Recensisce il lettore – IL RISVEGLIO DEL LUPO di Barbara Repetto a cura di Lorenzo Basilico

 

 

 

SAN PATRIZIO, PREDATOR E IL FANTASY

Non eravamo merce pregiata, e le nostre brevi vite si sarebbero estinte tra affanni e tormenti. Se fosse successo troppo in fretta, l’ennesimo cliente insoddisfatto avrebbe preteso l’equo rimborso.

Pádraig San Patrizio a 16 anni venne rapito dagli uomini del re Niall e fu venduto come schiavo a Muirchu, re del Dál Riata, territorio popolato da genti irlandesi. Qui apprese la lingua gaelica e la mitologia celtica. Trascorse sei anni in cattività, durante i quali maturò la conversione al cristianesimo.

La cattività e la condizione di servitù con cui si apre il romanzo sono metafore potenti. La perdita degli affetti e la prigionia rappresenta una lacerazione, ma sono, in contemporanea, come in San Patrizio, il primo motore dell’introspezione e dell’evoluzione di Cederick

La caduta della sua casata è la leva con cui il destino incrina la crisalide di un’esistenza fino ad allora privilegiata. Il rapporto con il cavaliere non solo lo salva da un’esistenza di sottinteso degrado, ma rappresenta per il protagonista molto di più. Ben più che il fuoco della vendetta, Ser Nemo (Nessuno) e il viaggio che con lui Cederick intraprende sono lo strumento con cui l’identità del ragazzo si tempra e raffina come una lama nella forgia. È una relazione conflittuale, fredda e calda insieme, ma mai statica, attraverso cui il giovane si depura pian piano dalle scorie del rancore, dall’egocentrismo, dall’arroganza della gioventù che Barbara descrive con vivida, Kinghiana immersività.

La prosa è semplice, scorrevole, con pennellate di termini dal sapore arcaico (“irto”, “ghermì”) che contribuiscono all’atmosfera del romanzo, senza scadere nell’abusato manierismo di cui si è testimoni in romanzi analoghi.

Ma questo non ci spaventa.

Un lettore esigente capisce subito infatti che non si tratta di uno delle tante opere di genere effetto cartonato, in cui sagome in penombra scimmiottano la sostanza, abbagliando con scaglie di draghi iridescenti e piume di angeli tardo adolescenti.

“Il risveglio del lupo” è un fantasy psicologico e concreto, maturo. È, soprattutto, un libro denso della morale vera, non quella sbandierata dai quotidiani: quella che dovrebbe guidare non solo i ragazzi ma gli uomini e le donne di oggi. Il coraggio, la necessità di prendersi la responsabilità delle proprie azioni, di abbandonare l’egoismo, rispettare e fare tesoro dell’esperienza altrui. Così come dei propri errori.

Nel primo volume dell’opera di Barbara Repetto paradossalmente il fantastico è quasi assente, ma ciò non ne inficia la validità. Davanti alle orde di chi preferisce qualcosa di più facile e scontato l’Autrice replica come il maggiore Alan “Dutch” Schaefer “Get to the Choppa!”, Voi andate all’elicottero!! (Arnold Schwarzenegger nell’immortale Predator 1987)

Io ho le palle per starmene qua e fare di più.

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Recensione “COMPITO PER DOMANI” di Nicolae Dabija a cura di Letizia Rossi

1940: a Poiana, piccolo villaggio romeno, i soldati di Stalin fanno irruzione e arrestano il giovane insegnante Mihai, spedendolo in Siberia. Maria, alunna segretamente innamorata di lui, si mette sulle sue tracce.

Dopo tredici anni Mihai, testimone di tante brutture, farà ritorno a Poiana portando con sé un nuovo motivo di speranza.

La vita continua, malgrado l’intromissione delle forze del male.

Un’intensa storia d’amore tra gli orrori del gulag.

Secondo alcuni sondaggi il romanzo Compito per domani – tradotto in diverse lingue – è il libro più letto negli ultimi cinquanta anni in Moldavia.

Il XX secolo verrà ricordato per tanti motivi e per avvenimenti che hanno segnato il corso della storia come, forse, in poche altre epoche è accaduto. Non saranno, però, solo i conflitti mondiali, la guerra fredda, la caduta del comunismo, la fine dell’apartheid, gli enormi cambiamenti politici a restare impressi nella memoria. Il secolo appena finito, sui libri di storia, sarà quello dei campi di concentramento. E subito la mente corre ad Auschwitz con il suo cancello, “Arbeit macht frei”, a Birkenau, Dachau e tanti, troppi altri nomi.
Ma l’orrore dei campi di sterminio non è stata prerogativa nazista. Lo stesso metodo, sistematico e disumano, era caratteristica dello stalinismo. La Russia e i paesi dell’Europa orientale filocomunista, sotto il governo del generale Stalin, hanno conosciuto una delle più feroci repressioni dell’opposizione politica. In quarant’anni, sono stati circa 29 milioni i deportati nei Gulag; le vittime accertate arrivano quasi a 3 milioni, anche se il numero è incerto e si ritiene che possa essere molto più elevato, considerando le esecuzioni giuridiche e le morti avvenute in seguito alla prigionia per le condizioni fisiche irrimediabilmente compromesse.

