Recensione “FORMULE MORTALI” di François Morlupi a cura di Sara Canini

In una torrida estate romana un passante scopre un cadavere di un uomo atrocemente torturato e mutilato. Sul terreno insanguinato gli arti amputati disegnano una celebre formula fisica. È il primo di una serie di omicidi rituali che coinvolgono vittime senza alcun legame apparente. A tentare di risolvere il caso è chiamato il commissario Ansaldi, professionista integerrimo ma tormentato dall’ansia e dagli attacchi di panico. Ad accompagnarlo in questa avventura verso il male, il vice ispettore Loy, una ragazza con un

forte disturbo antisociale di personalità, e altri tre membri del commissariato di Monteverde. Tenteranno insieme di venire a capo di quello che ormai i media hanno battezzato come “il caso delle formule mortali” un’indagine dopo la quale nessuno dei protagonisti sarà più lo stesso.

Il giallo è il genere letterario più venduto al mondo. E poco importa se negli Stati Uniti prende il nome di “Thriller”, perché gli yankee a stelle e strisce sono soliti infilare qualche scena d’azione un po’ ovunque e stravolgono la natura di qualsiasi cosa. Invece, noi europei restiamo dei romantici nostalgici di Agatha Christie.

A quelli del vecchio continente piace tingere di giallo il grosso punto interrogativo che si stampa sulla faccia del detective di turno (o come in questo caso, del commissario in servizio). Amiamo l’enigma, il complotto, il mistero e quanto più la vicenda appare intricata, più godiamo al pensiero dello scacco matto dello scrittore: per capirci, l’attimo in cui il piccolo dettaglio avuto sotto gli occhi per tutto il racconto, inaspettatamente, sblocca l’intera vicenda.

Saranno questi i motivi per cui il pubblico italiano ama così tanto la creatura di Camilleri, il commissario Montalbano, e lo Sherlock Holmes di Gubbio sposato con Dio, ossia Don Matteo? Forse. Sta di fatto che gli italiani scrivono dei buonissimi thriller/gialli.

Ne è la prova “Formule Mortali” di François Morlupi, edito da Croce Libreria. Giallo poliziesco ambientato a Roma, nella splendida zona di Monteverde, il romanzo racconta l’indagine riguardante il misterioso omicidio di un professore universitario fatto a pezzi, il cui cadavere viene fatto ritrovare in compagnia dalla celebre formula della relatività di Einstein: E=mc².

Si tratta di un libro corposo, pregno, di sostanza, ma mai stancante. Parliamo di un romanzo capace di immergere il lettore in una realtà (quella romana) perennemente in stato d’emergenza, divisa tra impedimenti oggettivi e risvolti inaspettati, che non sempre possono essere affrontati alla leggera in terra italica. Infatti, con eleganza estrema, l’autore pizzica le amministrazioni capitoline di qualsiasi colore e denuncia il degrado e l’incuria che la capitale subisce ormai da decenni, riportando piccoli cenni di malessere che spesso si ascoltano in bus, in metro o camminando per strada. Tra un ratto e un cinghiale selvatico.

Andando oltre, come abbiamo modo di notare dai palinsesti televisivi autunnali, le squadre speciali vanno di moda da ormai una decina d’anni, ma è sempre piacevole ritrovarle in un libro; soprattutto, se l’autore sa imbastire una storia stuzzicante e intelligente che funge da fulcro principale e non melenso taglia e cuci di situazioni già viste, atto solo ad esaltare l’ottimo rapporto tra i membri del team. Sono proprio i personaggi uno dei due punti di forza di “Formule Mortali”, perché si tratta di soggetti lineari e credibili, realistici e fondamentalmente, incrociabili al bar sotto casa. Le due spalle, Di Chiara e Leoncini, giovani, piacioni e con la battuta sempre pronta, risultano totalmente riusciti, in quanto combo che funziona a perfezione: laddove uno manca, l’altro subentra per trainare dialoghi e situazioni. Per assurdo, è proprio la coppia portante ad apparire più debole: infatti, il viceispettore Eugenie Loy risente (anche se leggermente) dello stereotipo dell’agente tormentato, il quale è assai comune nei romanzi giallo. La fragilità letteraria del commissario Ansaldi, invece, è dovuta alla debolezza propria dell’uomo che Ansaldi è, perché di fatto parliamo di un agente che soffre di attacchi d’ansia, gira con il Tavor Gold nel taschino e non sa sostenere una conferenza stampa. Eppure, nonostante ciò, le personalità del team si mescolano creando un mix piacevole e coinvolgente, dove ogni attore recita la propria parte in maniera coerente.

