Recensisce il lettore – IL RISVEGLIO DEL LUPO di Barbara Repetto a cura di Lorenzo Basilico

 

 

 

SAN PATRIZIO, PREDATOR E IL FANTASY

Non eravamo merce pregiata, e le nostre brevi vite si sarebbero estinte tra affanni e tormenti. Se fosse successo troppo in fretta, l’ennesimo cliente insoddisfatto avrebbe preteso l’equo rimborso.

Pádraig San Patrizio a 16 anni venne rapito dagli uomini del re Niall e fu venduto come schiavo a Muirchu, re del Dál Riata, territorio popolato da genti irlandesi. Qui apprese la lingua gaelica e la mitologia celtica. Trascorse sei anni in cattività, durante i quali maturò la conversione al cristianesimo.

La cattività e la condizione di servitù con cui si apre il romanzo sono metafore potenti. La perdita degli affetti e la prigionia rappresenta una lacerazione, ma sono, in contemporanea, come in San Patrizio, il primo motore dell’introspezione e dell’evoluzione di Cederick

La caduta della sua casata è la leva con cui il destino incrina la crisalide di un’esistenza fino ad allora privilegiata. Il rapporto con il cavaliere non solo lo salva da un’esistenza di sottinteso degrado, ma rappresenta per il protagonista molto di più. Ben più che il fuoco della vendetta, Ser Nemo (Nessuno) e il viaggio che con lui Cederick intraprende sono lo strumento con cui l’identità del ragazzo si tempra e raffina come una lama nella forgia. È una relazione conflittuale, fredda e calda insieme, ma mai statica, attraverso cui il giovane si depura pian piano dalle scorie del rancore, dall’egocentrismo, dall’arroganza della gioventù che Barbara descrive con vivida, Kinghiana immersività.

La prosa è semplice, scorrevole, con pennellate di termini dal sapore arcaico (“irto”, “ghermì”) che contribuiscono all’atmosfera del romanzo, senza scadere nell’abusato manierismo di cui si è testimoni in romanzi analoghi.

Ma questo non ci spaventa.

Un lettore esigente capisce subito infatti che non si tratta di uno delle tante opere di genere effetto cartonato, in cui sagome in penombra scimmiottano la sostanza, abbagliando con scaglie di draghi iridescenti e piume di angeli tardo adolescenti.

“Il risveglio del lupo” è un fantasy psicologico e concreto, maturo. È, soprattutto, un libro denso della morale vera, non quella sbandierata dai quotidiani: quella che dovrebbe guidare non solo i ragazzi ma gli uomini e le donne di oggi. Il coraggio, la necessità di prendersi la responsabilità delle proprie azioni, di abbandonare l’egoismo, rispettare e fare tesoro dell’esperienza altrui. Così come dei propri errori.

Nel primo volume dell’opera di Barbara Repetto paradossalmente il fantastico è quasi assente, ma ciò non ne inficia la validità. Davanti alle orde di chi preferisce qualcosa di più facile e scontato l’Autrice replica come il maggiore Alan “Dutch” Schaefer “Get to the Choppa!”, Voi andate all’elicottero!! (Arnold Schwarzenegger nell’immortale Predator 1987)

Io ho le palle per starmene qua e fare di più.

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Recensisce il lettore “DODICI PORTE” (Io sono Lunar) di Daisy Franchetto

Dodici Porte è una fiaba dark che si snoda attraverso dodici passaggi che la protagonista Lunar deve superare, scoprendo luoghi e mondi inaspettati. Inizia cosí un percorso di guarigione spirituale dalle violenze subite nel mondo reale. Un viaggio iniziatico alla scoperta delle proprie origini. I personaggi e i luoghi che Lunar incontra sono simboli generati dal suo subconscio, manifestazioni del suo dolore.
Lunar è una giovane ragazza, che una terribile notte si trova a fuggire per strade sconosciute dopo essere stata vittima di una violenza. Corre, fino a raggiungere una porta. La porta della Casa. La prima porta di un viaggio onirico che la porterà a ricostruire i pezzi della propria identità e a rimarginare le ferite subite. La ragazza tenterà di far fronte all’angoscia contando sulle proprie forze e sull’aiuto della famiglia, ma quando si ritroverà faccia a faccia con il suo carnefice, si renderà conto di aver bisogno di un aiuto che non avrebbe mai pensato di ricevere. Inizia così il percorso di guarigione all’interno della Casa, alla scoperta di personaggi e luoghi fantastici, figli della sua psiche e non solo. Dodici tappe di trasformazione. Dodici porte che si aprono una dentro l’altra.