Nicolae Dabija per raccontarci la sua storia ci porta a Poiana, cittadella di contadini nel cuore della Bessarabia, a pochi giorni dall’occupazione sovietica avvenuta il 28 giugno 1940.
Siamo in una scuola, dove un giovane professore di letteratura, Mihai Ulmu, sta tenendo le sue ultime lezioni prima dell’esame finale. Mihai ama profondamente il suo lavoro e trasmette la sua passione agli alunni, ai quali non dispensa solo nozioni tratte dai libri. Egli accende in loro le scintille del senso critico, della curiosità, del pensiero e della riflessione.
È proprio la mattina del 28 giugno 1940 che quel perseguire la libertà intellettuale, sua ma soprattutto dei giovani a lui affidati, gli costerà un prezzo altissimo. Mihai viene arrestato dalle milizie sovietiche, accusato di essere “nemico del popolo”. Da quel momento inizierà la sua discesa all’inferno in quel limbo privo di logica e di umanità che è il Gulag, nella fredda Siberia. Ma non sarà solo in questo viaggio: Maria Radezu, la più brillante tra i suoi alunni, attraverserà tutta la Russia per raggiungerlo. Perché Maria ha avuto in prestito un volume di poesie dal suo insegnante e vuole a tutti i costi restituirlo. E perché Maria, di quel suo insegnante, è innamorata e, per ricongiungersi a lui, è disposta ad affrontare qualunque cosa: persino la prigionia in un campo di sterminio.

Si potrebbe pensare che un tema così difficile come la prigionia in un Gulag possa essere trattato solo con durezza, cinismo, persino crudeltà. Ma Nicolae Dabija è un poeta, oltre che scrittore, e quel tema ce lo racconta proprio attraverso questa cifra stilistica. È la poesia il primo amore di Mihai; è la poesia che risveglia l’amore di Maria; è un libro di poesia che offrirà il pretesto alla giovane per compiere la più grande impresa della sua vita. Ed attraverso un linguaggio poetico Dabija ci descrive gli orrori della vita nel campo di lavoro.

La narrazione scorre su due binari paralleli, alternando il punto di vista tra Mihai e Maria pur mantenendo la terza persona singolare.
La vita del professore viene raccontata nella sua atroce quotidianità fatta di fame, freddo, fatica e alienazione. Allo stesso tempo però attorno a lui si scopre un’umanità che resiste,  aggrappata alla vita che ha dovuto abbandonare e che spera di ritrovare una volta terminati gli anni di prigionia. Figure sopra le righe, a volte vicine alla follia; delinquenti e assassini accanto a sacerdoti, pacifisti o intellettuali. È proprio uno di questi ultimi che diverrà amico e maestro di Mihai: Osip Ėmil’evič Mandel’štam, poeta e letterato russo. E qui abbiamo un colpo di scena, perché Mandel’štam è esistito davvero ed è stato un forte oppositore dello stalinismo, anche se nella realtà è morto in un Gulag nel 1938, quindi ben prima degli avvenimenti narrati nel libro.
La presenza di Mandel’štam si presta a chiavi di lettura molteplici. Potrebbe essere un semplice omaggio dell’autore al poeta oppure la rappresentazione dell’essenza stessa della poesia e dell’intelletto. A suggerirmi queste ipotesi c’è primo dialogo tra il protagonista e Mandel’štam: uno scambio di battute in latino, lingua che nella Russia del 1940 era pressoché ignorata anche dagli studiosi. Nel corso del testo, poi, saranno numerosi ancora gli argomenti che i due tratteranno e quasi tutti verteranno sulla filosofia, altro grande amore del poeta.

Le mie impressioni riguardo questo romanzo sono contrastanti.

Ne riconosco il valore: la scrittura e lo stile sono di alto livello. La competenza dell’autore si pone in risalto e la sua maestria dà vita a numerose pagine dove le parole creano periodi fluidi e dalla ricca musicalità.

Altra componente da sottolineare positivamente è l’argomento trattato. Sono del parere che gli orrori dei campi di concentramento vadano ricordati incessantemente; la memoria storica necessita di essere nutrita, sempre, anche a costo di leggere pagine dolorose, che facciano male.