L’altra nota positiva di “Formule Mortali” è la trama, mai banale e molto coinvolgente.

Intricata il giusto, per ambientazioni e personaggi ricorda il capolavoro di Mathieu Kassovitz (regista francese: a volte, il caso…), “Les Rivières pourpres”. L’ambiente universitario, accarezzato troppo tardi nel testo, cronologicamente parlando, esercita lo stesso fascino del campus de “I fiumi di porpora” e il richiamo al film è davvero troppo forte per essere ignorato: per fortuna, si sta parlando di una buona pellicola e di un romanzo (quello di Morlupi) che sa stare in piedi da solo. Non a caso, l’autore è perfettamente in grado di stravolgere l’atmosfera più e più volte, calando il lettore in ambientazioni alla Camilleri all’inizio, Kassovitz al centro e Besson sul finale. Inoltre, proprio verso la conclusione, sa ampliare ulteriormente la trama con la naturalezza dei cerchi concentrici che si aprono laddove è stato gettato il sasso nello stagno. Insomma, un gran bel casino.

Gli aspetti che rendono riuscito un giallo sono due: il linguaggio e i tecnicismi.

In “Formule Mortali”, l’autore non firma il romanzo con uno stile ricercato o del tutto personale, anzi: si limita a raccontare i fatti in maniera chiara e semplice, permettendo alla trama di emergere con naturalezza estrema e centrando l’obbiettivo del genere, ossia fare scacco matto in una partita giocata correttamente.

Altra storia è quella sui tecnicismi, ma si tratta di brevi note parse stonate e nulla più. Come la battuta di uno dei due agenti scelti, che commette la leggerezza di definire “improduttiva” la chiacchierata con una testimone che, invece, ha visto cose ritenute importantissime da qualsiasi altro investigatore.

Insomma, oltre qualche microscopica svista (roba da pignoli veri), “Formule Mortali” di François Morlupi è un buon libro, ben costruito e magnificamente caratterizzato, adatto agli amanti dei generi giallo/thriller/poliziesco e agli orfani del Maestro Camilleri: colui che dà il coraggio e voglia di progredire ad autori talentuosi e appassionati, proprio come Morlupi.

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Recensione “LE DONNE. Istruzioni per l’uso” di Barbara Parodi a cura di Elena Galati Giordano

Cosa accadrebbe se all’improvviso la mente della donna non avesse più segreti? E se a svelarveli fosse proprio una donna? In questo manuale ironico verranno presi in esame alcuni dei più grandi misteri sulla natura femminile, dal suo rapporto con lo shopping alla guida, dal sesso all’amicizia. Un viaggio attraverso i cliché e non tutti troveranno conferma.

Nessun uomo è stato maltrattato per redigere questo manuale.

 

 

“…That’s all they really want

Some fun

When the working day is done

Oh girls, they wanna have fun

Oh girls just wanna have fun…”

 

Ammettetelo, l’avete letta cantando!

Anno 1983: Cyndi Lauper, con i suoi capelli cotonati e gli abiti eccentrici, saltellava per le strade affermando che le ragazze vogliono solo divertirsi nel video di “Girls Just Wanna have fun”.

