua maestria nel gestire l’arte dell’ironia, acuta quanto complessa, affrontando con leggerezza spietata argomenti forti e difficili.

Ci regala un sorriso, dal sapore aspro e tagliente sì, ma in ogni caso un sorriso e, nel contempo, ci offre un’opportunità enorme: la possibilità di pensare.

 

Blogtour “Euridice” – 5° tappa Recensione


Euridice si innamora perdutamente di Orfeo, figlio della musa Calliope. La musica di Orfeo incanta tutti ed Euridice sembra vivere solo per lui. Un giorno la donna viene morsa da un serpente e sprofonda negli Inferi dove, grazie all’aiuto di Persefone, apre gli occhi sulla vita che aveva appena lasciato.

 Il significato di questa storia è leggibile su più livelli. Il mito, in particolare, non è una favola ma qualcosa di più potente, pervaso da un linguaggio simbolico che aiuta a incanalare le intuizioni insite nell’essere umano con l’obiettivo di trasformarle in conoscenza di qualcosa di più profondo di quel che la realtà mostra. Con estrema sensibilità Romina Bramanti riscrive questa eterna storia, la reinterpreta e ne ricolloca tutto il senso dal punto di vista di Euridice, facendo una profonda analisi dell’animo umano, servendosi di un linguaggio poetico che fa vibrare le emozioni nascoste fra le righe semplici.

“Si prendeva un sentiero in salita attraverso il silenzio, arduo e scuro con una fitta nebbia. I due erano ormai vicini alla superficie terrestre: Orfeo temendo di perderla e preso dal forte desiderio di vederla si voltò ma subito la donna fu risucchiata, malgrado tentasse di afferrargli le mani non afferrò altro che aria sfuggente. Così morì per la seconda volta ma non si lamentò affatto del marito (di cosa avrebbe dovuto lamentarsi se non di essere stata amata così tanto?) e infine gli diede l’estremo saluto.”

(Ovidio, Metamorfosi, IV, 53 sgg)

Il mito di Orfeo ed Euridice narra di un amore senza tempo, un amore viscerale e unico, che spinge a scelte estreme, persino a sfidare la morte.

Nella versione classica è Orfeo a raccontarci il suo supplizio interiore.

Il dolore per la perdita della sua sposa Euridice, morsa da un serpente e trascinata negli inferi.

Gli  inferi, che Orfeo decide di discendere, per riprendersi ciò che è suo, per riprendersi la sua amata.

Un patto semplice: Orfeo può portarla via con sé, riportarla in vita, ma non dovrà mai voltarsi indietro durante la risalita.

Un patto non rispettato: la curiosità, la necessità di guardarla. Orfeo si volta e vede la sua amata Euridice svanire e morire per la seconda volta.

Orfeo ci rivela tutto il suo dolore per la perdita del suo amore, lo strazio causato dai sensi di colpa, ma che ne è di Euridice? Quali sono i suoi sentimenti? Quali i suoi tormenti?

Romina Bramanti capovolge il punto di vista, ed è proprio a lei, la sposa tanto amata e desiderata, la donna morta e caduta negli inferi per ben due volte, che l’autrice affida la parola nel suo “Euridice”.

Non è mai semplice, rivisitare un mito così ben conosciuto e incasellato nella storia, ma Romina ci riesce, con una lettura originale che pone al centro dell’attenzione la donna, stavolta protagonista principale.

Euridice ci porta con sé a conoscere la storia con i suoi occhi, vivendo le sue emozioni e tutti i suoi turbamenti, che grazie alla scrittura avvolgente e dell’autrice divengono anche quelli del lettore.

Romina, con grande sensibilità e con un linguaggio ricercato e profondamente poetico, ci porta ad analizzare la storia guardando oltre, superando le apparenze e spingendoci a cercarne un significato più profondo, introspettivo, personale.

“Euridice” è un’esperienza di lettura straordinaria, a tutto tondo.

Perché, mentre veniamo cullati dalle parole straordinariamente ben scritte da Romina, Laura Bazzechi restituisce ai nostri occhi ogni immagine, attraverso le illustrazioni dal grande potere evocativo.

Infine, la bellissima copertina cartonata e la possibilità di leggere la medesima storia anche in inglese rendono il volume un vero gioiello.

“Euridice” è un mito d’altri tempi, riletto con occhi nuovi e moderni.

Una favola adatta a tutti, che merita di essere sfogliata e letta, per sognare un po’, per conoscersi e per rivivere la magia del passato.

 

Recensione a cura di Elena Galati Giordano

 

Giustiniano I (lat. Flavius Petrus Sabbatius Iustinianus) imperatore d’Oriente. – Nipote (Tauresium, presso Skoplje, 482 – Costantinopoli 565) dell’imperatore Giustino I; di famiglia illirica romanizzata, il 1° apr. 527 fu adottato e associato al potere dallo zio.

Giustiniano, convinse lo zio Giustino ad abrogare la legge che  impediva ai membri del senato di avere spose che non fossero del loro stesso status sociale, cosi nell’agosto  del 527, a seguito della morte dello zio e della sua salita al tronosposò Teodora donna di infima condizione, con un passato da attrice, ma di grande bellezza e intelligenza.

Uomo dalla forte personalità, in politica interna ed estera si applicò ad attuare un programma di restaurazione imperiale, fortemente influenzato dalla moglie.

Coprotagonista nel romanzo “Teodora, la figlia del circo” Giustiniano, viene raccontato dall’autrice, Mariangela Galatea Vaglio, nel suo percorso di vita, già a partire dall’arrivo in giovane età a Costantinopoli.

Uomo intuitivo, intelligente e esperto nel campo politico e anche giuridico, apparentemente disinteressato e distaccato risulta all’occhio del lettore come un uomo freddo e un capace calcolatore, in grado grazie alla sua arguzia e prontezza intellettiva di scalare la piramide del potere.

Giustiniano, fu l ‘imperatore che promosse la raccolta di tutte le leggi del diritto romano

Per quasi quarant’anni, nel 6° secolo, Giustiniano resse con grande impegno ed energia le sorti dell’Impero Romano d’Oriente. La sua eredità più duratura fu il riordinamento del diritto romano nel Corpus iuris civilis.

Durante il suo impero dovette affrontare diverse questioni, tra le principali, la religione.

Giustiniano applico una politica di lotta ferrea contro pagani ed eretici, portando avanti il suo credo.

La ricostruzione storica dell’autrice di questo personaggio è molto accurata e attraverso il suo romanzo abbiamo la possibilità di conoscere l’Imperatore in maniera più intima ed entrare quasi nella sua mente, facendo un improvviso salto nel passato e vivendo vicende della nostra storia e una parte delle loro emozioni.