Indubbiamente il motore del libro è la storia d’amore tra Mihai e Maria, un amore talmente puro ed elevato nello spirito e nell’intelletto da creare un contrasto stridente con l’ambientazione nel gulag. Ci sono però dei passaggi, così come dei dialoghi tra i due protagonisti, che ho trovato a volte ingenui, altre volte improbabili e molto poco verosimili.
È questo, l’aspetto che mi ha lasciata perplessa. Comprendo che l’autore abbia voluto descrivere, con molta probabilità, un amore assoluto e perfetto. Il risultato però è quello di aver conferito al sentimento caratteristiche più simili a qualcosa di platonico, idealizzato e poco reale. Lo stesso posso dire dei protagonisti che, se nelle azioni in cui sono soli dimostrano personalità ricche, determinazione e grande forza interiore, nelle scene in cui sono insieme sembrano quasi tornare a un’ingenuità adolescenziale, in netto contrasto con ciò che hanno dimostrato di essere solo poche pagine prima.

Ho percepito questo contrasto, sicuramente voluto e cercato, come un’incoerenza. Avrei preferito leggere una storia d’amore più vera, protagonisti meno sognanti ma più concreti, che non mi raccontassero una fiaba romantica ma mi tenessero sempre con gli occhi di fronte alla verità, se pur dolorosa.
Questo però resta il mio punto di vista, che, sia ben chiaro, non vuole togliere nulla a un libro che resta un’opera importante e che potrebbe essere molto utile nelle scuole, per far conoscere ai ragazzi una realtà che viene spesso dimenticata, a volte persino negata.

Recensione “IL CAVALIERE NERO” di Pietro Tulipano a cura di Sara Canini

Areth è il più grande eroe del regno e sembra riassumere in sé tutte le virtù umane.
Pochi conoscono il suo segreto: Areth non ricorda nulla del suo passato né delle sue
origini. L’eroe vive ogni giorno sopportando il dolore di non conoscere la propria storia fino a quando non accade qualcosa che sconvolge la sua esistenza. Durante una missione, vede il ritratto del Cavaliere Nero: il guerriero più spietato e terribile che sia mai esistito.  Ricordandosi improvvisamente che proprio il Cavaliere Nero fu il suo più grande nemico e il responsabile della sua amnesia e di tutte le sue sofferenze, Areth inizia una lenta discesa verso una pazzia fatta di ossessione.
Inizia così un viaggio dalle conseguenze impensabili. La vendetta a cui ambisce l’eroe caduto si mescola al confronto tra il bene e il male, tra l’uomo e tutto ciò che lo opprime, tra l’ignoto e l’inestinguibile sete di conoscenza e di verità.

Spesso, la semplicità viene confusa con la banalità. Agli occhi di molti, qualcosa di poco arzigogolato e immediato appare ordinario, comune, addirittura mediocre. Nel caso di alcuni libri, il world building, l’approfondimento psicologico del personaggio o la struttura portante sembrano necessitare di una costruzione in pompa magna. Insomma, l’infodump non corrisponde più a qualche piacevole curiosità che dona profondità allo scritto, bensì diventa zavorra irrinunciabile che spesso ha il compito di sopperire a storie manchevoli di peso specifico. Al troppo che stroppia e al tutto fumo e niente arrosto si contrappone (e si dovrebbe preferire) la semplicità di una solida sostanza.
“Il Cavaliere Nero” di Pietro Tulipano, edito da Dark Zone Edizioni, è appunto un racconto di sostanza, dinamico ed equilibrato, che non si perde in dettagli inutili e fa scorrere la lettura senza intoppi o incertezze. Il merito è tutto dell’autore, che attrae con un buon incipit e mantiene viva la curiosità del lettore fino alla fine. Lo stile è fluido, sincero nel senso di genuino; mai pomposo, teatrale o fastidiosamente eccessivo, ma anzi, garbato e sottile. Lo scrittore ha saputo bilanciare le componenti presenti e dimostra di conosce i tempi giusti, tenendo sempre il ritmo alto. Dopo un prologo cinematografico, utile ad introdurre la figura mitica, temibile e crudele del Cavaliere Nero, questi scompare nel nulla e diventa una vera e propria ombra nella nebbia. Aleggia tra le pagine, si mostra poche volte e l’inquietudine che genera nel prossimo è come la scia di sangue che lascia dietro di sé: inarrestabile. Più che un fantasma, lui un vero demone su gambe, in grado di alimentare la propria leggenda a colpi violenti di spada. Non si tratta di un mercenario spinto dall’interesse, non si muove a compassione e non ha un codice morale, quindi il Cavaliere Nero è completamente in balia dell’istinto e totalmente imprevedibile.
Senza mai esibirlo veramente, l’autore ne parla servendosi del protagonista maschile del racconto, Areth, il capitano della squadra di guerrieri più preparata del regno. Questi corrisponde al classico eroe moderno, taciturno e solitario, spogliato della propria memoria e mai veramente interessato a ricordare il passato. Finora. Infatti, nel momento in cui si scontra con il cavaliere, quest’ultimo diventa una vera e propria ossessione: notti insonni, incubi, riflessioni taciute ai compagni e sensi di colpa verso la donna che ama. Areth vede in quel demone la risposta alla domanda fondamentale, quella che tutti dovremmo porci per evolvere e andare avanti: chi sono io? Ottimo l’autore che ha saputo spiegare, senza troppi giri di parole, la necessità viscerale di qualsiasi essere umano: conoscere se stesso, perché è solo attraverso la scoperta e l’affermazione dell’Io che possiamo dirci onesti, coerenti, innamorati e vivi. E il tormento derivante dall’ignoranza (e cioè, dal non sapere) è
ciò che spinge Areth ad abbandonare la cappa imperiale per indossare le vesti del
cacciatore. È qui che torna in gioco la semplicità. I protagonisti de “Il Cavaliere Nero” recitano il ruolo che qualsiasi scrittore avrebbe affidato loro: l’eroe ossessionato dal passato; la donna che sa stare al suo fianco; i fidati compagni che sguainano la spada e offrono da bere; il mercante un po’ pettegolo. Un lettore alla ricerca di intrecci narrativi annodati come serpi in amore potrebbe restare deluso, ma la sua insoddisfazione sarebbe del tutto ingiustificata, perché “Il Cavaliere Nero” (per pagine e vicenda) è un racconto dinamico e allo stesso tempo di sostanza. Come diceva Italo Calvino, “Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”.
Menzione d’onore a parte. Mentre l’afflitto Areth va a caccia del leggendario nemico,
emerge in tutta la sua forza e bellezza il personaggio secondario di Kandra; guerriera, amante e fido braccio destro del capitano ormai ossessionato dal Cavaliere. Lei rappresenta la classica donna – imperatrice, quella che resta all’ombra del re, in apparenza silenziosa e devota, ma che in realtà ricopre il delicato ruolo della compagna, confidente, consigliera e custode unica della dignitosa insicurezza di ogni uomo al potere. Le donne de “Il Cavaliere Nero” possono sembrare affette dalla sindrome di Wendy, perché termini come guarire e salvare la richiamano assai, soprattutto se usati per descrivere la cura che la donna ha per il proprio uomo, ma non è questo il caso. La sindrome della crocerossina è ben diversa dalla capacità (e dalla volontà) di comprendere l’altro, chiunque esso sia. L’autore racconta di donne forti, indipendenti e al contempo emotive, perché si può essere guerriere pur mantenendo la propria dolcezza, combattere senza sguainare la spada e gridare nonostante si scelga di tacere. Donne, quelle del libro, che scelgono consapevolmente di guardare nell’abisso e non per salvare o guarire, bensì per comprendere e capire; perché non tutti sono immediati ed estroversi, ma tutti meritiamo di essere ascoltati. “Il Cavaliere Nero” è consigliato a qualsiasi genere di lettore, perché sa intrattenere in modo piacevole e coinvolgente fino all’ultima pagina e questo lo deve principalmente a Pietro Tulipano: giovane, ma già professionista consapevole, come un cuoco che conosce esattamente i grammi corrispondenti al q.b.