Spirito libero, icona per un’intera generazione di ragazze che in lei trovano il simbolo del loro bisogno di rompere gli schemi e affrontare la vita con coraggio e leggerezza.

A trentasei anni di distanza dall’uscita del sopracitato singolo, io non posso che sceglierlo come colonna sonora del libro di Barbara Parodi: “LE DONNE. Istruzioni per l’uso”, poiché leggendolo respirerete la stessa aria frizzante, leggera e libera, che troverete ascoltando la canzone.

Poche pagine scritte con una tecnica impeccabile, un ritmo narrativo brioso e dinamico e una dose massiccia di autoironia, che si leggono velocemente e strappano ben più di una risata.

Ogni capitolo inizia con uno scambio di battute, un botta e risposta tra un uomo e una donna, una serie di domande e curiosità a cui l’autrice, portatrice di verità, provvederà a dare una risposta: non una risposta qualunque, ma una risposta senza quei filtri utili a rendere tutto più liscio, più luminoso, più perfetto (tipo quelli che usiamo per renderci più belle nelle foto di instagram insomma… e non negate, li abbiamo usati tutte), una risposta sincera, che ahimè (ahi-tutte per dire il vero) svelerà tutti i segreti che per anni abbiamo tentato di tenere nascosti… e quando dico tutti, intendo PROPRIO TUTTI!

Barbara affronta con uno stile apparentemente frivolo il controverso e complesso universo femminile, raccontandocelo con estrema ironia.

Apparentemente frivolo, in realtà, perché nascosta dietro ad un velo color fior di fragola l’autrice tratta argomenti delicati, di cui ancora si fa fatica a parlare, temi particolari che per molti erano e sono tabù e che lo sono tutt’ora, purtroppo, soprattutto per noi donne.

Un libro scritto da una donna per aiutare a comprendere il mondo delle donne, un libro che sembra avere tutte le carte in regola per diventare il nuovo manuale di istruzioni al mondo femminile per gli uomini e, invece, si dimostrerà un testo scritto in primis, proprio per le donne.

Un testo che abbatte tutti i muri e le etichette imposte al genere femminile dalla società.

Un romanzo che ci spinge a non vergognarci di nulla, a parlare di tutto sempre e comunque a testa alta e a

ridere delle nostre particolarità, dei nostri difetti e delle nostre piccole manie che ci caratterizzano e ci rendono uniche, speciali e assolutamente incomprensibili!

Consiglio vivamente la lettura di questo libro perché ridere fa bene al cuore e un sorriso è il miglior accessorio che si possa indossare per essere veramente belle… E poi, insomma: “girls just wanna have fun…”

Recensione “PICCOLI PASSI NEL BUIO” di Miriam Palombi a cura di Sara Canini

Scricchiolii sinistri. Creature che si nascondono sotto i letti, minacciose. Ombre che si allungano silenziose sulle pareti. Streghe, demoni ed esseri mostruosi che lasciano le fiabe e le leggende della nostra infanzia per animare i nostri incubi notturni.

Piccoli passi nel buio che vi condurranno fino al cuore nero delle vostre paure. Siete pronti ad affrontarle?

Ogni lettore ha un autore preferito. Il genere, lo stile, l’impostazione generale che ogni scrittore dà al proprio lavoro, sono solo alcuni dei molti aspetti capaci di fidelizzare il pubblico.

In un panorama ormai saturo di abitué dei grandi nomi, spesso estranei al mondo editoriale, una fetta di quello stesso mercato stacca regolarmente i biglietti di fiere e comics con lo scopo di trovare un nuovo autore preferito.

Magari uno poco pubblicizzato o appartenente a quella media/piccola editoria che sta registrando una primavera lunga, in crescita, piena d’idee valide e pregna di olio di gomito. Parliamo della soddisfazione di aver scoperto un nome nuovo, piacevole, godibile, dal quale tornare a bussare per chiedere: “Hai una nuova storia? L’ultima l’ho divorata!”.