Posseduto da un loa benigno, Vi racconto il suo libro e spiego perché è imprescindibile.

 

– Un commento in follia controllata (1) di Dale Cooper –

Io sono Lunar è un romanzo di una donna, di una madre, che offre alla figlia/o la vita. La vita con le sue meraviglie e i suoi orrori.

Lunar infatti, in seguito ad un atto indicibile ed ignobile, è invasa nello spirito e nel corpo dalla Notte Nera dell’Anima. La Dunkle Nacht nell’accezione di Meister Eckhart, che paradossalmente oscura l’anima, ma le darà (nuova) luce.

Per ritrovare la propria completezza e per non diventare un essere senza volto né memoria né scopo…

“Al suo fianco apparve una bambina con un grazioso abito rosa e due fiocchi tra i capelli, anche lei senza occhi, naso e bocca.”

…la protagonista tuttavia deve però SCEGLIERE di smarrirsi in una foresta di simboli.

Deve rivolgere i suoi passi lontano dalla vita di tutti i giorni per fronteggiare l’Altrove dove è avvenuta la lacerazione,

“Ogni porta è un’entrata in un altrove”

ma è un territorio più prossimo di quanto pensiamo: vive in noi, tra le pieghe della coscienza e le fosse delle Marianne che ne costellano le fondamenta.

Lunar si accorge fin dai primi contatti con l’Altrove che le sue logiche sono diverse; il tempo scorre diversamente da quello del metronomo: è quello di Bergson, dei cerchi delle fate.

“Guardò l’orologio. Erano le undici e mezzo. Era passata solo un quarto d’ora da quando era entrata in quella stanza. Aveva ascoltato una lunga storia e le era sembrato di essere rimasta seduta per ore […]”

Anche lo spazio dell’Altrove ha logiche e prospettive alla Escher, che mettono in discussione i postulati dalla realtà ordinaria

“Il pavimento era in pendenza sia a destra sia a sinistra e i muri erano inclinati”

Esempio perfetto è l’Albero Inverso, oppure la Casa-crisalide de LaMamà, axis mundorum.

La strada della guarigione e della Verità (אמת Emèth) è una strada di onice, quarzo ialino e turchese.

In questo cammino i passi di Lunar vengono vegliati silenziosamente dai numeri celati nelle pagine e dalla musica, diverse facce della pitagorica moneta dell’Armonia; accanto a lei invece dialogano gli archetipi riplasmati da Daisy, come novelli Virgilio che guidano la sua intuizione.

“Io sono una bestia oscura, tu sei una bestia oscura, ma non siamo solo questo.”

La prosa dell’opera è semplice, ma non naif e insapore. L’autrice giustamente non concatena una complessa Babele di proposizioni per rendere i concetti che vuole trasmetterci: richierebbe di annodare le nostre lingue e di rendere inintellegibile quello che è chiaro. La sua prosa è mitopoietica, ha spesso l’universalità della parabola e la capacità evocativa della poesia.

È un libro Eleusino (2) infatti, scritto assai bene, incoscientemente e splendidamente coraggioso, ma-

Ma io ora capovolgo la scacchiera ed ingoio le millefoglie (3), perché sono un pazzo taoista, e persino il saggio su dieci insegna nove. E mi mancano le parole, com’è giusto che sia.

Non posso dirvi cosa tenere e cosa lasciare.

Il Matto dei tarocchi è veramente impazzito per il troppo sapere? Se il vento sta già soffiando per voi o dovrete aspettare ancora, e, soprattutto, se il trucco tibetano coi sassi dell’agente Cooper funziona veramente.