 

Recensione “VOCI NEL BUIO” Autori Vari a cura di Sara Canini

Il racconto è forse la forma letteraria in cui l’horror ha trovato e trova la sua migliore espressione: poche pagine permettono di mordere più stretto e di condensare la paura in un dipanarsi essenziale, in un’inquietudine sottile e pervasiva che come il respiro di un predatore sul collo non concede tregua.

In Voci nel Buio cinque racconti affrontano cinque interpretazioni diverse dell’orrore, cinque modi diversi di provare un brivido lungo la schiena, in un buffet che offre un piatto per tutti. I vincitori del concorso “Voci nel Buio: racconti di una notte attorno al fuoco” si snodano tra il dark fantasy, lo splatter e la classica ghost story in un’antologia adatta ad appassionati del genere e perfetta per una prima introduzione alla paura.

Cimentarsi nella lettura di un’antologia equivale a saltare da una vita all’altra in rapidasequenza, quasi come cambiarsi d’abito in un negozio d’abbigliamento. Si punta un modello e poi ci si ritrova in camerino con dieci vestiti diversi e la fila dietro la tendina. Si vive l’ebrezza dell’abito nuovo, si ammicca al colore vivace e ci si immagina a camminare per strada con quello indosso, col vento che scompiglia la gonna: lo si vive, poi si passa ad altro. Ecco cosa si fa quando si legge un’antologia: ci si immedesima, poi si cambia in fretta.

“Voci nel buio”, edito da Catnip Edizioni, è un mezzo per vestire i panni di personaggi realistici, ma calati in situazioni del tutto paradossali e inquietanti.

Si tratta di scritti assaidiversi tra loro, che parlano e fanno horror in maniera differente, sia nella struttura che nella costruzione, passando per linguaggio e tempistiche. Proprio grazie alla pluralità dell’offerta, alle differenze sostanziali tra una storia e l’altra, la raccolta riesce a raggiungere trasversalmente tutti i tipi di lettore: da quello più impressionabile a quello più contorto, dall’amante dei mind games a quello che sobbalza per un soffio di vento gelido sul collo.