Questo è ciò che accade a chi legge Miriam Palombi, punta di diamante e cavallo di razza della scuderia Dark Zone Edizioni: se si è alla ricerca di un nome di riferimento per il genere horror, il suo è il primo a saltare fuori.

Ricordate i Mostri della Universal? Parliamo di film in bianco e nero prodotti tra gli anni ’20 e ’60 dagli Universal Studios: Dracula di Bram Stoker, interpretato poi dall’indimenticabile Bela Lugosi; Frankenstein diMary Shelly, interpretato da Boris Karloff; e a seguire, La Mummia, L’uomo invisibile, Il mostro della Laguna Nera, L’uomo lupo, Il fantasma dell’opera e tanti altri. Ognuno di loro aveva un’identità precisa, una storia già segnata e si incastravano perfettamente nei timori dell’epoca, in cui la paura veniva dal diverso, dallo sconosciuto e dall’ignoto. Universal raccolse i racconti più popolari e diede a loro vita sul grande schermo, uno ad uno, includendoli in un filone unofficial che poi ha fatto la storia.

Ecco, Miriam Palombi ha fatto lo stesso.

“Piccoli passi nel buio” (Dark Zone Edizioni) è un tributo rivolto al pubblico giovane, dedicato alle figure e ai racconti più conosciuti degli ultimi anni. Il lettore verrà catapultato di racconto in racconto, incrociando il vampiro, l’uomo lupo, il fantasma e tutti gli altri personaggi classici (e nuovi classici) dell’horror.

Considerando il target di riferimento della raccolta, si può parlare di un vero e proprio Libro delle Ombre per principianti, ossia un manuale di riconoscimento delle specie e di inquadratura degli schemi della letteratura dell’orrore. Infatti, è stato sorprendente e piacevole trovare un breve “dizionario” alla fine del libro, che va dalla leggenda di Bloody Mary alla descrizione del Poltergeist. Tutto assume un senso quasi didattico, se si pensa al fruitore finale.

La scrittura fluida e senza fronzoli permette alle storie di emergere, lasciando ai significati, all’immaginazione e a quegli scricchiolii lontani, il difficile compito d’instillare ansia e inquietudine. E ci riesce, come il suo solito, addirittura rasentando la perfezione in un paio di episodi.

Ne “Lo scarabeo d’oro”, forse il racconto meglio confezionato dell’intera raccolta, il protagonista si imbatte nella creatura egiziana per eccellenza, ma ciò che resta davvero dello scritto (oltre il piacere per il diretto richiamo al film del 1932) è l’armonia e la pienezza del testo. La scrittrice si fa Virgilio del lettore e lo accompagna in un crescendo di emozione che culmina nello stralunato finale, senza lesinare mai in descrizioni materiali e di pensiero.

Altre due storie degne di nota sono “La venticinquesima ora” e “La notte di Halloween”, perché entrambe sono in pieno stile Palombi e per dirla tutta, sarebbero riconoscibili e attribuibili all’autrice Dark Zone anche dai non esperti.

Nella prima emerge la straordinaria somiglianza con i lavori di Edgar Allan Poe, che la scrittrice omaggia (magari inconsciamente) con racconti brevi che ricordano i deliri de “Il cuore rivelatore” o de “Il corvo”. L’agitazione più sinistra viene descritta così minuziosamente (e brutalmente) da ombrare lo stato d’animo del lettore, a riprova dello straordinario talento di colei che sa descrivere emozioni negative complesse al punto di farle vivere anche a chi legge: “La venticinquesima ora” è il racconto che sembra riassumere l’intero stile dell’autrice.

Nel secondo, invece, troviamo un componimento in versi che introduce una delle storie più inquietanti di “Piccoli passi nel buio”, perché la raccolta non è solo un tributo ai personaggi più spaventosi, ma anche alle leggende e alle paure dell’animo umano. Strizzando l’occhio a “Miseri resti sepolti” (e viceversa), della stessa Palombi, “La notte di Halloween” resta impresso per il richiamo al mondo dei più piccoli, che a volte sa essere più spaventoso e crudele di quello degli adulti.