Sono certo che mi basterà quello che ho trovato tra le pagine de “Le dodici porte” e sono certo che basterà anche a voi. In questa vita e nelle altre.

Ma forse è tutto uno scherzo e sto solo immaginando che mi ascoltiate, ebbro di letteratura come un poeta Tang postmoderno.

Esistiate o no, sul lago dei miei pensieri io e la Luna non possiamo che dedicarvi il mio haiku (5-7-5).

Prima che la fiasca si svuoti, che la barca si capovolga.

 

La via turchese

Apre la porta d’ombra

La madre ride

 

Grazie

 

 

(image credits cpn-blowfish DEVIANTART)
(1) Castaneda, Una realtà separata.

(2) I Misteri Eleusini erano i riti religiosi misterici che si celebravano annualmente presso il santuario di Demetra, nell’antica città greca di Eleusi.

(3) 易经, Yìjīng o I Ching, il Classico dei mutamenti, sembra aver avuto origine da antichissimi metodi di divinazione tramite le foglie di achillea.

 

Recensione a cura di Lorenzo Basilico

 

Recensisce il lettore “IL SENSO DELLA COLPA” di Daniel Di Benedetto

Il corpo avvolto tra le lenzuola, le mutandine sfilate e il sorriso di Anna che non tornerà più.

Il maresciallo Giuseppe Occhipinti deve indagare sulla morte di quella ragazza che aveva imparato ad amare come un padre e come un fratello.

Ricostruire la vita di una persona che pensava di conoscere e che scoprirà essere sempre più lontana dall’idea che aveva di lei.

Notti brave, droga, amori fugaci.

Una storia raccontata a più voci e che viaggia su binari paralleli fino a ricongiungersi in un finale dove niente è davvero quello che sembra, in un crescendo di adrenalina senza alcun filtro, sullo sfondo di una Torino mai così viva e pulsante prima d’ora.

Non è questo il primo libro che leggo di Daniel Di Benedetto e debbo dire che ogni volta mi sorprende. Si apre come un giallo ed indubbiamente ne mantiene le principali caratteristiche Sono un’amante dei gialli ma qui ho trovato ben altro. Molto di più. Non abbiamo esagerati colpi di scena, ma una storia che si dipana in diverse direzioni, con parecchi personaggi dalle differenti e particolari caratteristiche. Seppure in poche righe ogni personalità è chiara e netta, ogni personaggio si presenta agli occhi del lettore. Te li ritrovi davanti, sembrano materializzarsi, mentre leggi. Particolareggiate anche le descrizioni degli ambienti e delle azioni, una caratteristica che personalmente apprezzo molto: un autore che si sofferma a descrivere con precisione un luogo o come si svolge un’azione dimostra capacità di osservazione e desiderio di dare la suo lettore il modo di entrare del tutto nella storia. Cerco sempre di non addentrarmi nella trama quando faccio una recensione, per questo c’è la sinossi. In questo caso ancora di più, sarebbe diminuire il piacere della lettura. Perché questo è un giallo dalle sfumature intimistiche. Il rapporto che lega il maresciallo e la vittima resta il filo conduttore della storia, un rapporto nato per caso e cresciuto cullato da un sentimento pulito e profondo, una devozione reciproca che si spezza all’improvviso lasciando desolazione e il desiderio di fare assoluta chiarezza. Si strugge il maresciallo di non venire a capo dell’indagine, di non riuscire a dare un nome a chi ha tolto la vita a quella ragazza semplice e solare. Ma ci sarà una conclusione he nessuno si aspetta. Lo stile di questo scrittore è particolare, pulito e scorrevole, ma anche ricco, innovativo. Vi troverete a leggere questo libro tutto d’un fiato.
Recensione a cura di Danila Delaiti

Recensisce il lettore “REVENHUNT” di Bellard Richmont

“Una dopo l’altra, le pallottole calibro nove scorrono attraverso metallo, ossigeno, carne e sangue.
Sorvolano l’aria satura di hashish, oppio, tabacco e incenso.
I bersagli sono consci solo quando avvertono lo sparo che li rende prima sordi e poi morti.
Le teste sputano sangue e cervella, macinati dallo shock idrostatico. Vomitano piccoli geyser ematici dal foro d’uscita del proiettile.”