La prima storia si intitola “La camera dei dieci inferi” ed è firmata da Max Cabrerana, tra le varie anche sceneggiatore di fumetti. È proprio questa abilità che forse gli è tornata utile durante la stesura del testo: rapido, veloce, frizzante, anche abbastanza sfrontato e sopra le righe in più di qualche occasione. Forse, anche un po’ troppo sopra le righe, a volte. La trama sembra essere votata a suscitare irritazione, insofferenza e a tratti vera e propria nausea, spaziando da un protagonista sgradevole a un capitolare inaspettato degli eventi.

Il secondo racconto è a cura di Mattia Loroni e si intitola “Il pranzo di Natale”. Si tratta di uno scritto più tradizionale e vicino al romanzo, sia per elaborazione che per spessore psicologico dei personaggi. Più la trama si aggroviglia su se stessa, facendo nascere un senso d’angoscia che accompagnerà fino alla fine il lettore, più quest’ultimo si ritrova intrappolato in quello che sembra essere chiaramente un incubo alla “Non aprite quella porta”. Uno dei migliori della raccolta.

Nella terza storia, “Il bottone rosso” di Juri Casati, si trova uno scritto più maturo e alto, ma forse meno incisivo degli altri. Piacevole, scorrevole, evidentemente un passo avanti, l’autore si è impegnato in un racconto che sa riempire chi lo legge sia per bellezza che per senso, ma che forse inquieta meno proprio a causa della costruzione così articolata e piena. Insomma, una storia che parla di lavoro, di impegni, di una donna in carriera che cerca la propria strada, ma che deve fare i conti con l’altra faccia del successo: forse, un racconto che oggi spaventa meno, ma che fa davvero piacere aver letto.

“Il sacro On’thai” di Cristina Lombardo rappresenta lo scritto migliore dell’intera antologia, perché strutturalmente ben concepito e ottimamente realizzato. Impeccabile nello stile pulito e chiaro, intrigante e teatrale quando serve, l’autrice piazza un racconto delizioso all’interno di questa raccolta. Trama che, come la precedente, non riesce a imporsi per genere, bensì per la bellezza: l’immortalità è il tema principale, che continua ad affascinare e richiamare un gran numero di lettori e che farà apprezzare questo racconto sopra gli altri.

L’ultima storia si intitola “I tre bambini” ed è firmata da Angelo Marino, che arricchisce l’antologia di uno scritto delicato per quanto emotivo e struggente; inquietante, perché riporta alla memoria i classici racconti di apparizioni e realtà alterate. Scorrevole e in grado di interessare il lettore, il racconto ha come protagonista una donna che si imbatte nella visione di un bambino e qui, il richiamo al bellissimo “The Others” c’è tutto. Per trama, il migliore dell’intera antologia.

Una lettura piacevole, consigliata e non solo agli amanti dell’horror, ma a tutti quelli che trovano interessante il continuo cambio d’abito in camerino. Tutte le proposte hanno pro e contro, ma considerando la pluralità dell’offerta e il buono scritto, l’antologia merita di essere letta.

Blog Tour “SCARLET’S SAGA – Trilogia completa” di Chiara Casalini. Prima tappa- cover reveal e recensione anteprima a cura di Elena Galati Giordano

Titolo: Scarlet’ Saga – Trilogia completa
Genere: Dark fantasy romance
Autore: Chiara Casalini
Editore: Self- Publishing
Pagine: 466
Link d’acquisto: https://amzn.to/2LTmGTU
***QUESTO VOLUME CONTIENE LA TRILOGIA COMPLETA, CON DUE DIVERSI FINALI (quello
ufficiale romance e quello originale dark fantasy, mai pubblicato prima)***

Ho sempre subito in maniera quasi irrazionale il fascino oscuro dei vampiri.
Ho letto qualsiasi testo potesse essere letto, inerente a queste magnifiche creature delle tenebre e con non poco timore mi sono approcciata alla lettura di questa trilogia.
Timore di veder snaturato il vampiro con la sua seducente crudeltà e con il suo fascino misterioso, ma per fortuna questa paura è stata debellata dalla mia mente, non appena ho permesso a Scarlet di raccontarmi la sua storia.
Sulle note di Purple Rain di Prince a farmi da sottofondo, voglio scrivere questa
recensione tutta d’un fiato esattamente come ho fatto leggendo.
Il romanzo si apre con il diario di una giovane donna che ha dovuto fare i conti con un passato segnato da grandi dolori e che deve necessariamente ricominciare a vivere una nuova non-vita.
Scarlet è quindi la voce narrante che ci accompagna a conoscere quella che è
paradossalmente la sua rinascita, un nuovo inizio, in un mondo a lei sconosciuto e che le riserverà non poche sorprese.
Provate ad immaginare, per qualche secondo, di addormentarvi e risvegliarvi in un posto diverso da quello in cui Morfeo ha deciso di abbracciarvi: come vi sentireste?
Dapprima persi, intimoriti, probabilmente vi lascereste andare alla disperazione, alle
lacrime, inermi e insicuri, in un posto che non riconoscete come casa.