Complice una Livia De Simone in grande spolvero, in quanto artefice di una cover calzante, piacevole, ma soprattutto d’appeal per chi ama giudicare anche dalla copertina, “Piccoli passi nel buio” risulta un acquisto che regala emozioni e soddisfazioni, sia per i grandi che per i piccini (magari non tanto piccoli).

I racconti, semplici, brevi e d’impatto, attirano anche i non lettori e questo, inevitabilmente, incoraggia i giovani a leggere di più. La gioventù è immediatezza e i ragazzi sono figli di un futuro che va veloce, perciò, un prodotto da tripla S (small, smart, strong) è ciò che fa per loro.

Ovviamente, Miriam Palombi è una certezza per il pubblico più adulto; anzi, per loro si tratta di un’abitudine che fa piacere ritrovare di tanto in tanto, sugli scaffali di una libreria o tra le fila di uno stand in fiera, magari in vista di quell’autunno creepy che piace molto agli affezionati DZ. E poi, a margine di tutto ciò, anche il lettore d’esperienza potrebbe sentirsi a casa tra le pagine di “Piccoli passi nel buio”: il richiamo ai Mostri della Universal è troppo grande per potervi resistere.

Recensione Anteprima “LUNA DI SANGUE” di Bellard Richmont a cura di Elena Galati Giordano

Con questa antologia di racconti dall’indole dark, Bellard descrive la sua visione della realtà contemporanea, mettendo in luce i tratti più oscuri dell’umanità.

Ogni storia si serve di due linee temporali: passato e presente, le quali congiungono sempre in una verità finale dal sapore dolceamaro.

Dieci novelle.

In ognuna di esse, la Luna di Sangue illumina le scelte dei protagonisti e li costringe a decidere tra morale e sopravvivenza, fronteggiando streghe e demoni che paiono meno mostruosi degli umani stessi.

Chi sono i buoni?

Chi sono i cattivi?

E i veri mostri sono sopra o sotto il letto?

Bene e male, l’eterna lotta, l’infinita diatriba.

Bene e male, divisi da una linea spessa, netta, precisa… o forse no?

Forse questa è solo la versione che ci fa meno paura, forse pensare che il bene e il male siano relegati in due punti ben distanti l’uno dall’altro ci fa sentire al sicuro, ovattati nell’illusoria certezza che le nostre coscienze non verranno mai sporcate, convinti di esserci seduti dal lato giusto della barricata.

Ma la realtà è sempre disperatamente diversa dall’illusione e la speranza di non esser dannati, spesso, viene ridotta in polvere, insieme al sottile velo che separa la luce dalle tenebre.

Bastano pochi istanti perché tutto cambi irrimediabilmente, perché i demoni emergano dall’oscurità e ci mostrino la nostra vera natura.

La duplicità dell’uomo: questo è il filo conduttore di “Luna di Sangue”, una raccolta fantasy, dal sapore dark, ove il bene e il male si confondono e divengono nebbia, che avvolge il lettore, confondendolo e trasportandolo in un mondo dove ogni certezza diviene effimera e i mostri non arrivano dalle tenebre, ma covano dentro l’essere umano e si mostrano riflessi nello specchio.

Le creature che popolano i suoi racconti sono bestie mostruose, abomini della natura, violenti e guidati solo da istinti animali, volti alla loro esclusiva sopravvivenza.

Bellard però non si limita a darci la versione più rassicurante, dove i mostri sono i cattivi e gli uomini i buoni: lui ci porta a comprendere i retroscena, ci porta a conoscere ciò che di orribile si cela dietro la mostruosità, che molto spesso risiede all’interno della creatura che, con la mano sollevata, punta il suo dito giudicando e proteggendosi dietro la maschera della giustizia.