Un uomo e uno spettro saranno legati dalla vendetta e dall’odio verso una setta demoniaca, denominata Figli di Asmodeo.
Assieme varcheranno le soglie oscure dell’occulto e cammineranno tra i vicoli malfamati della città di Crossroad.
Semineranno sangue e raccoglieranno amare verità, fino all’abisso della dannazione.

Fin dal principio abbiamo una scelta particolare: associare i capitoli alle canzoni. Di primo acchito mi ha lasciato perplesso, ma poi ho capito che solo una Via di Canti (anche se oscura) può riportarci a noi stessi, quando iniziamo a perderci per Crossroad.

La città è un limbo tra gli interstizi della realtà, e delle realtà,  che però non riusciamo ad abbandonare. Rappresenta un crocevia, dove i vivi e i morti si siedono allo stesso tavolo.

“Attorno, tutti i tavoli sono accomunati da un denominatore: tutte le sedie sono scostate. Non sono state dimenticate, come quando qualcuno si alza di fretta. Devon capisce che sono tutte appositamente tenute lontane, pronte per far accomodare qualcuno.” (19-Legati dall’odio)

È un viaggio faustiano quello che intraprende il protagonista, ma Mefistofele è lo stesso, divorante, desiderio di vendetta che alberga in lui. Perché RevenHunt è un viaggio a cavallo del velo tra la realtà dell’uomo comune e quella sovrannaturale, tuttavia, ancor di più, incarna il violento Purgatorio di Devon. Che imperverserà devastante nel suo mondo interiore, quanto in quello fenomenico.

Il romanzo non è mero calco dei suoi modelli: inala le sue suggestioni, le fagocita come un mangiatore d’oppio nella Londra del XIX secolo.

Evidentemente non erano fan di T- Bird e della sua banda di uomini dai buffi nomi.” (21-Lasciarsi Andare)

La scrittura di Bellard è il Virgilio che ci accompagna, mentre, insieme al protagonista, ci addentriamo tra gli Inferi artificiali di Crossroad: stupefacenti, wanna-be succubi e musica anni ’90. Una scrittura dalla cifra carismatica, fatta di velluto blu e cordite; moderna nei toni ma dal sapore antico, che usa “narcotici” al posto di droghe.

“Aveva già provato gli effetti dei narcotici, ma questo è qualcosa di più.” (12-La Morte di Jason Canora)

Il velo tra il terreno e l’oltremondano si assottiglia man mano che procediamo nella lettura, e lo straniamento non è quello idilliaco della Xanadu di Coleridge (1): siamo pur sempre nella Crossroad di Bellard. È forse solo un altro visionario, De Quincey (2), che ci può venire in aiuto per descrivere la sensazioni che questo evoca l’oltrepassare quel velo, IMMERGERSI nella fredda pelle di Devon Hunt.

“For this and all other changes in my dreams were accompanied by deep-seated anxiety and gloomy melancholy, such as are wholly incommunicable by words. I seemed every night to descend, not metaphorically, but literally to descend, into chasms and sunless abysses, depths below depths, from which it seemed hopeless that I could ever reascend. Nor did I, by waking, feel that I HAD reascended.”

Bellard e Mary guidano il lettore con mano ferma in un cammino decadente ed affascinate come una città maya semi sepolta dalla giungla, seppur disseminata di booby trap (3);l’ideazione di Revenhunt è così originale e appagante tuttavia, che cadiamo sanguinanti, ma col sorriso sulle labbra.

Alcuni dialoghi sono un po’ troppo sopra le righe per me. RevenHunt non è un libro perfetto, ma nel suo genere si avvicina talmente alla perfezione, che non c’è niente che cambierei.