Poi, con il passare del tempo, subentrerebbe in voi la necessità di sopravvivere, di trovare una soluzione e allora verrebbe a galla l’istinto, con prepotenza, costringendoci a tirare fuori gli artigli e a mostrare a noi stessi la nostra vera natura.
Questa è Scarlet: una ribelle, una guerriera ammaccata dal passato, una donna piena di cicatrici dovute alla battaglia, che si ritrova a dover riprendere in mano se stessa e a riscoprire la sua vera natura.
La trilogia di Scarlet non è la prima opera che leggo di questa autrice e, con grande
piacere, posso affermare che tra le pagine di questo libro ho ritrovato tutti gli elementi chiave di Chiara e della sua straordinaria capacità di creare personaggi e protagonisti, soprattutto femminili, mai banali.
L’autrice infatti dimostra, anche in questa occasione, di essere perfettamente in grado di strutturare protagoniste corpose, mai scontate, con caratteri ben definiti e complessi in grado di portare ogni lettore a scoprire sentimenti credibili, veritieri e realistici, capaci di guidare i lettori alla scoperta di nuove sfumature emotive e di una conoscenza approfondita non solo del personaggio ma anche di loro stessi.
Scarlet viene accompagnata, in questo percorso verso la scoperta di una nuova sé, da diversi personaggi, tutti caratterizzati con la medesima attenzione della protagonista, e si ritroverà al centro di numerose avventure oltre che di un difficile triangolo amoroso.
Si possono amare due persone con lo stesso fervore? Si può dividere il cuore tra due anime completamente opposte?
Su questo quesito si potrebbe aprire una discussione che potrebbe durare in eterno e toccare corde infinite, ma a me basta dirvi che sì, per Scarlet è possibile.
All’interno di una trama originalissima, con descrizioni ambientali accurate e realistiche, il triangolo amoroso non risulta forzato, anzi, non solo è plausibile ma addirittura necessario per dare supporto alle contrapposizioni, per arricchire l’evolversi degli eventi e per aggiungere pepe all’azione.
Il lettore sarà ad un certo punto costretto a prendere le parti all’interno di un gioco di
intrighi, complotti ed alleanze dal fascino indiscusso e misterioso.
La narrazione, con il procedere delle pagine, diviene sempre più rapida e avvincente e i colpi di scena, non si fanno desiderare.
L’autrice riesce a strutturare un testo articolato, unendo alla perfezione romanticismo, azione e introspezione.
Durante la lettura un senso di angoscia vi accompagnerà e attanaglierà trascinandovi all’interno di un mondo di tenebre oscuro e ipnotico, che vi costringerà a non staccare gli occhi dalle pagine.
Ammaliati da una seducente atmosfera, arriverete al finale trattenendo spesso il respiro e con lo stomaco in ribellione.

Tocco di classe che ho particolarmente apprezzato: il doppio finale.
Ebbene si, il lettore è libero di scegliere il suo finale, quello che preferisce… io
personalmente ho adorato il finale dark, tanto intenso e potente da lasciare attoniti e
commossi.

Scarlet è una trilogia paranormal romance, che esce dagli schemi dettati dal genere.
Scarlet è una donna forte, un’eroina moderna e salvatrice di se stessa.
Scarlet va bevuto in un unico sorso, rapido, deciso, un sorso che brucia mentre scende giù per la gola e che lascia inebriati una volta terminato.
Scarlet vi farà pensare, sognare, sorridere e tremare…e non necessariamente in
quest’ordine!

Recensione “LO SPIRITO DELLA VALCHIRIA – Le cronache del Ragnarok ” di Debora Mayfair a cura di Elena Galati Giordano

Iris è tornata da poco dall’Islanda, ha lasciato sia la foresta di ferro che il padre per rimanere accanto all’amica Bianca. Sembra essere rimasta la ragazza spensierata di sempre: ogni suo gesto è studiato per non destare sospetti… Eppure qualcosa è cambiato.
Nemmeno il gemello Hallbjörn si è accorto di niente, anche se è uno dei pochi a conoscenza del fatto che anche la sorella è maledetta a contenere lo spirito di un lupo tutt’altro che tranquillo: Sköll non a caso è chiamato “L’ingannatore”.
Étienne, un Re della Persuasione, è il primo ad accorgersi della cattiva strada che sta prendendo la vita della ragazza. Anche se lei cerca di spingerlo sempre più lontano si è reso conto che, da quando si è trovata faccia a faccia con Margot, gli eventi hanno preso una brutta piega.
Tutti sono all’oscuro del patto che Iris ha stipulato con la dea Hel, e delle tremende conseguenze che la porteranno a compiere grandi sacrifici.
Dovrà sopravvivere alla caduta in un vortice di tradimenti e inganni prima di rialzarsi in piedi, diversa e più forte, per affrontare il suo destino.

La magia è un ponte che ti permette di passare dal mondo visibile in quello invisibile. E imparare le lezioni di entrambi i mondi.

(Paulo Coelho)

Apro questa recensione con una citazione che rappresenta completamente l’anima di questo romanzo.

“Lo spirito della Valchiria” secondo capitolo della saga Le cronache del Ragnarok  è un percorso che ci condurrà a scoprire i lati nascosti di ognuno di noi e ad imparare come affrontarli.

Ad accompagnarci, tenendoci per mano durante tutto il tragitto, sarà Iris, conosciuta nel primo volume della saga: “Cuore di Neve”, che ora diventa la voce narrante.

Mezza strega e mezzo lupo, di ritorno dall’Islanda, Iris appare agli occhi di tutti la solita ragazza allegra e spensierata di sempre, ma in realtà nasconde un segreto che la sta lacerando e che la costringe ogni giorno a combattere contro se stessa.

Già dalle prime pagine la tensione emotiva viene portata all’apice, costringendoci a guardare lo strazio e la sofferenza di una ragazza dall’anima lacerata e divisa, costretta a conciliare due nature differenti, contrapposte eppure entrambe necessarie.

Insieme a lei, come seconda voce narrante troviamo quella di Etienne, il giovane  Re della Persuasione. Un ragazzo dalla storia commovente, che sarà per la ragazza sia croce che delizia.

Debora non si smentisce e, come nel primo romanzo, crea personaggi intensi e ben approfonditi in particolare a livello psicologico, dimostrandosi grande conoscitrice delle emozioni umane e delle reazioni da esse scatenate.

Attraverso una trama intricata e ben gestita, ricca di pathos e colpi di scena, conosciamo i sentimenti di tutti i protagonisti e osserviamo le dinamiche dell’intreccio delle loro vite; vite complicate di esseri umani dall’anima ricoperta di cicatrici.

Avvolti dalle note musicali dei brani scelti dall’autrice e citati all’interno del testo i due protagonisti, in questo percorso pieno di ostacoli, vedranno la loro relazione evolversi in un crescendo di emozioni continuo, un mix di dolcezza e dolore in grado di tenere il lettore con il fiato sospeso e incollato alle pagine. Iris ed Etienne ci costringeranno ad affrontare insieme a loro i mostri che attanagliano le loro menti e, di conseguenza, anche i nostri.

Duplicità, questa è la parola d’ordine, la chiave per comprendere a pieno la complessità e l’intensità di quello che Debora ha magistralmente nascosto tra le righe.

Ognuno di noi è duplice, ognuno di noi nasconde tra le pieghe della propria anima un lato oscuro pronto ad emergere, un lato in grado di stravolgerci e ottenebrare la mente.

Al singolo spetta la scelta, secondo coscienza, di sedare il mostro o di lasciarlo libero di agire, al singolo spetta la lotta: istinto e ragione a confronto, in uno scontro senza tempo che divide l’individuo in due metà esatte.

La narrazione è scorrevole, coinvolgente ed ipnotica, la tensione emotiva rimane costante ed è impossibile non empatizzare con i personaggi.

Debora dimostra una crescita incredibile nella  scrittura rispetto al primo romanzo, già ben scritto e con uno stile ben definito. In questo secondo volume affina la tecnica, pulisce il tratto e ci regala una scrittura ancora più fluida e carezzevole.

Lo spirito della Valchiria è un romanzo che ci tiene con i piedi ben saldi a terra, ci costringe a fare i conti con le nostre paure e ci tiene per mano nel difficile percorso per sconfiggerle. Nel contempo, è uno scritto capace di farci riscoprire la magia, quella nascosta in fondo al nostro cuore, quella capace di farci sognare e di lasciarci in sospeso tra due mondi, permettendoci di imparare da entrambi.

Recensione “I RAZZIATORI DI ETSIQAAR -Le Cronache di Tharamys ” di Andrea Venturo a cura di Sara Canini

Seconda avventura autoconclusiva per Conrad. Sembrano lontani i tempi in cui doveva vedersela coi coboldi ladri di torte, e invece sono passati appena due mesi. Stavolta dovrà vedersela con una banda di commercianti di schiavi col solo aiuto di un fuggitivo dai modi spicci e una ragazzina dalla lingua tagliente quanto i suoi coltelli.

Un uso della magia non proprio ortodosso e monete che cambiano colore possono sembrare poca cosa in confronto a quaranta banditi organizzati, ma mai sottovalutare i ragazzini: sanno essere molto più ingegnosi degli adulti.

“Le Cronache di Tharamys” di Andrea Venturo è un progetto a metà strada tra una
raccolta di racconti e una di romanzi brevi.
La prima storia autoconclusiva, “Il Torto”, tratta del misterioso mago Flantius Mijosot e di ciò che accade ben quattrocento anni dopo al piccolo Conrad, bambino di soli undici anni che deve vedersela con una banda di ladri di torte. La verità si intreccia presto con la scomparsa del maestro Mijosot (detto Colle Ondoso) e Conrad, appellandosi al proprio coraggio, scoprirà molto più di ciò che appare in superficie.