Quello che apprezzo infine nelle opere dell’Autore è che il fantasy è una metafora per meglio comprendere il mondo: una lente, per guardare “fuori dalla finestra”. Questo è evidente in particolare nel rapporto di coppia tra Devon ed Elise, che non è per nulla stereotipato: una relazione di amore e la passione, ma che convive con le piccole delusioni e i fraintendimenti che sperimenta chi vive nel mondo reale.

“Lei, conscia di quel che realmente aveva percepito il suo amante in quella fatidica sera, si era chiusa in una cella mentale. Essa era difesa da muri di orgoglio, paura e insofferenza.” (3- Il Seminterrato del Poliziotto)

Ci sono i mostri e sono raccapriccianti, fanno una paura del Diavolo. Alla fine quello che ho odiato di più però è Steven Walkott.

Cosa posso aggiungere?

Che mi piaciuto molto, Bellard Richmont. Con questo ti sei meritato un posto in Paradiso, parafrasando William Burroughs in “Drugstore Cowboy”.

Anche se ho i miei dubbi che ti lascino entrare.

Ben fatto.

 

 

  • Città immaginifica del poemetto incompiuto di Samuel Taylor Coleridge (1772-1834), “KUBLA KAHN” o “Visione in un sogno”.
  • Le confessioni di un mangiatore d’oppio, Thomas De Quincey (1785-1859)
  • Trappola esplosiva attivata dal movimento

 

Recensione a cura di Lorenzo Basilico

Editing di Elena Galati Giordano

 

Recensisce il lettore – Daanan. Il destino degli uomini Vol.1 di Jordan River

 

Gli Uomini, la razza dominante del mondo di Daanan, hanno rischiato l’estinzione a causa di una catastrofe antica.

Sono però sopravvissuti, sebbene disuniti, fino all’arrivo di Aeon Prime, temerario generale della Legione, capace di riunire le varie tribù e villaggi in un’unica nazione, l’Impero, ritrovando una parvenza di pace.

Non tutti, infatti, riconoscono Aeon Prime come Imperatore e in molti si oppongono alla sua opera.

Mentre sul fronte interno l’Impero cerca di trovare l’unità, dunque, ai suoi confini altre razze cercano di affermare la loro esistenza.

Ma nuove minacce si addensano all’orizzonte, e assumono l’aspetto ferino di un cervo…

Recensire un libro, esaltandone i punti di forza e sottolineando le debolezze, non è mai un lavoro oggettivo, perché i fattori da tenere a mente sono troppo variabili per restare gli stessi in eterno.

Ogni lettore ha un bagaglio culturale differente, che evolve o cambia nel tempo, che subisce l’influenza di persone, eventi o cose, ed è questo a rendere complicata l’estensione del giudizio personale ad un tempo differente dal qui ed ora.

Doverosa premessa a parte, considerando l’impatto di alcune storie e il momento in cui ci si appresta a leggerle, mi trovo a parlare di “Daanan – Il Destino degli Uomini” di Jordan River.

Il libro è edito da Dark Zone, conta 236 pagine ed è il primo volume di una trilogia assai ambiziosa: nota a margine, ma nemmeno troppo a margine, la copertina è a cura di Antonello Venditti.

Iniziare un libro come questo non è difficile: il protagonista, Ryan Rhadamantys, entra in scena già dopo qualche riga e ci permette di osservare la realtà di Daanan attraverso i suoi occhi, come in un videogame giocato in prima persona.

La verità è che il lettore si fa spirito evanescente durante l’intera narrazione e si piazza alle spalle del protagonista (fatta eccezione per l’interludio), accompagnandolo pagina dopo pagina come un passeggero muto e incapace di interagire, ma comunque propenso a ricevere gli input provenienti dall’esterno.

L’autore dimostra da subito di avere ben chiaro il profilo dell’universo Daanan e lo descrive con precisione maniacale e fluida, mai teatrale, sempre diretta e improntata a una trasparenza derivante dalla visione nitida che ha delle ambientazioni dell’opera. Le descrizioni non sono mai eccessive, si limitano ad esporre la realtà che Jordan River vede con chiarezza nella sua fantasia e, attraverso lo stile scarno, il lettore si trova bombardato di nomi, luoghi e intrighi che saranno memorizzati con l’accumularsi delle pagine lette.

Una particolarità stilistica che tengo a sottolineare è la precisione con cui l’autore riesce a descrivere i movimenti dei personaggi, senza farli apparire meccanici e pesanti: uno dei momenti più suggestivi si trova già nel secondo capitolo, con la rappresentazione intensa del rituale chiamato “La Danza delle Carte e Della Spada del Demone che Ride”.

L’autore affianca il lettore al protagonista e li lascia in balia di un’avventura che è impossibile fermare, perché composta da eventi che si susseguono in maniera imprevedibile per entrambi. Il tutto condito da elementi che per forza di cose influiscono e fanno parte della storia stessa: l’incontro con il senatore Sirio Batai, figura sapiente e simile ad un vero mentore; la rappresentazione dell’Impero degli Uomini, al cui vertice c’è il generale Aeon Prime, che tenta di riunire i territori sotto un unico regno; il richiamo frequente all’Era del Disordine e della Caduta, la quale ha preceduto la Pace e che giunge al lettore come una sorta di reminiscenza della grande guerra. Queste sono solo alcune delle componenti che fanno parte del complesso universo di Daanan.

L’interesse di ogni sovrano è quello di governare un impero vasto ed è quello che tenta di fare Aeon Prime, combinando un matrimonio d’interesse tra Vantigar Kallispar (erede dell’omonimo altopiano, zona calda del regno) e la Principessa del Nord, Lilith. Non fatevi abbindolare dal titolo nobiliare, perché Lilith non è una comune principessa: lei ha abbandonato il nord e si è trasferita nella Cattedrale delle Ombre, sull’Abisso, uno dei luoghi più oscuri e misteriosi di Prime. Lilith non ha un carattere facile: è apparentemente ribelle, irriverente, cinica e convincerla a sposare Vantigar, tenendo a mente l’inspiegabile legame che ha con Lord Upyr, sembra una missione per pochi. Forse, impossibile, ma comunque concepibile solo se a portarle il messaggio sarà il senatore Sirio. Questo, insieme a Ryan, ormai fidata guardia del corpo, affronterà il viaggio che porterà il lettore a scoprire l’Abisso.

E dopo?

Le strade di Ryan e Sirio si divideranno, perché mente il senatore sarà chiamato al fianco di Aeon Prime (intenzionato ad affrontare il leggendario Re Cervo, spirito guida –mortale o forse no- delle terre del nord), il nostro Rhadamantys dovrà scortare la principessa Lilith fino all’Altopiano di Kallispar, laddove incontrerà il futuro sposo e verrà sancita l’alleanza tra le due forze finora opposte. Ovviamente, non mancano i momenti dedicati a Lord Upyr e Laris, il giovane erede al trono: entrambi sono stati inviati dall’Imperatore sulle tracce del misterioso Re Cervo.

Tutto questo appare come una lunga introduzione e infatti, il volume primo di Daanan è il primo mattone di una costruzione molto più complessa e di una faccenda assai più intricata.

È innegabile che la caratterizzazione dei luoghi, dei personaggi e degli eventi sia il punto forte del libro e, attraverso questi, Jordan River riesce ad accendere una miccia che vediamo correre e scomparire dentro la scocca della bomba: attendiamo l’esplosione. La attendiamo, eppure ne abbiamo già toccato le forme nelle ultime pagine, che lasciano il lettore senza fiato e con la voglia di scavare dietro la quarta di copertina per vedere se c’è altro da leggere.

A mio avviso, nonostante non siano profondamente marcati gli elementi classici del fantasy (trattandosi appunto di un’introduzione), la lettura è assolutamente consigliata e vale anche l’attesa del secondo volume. Daanan è un mondo complesso e le vicende che si svolgono al suo interno sono importanti, ma il tutto è così chiaro nella mente dell’autore che il lettore scorre riga dopo riga in maniera spedita, consapevole che (gusti permettendo) la storia non sarà manchevole, annacquata o confusa.

 

 

 

Recensione a cura di Sara Canini

Editing di Elena Galati Giordano

Img: Elena Galati Giordano