Fatta questa doverosa premessa, mi accingo a recensire questa nuova avventura.

Per alcuni, certi libri raccontano storie che vanno al di là della trama e questo c’entra ben poco con la morale nascosta dietro gli eventi narrati. Si tratta di un odore acre e stagnante allo stesso tempo, paragonabile a quello di sudore e polvere mischiati insieme.

Paginadopo pagina, il lettore percepisce la fatica e l’impegno dell’autore, che involontariamente lascia le tracce del proprio sforzo, della passione e di quello “studio matto e disperatissimo” di cui parlava spesso Giacomo Leopardi, riferendosi al proprio periodo di formazione.
Come l’autore de “L’Infinito”, anche Andrea Venturo è abituato a lavorare sodo e studiare tanto.

Lui, uno che va per montagne, conosce bene la fatica della salita e l’attenzione che
serve per la discesa. È proprio questo spirito caparbio e tenace a rispecchiarsi nella
scrittura, dove ogni parola trasuda impegno e pignoleria e i capitoli sembrano muri di
roccia solida costruiti nel tempo, con massima ispirazione e concentrazione.
L’autore de “Le Cronache di Tharamys”, prima ne “Il Torto” e ora nel seguito “I Razziatori di Etsiqaar”, ci mostra un’ambientazione curata nei minimi dettagli, arricchita da mappe, legende e approfondimenti inseriti tra le note e/o scaricabili dal sito dedicato, dimostrando come ogni regola e ogni anfratto della regione siano assai chiari nella mente di colui che racconta.

L’accurato world-building è uno dei punti di forza della saga, perché
ogni high fantasy che si rispetti fa affidamento su una realtà circostante ben definita e coerente. La pignoleria dello scrittore ha creato una base solida sulla quale edificare le avventure (autoconclusive) del protagonista, Conrad, un ragazzino di dodici anni curioso, onesto e un po’ incauto, che ne “I Razziatori di Etsiqaar” se la vede con dei barbari che commerciano schiavi.

Insomma, come se i ladri incrociati ne “Il Torto” non fossero bastati…

Altro punto a favore è la fluidità dello scritto, che si avvale di un linguaggio semplice e lineare e che rigetta i termini aulici e raffinati con cui si imbottiscono i racconti fantasy oggi: tanto per capirci, quelli che strizzano l’occhio a un passato mai veramente passato.

Per quanto sia ormai comune scrivere di magia, incantesimi, razze e vicende fantastiche, un’ambientazione diversa dalla realtà necessita di un vocabolario semplice, soprattutto quand’è così articolata.
A confronto con “Il Torto”, “I Razziatori di Etsiqaar” appare più profondo e corale,
indicando una maturazione tecnica, ma anche e soprattutto mentale da parte dell’autore, che si ritrova a gestire diversi personaggi dal potenziale enorme: lo spirito Qar, che si trova intrappolato nel bastone di Conrad, e Ivilas Comelys, elfa taciturna e intelligente come pochi.
Nonostante il testo scorra in maniera fluida, la narrazione al presente non aiuta il lettore a immergersi e stare a proprio agio nella storia. Un po’ come accade per l’uso della prima persona, la scelta del tempo è sempre un’arma a doppio taglio, che sorprenderà alcuni e scontenterà gli altri: il passato e la terza persona donano al fantasy quell’epicità che il genere chiede a gran voce e forse, è proprio questo a stonare durante la lettura de “I Razziatori di Etsiqaar”. La scelta fatta dall’autore può essere giustificata dalla ricerca di immediatezza e magari può riuscirci per altri generi, ma nel fantasy risulta un po’ troppo azzardato per far sì che passi inosservato (o per agevolare la lettura).
Altro particolare che genera qualche perplessità sono i richiami mascherati, che a volte si presentano sotto forma di citazioni velate (“Tre parole sono troppe e due troppo poche” somigliante al celebre “Una parola è troppa e due troppo poche” di nonno Libero della serie tv “Un medico in famiglia”) e altre volte sono del tutto semi-dirette (cercate il significato dell’esclamazione “Ohlimor”). Tutto ciò indica la propensione dell’autore a giocare con le parole e con tutto lo scritto, come se in alcuni punti volesse prendersi meno sul serio e alleggerire la serietà che di solito è propria del fantasy più puro.
“Le Cronache di Tharamys – I Razziatori di Etsiqaar” è un libro con un’impronta personale e dai bordi già definiti: si capisce subito che non si tratta dell’opera prima di chi si è appena avvicinato alla scrittura.
La fantasia e la voglia di raccontare ci sono tutte e il testo presenta dei punti di forza che sono usciti rafforzati dall’esperienza de “Il Torto”.
Come tutti, anche lo scritto di Andrea Venturo presenta delle imperfezioni, dei margini di miglioramento, ma la base è solida e l’autore tenace: uno che preferisce il banco alla cattedra, per capirci meglio.