I personaggi sono molti e tutti sviluppati con grande maestria, ma preparatevi: all’interno dei racconti, che si susseguono con ritmo calcolato, alternando momenti di strisciante lentezza ad attimi di rabbiosa rapidità, non troverete eroi splendenti e paladini senza macchia e senza paura, anzi essi saranno disgustosi, sbagliati, crudeli, con profonde cicatrici sul corpo e nell’anima.

Eroi sconfitti, falliti, divorati da ambizioni oscure e guidati da istinti primordiali e malvagi.

La natura umana viene portata alla luce un racconto dopo l’altro, spogliata dei veli di menzogna con cui si ripara al fine di apparire migliore di quello che in realtà è.

Le atmosfere, evocative e tenebrose, sono incredibilmente coinvolgenti e riescono a risucchiare il lettore all’interno del racconto.

L’autore assorbe il lettore nella storia, lo avvolge con una fitta coltre di nebbia oscura che avvelena la mente, rendendolo fragile e spaventato, spingendolo così ad aggrapparsi all’istinto e sguainare gli artigli per sopravvivere ai propri mostri.

Particolarmente apprezzato il World Building dell’intera raccolta: accurato, particolarmente verosimile ed uniforme.

Nonostante si tratti di racconti singoli, fini a se stessi e non collegati tra loro, Bellard riesce, utilizzando diversi espedienti,  a creare un filo conduttore, legando così indissolubilmente tutte le storie tra loro.

Diversi sono i punti di forza che caratterizzano  “Luna di Sangue”, uno su tutti lo stile: poetico e al contempo crudele, forbito e ricco di vocaboli complessi che però non appesantiscono il testo, anzi, lo rendono frivolo se pur pomposo e, allo stesso tempo, scorrevole e melodico, senza mai divenire ridondante.

La punteggiatura, utilizzata con ossessiva precisione, regala al testo una musicalità unica nel suo genere e impone alla lettura un ritmo caratteristico in grado di rafforzarne l’originalità e la potenza emotiva.

Il silenzio che avvolge l’intera lettura, scandendo impietoso il tempo, regna sovrano, enfatizzando la sensazione di solitudine che accompagna i personaggi all’interno di un viaggio introspettivo, nell’inconscio più profondo e torbido, al quale il lettore non potrà resistere e nel quale si lascerà coinvolgere affiancando i protagonisti dell’opera.

Menzione d’onore alle magnifiche illustrazioni che arricchiscono il testo.

Hily Rael, tatuatrice di professione, si serve dell’acquerello per delineare tavole dal forte impatto emotivo, unendo alla delicatezza tipica della tecnica utilizzata un tratto deciso e imponendo il suo stile, in un connubio meraviglioso ed unico che si sposa alla perfezione con lo scritto che accompagnano.

 

Un testo particolare “Luna di Sangue”, che affronta tematiche forti con la dovuta delicatezza, in un crescendo che attraversa tutte le emozioni umane, portando il lettore a conoscerle tutte da vicino: dalla più becera e crudele alla più dolce e intimistica, avvolto dalle spire voluttuose di un serpente tanto sinuoso e sensuale quanto pericoloso e mortale.

 

Una lettura consigliata a chiunque abbia voglia di immergersi in atmosfere fantasy horror e di lasciarsi trascinare in un viaggio onirico alla scoperta dei mostri che popolano le paure più recondite dell’uomo.

 

 

Credit
Illustrazione acquerello di Hily Real
Foto di copertina di Gio Boretti

Recensione “IL BOSCO DELLE MORE DI GELSO” di Filippo Mammoli a cura di Elena Galati Giordano

Un bambino abbandonato in fuga da tutto e da tutti, il cui nome è l’unica traccia per tentare di far luce sul suo oscuro passato. Un caso di omicidio avvenuto in circostanze singolari con un cadavere orrendamente deturpato e reso irriconoscibile, affidato al commissario Tarantini. Due malviventi di Malaga, signori incontrastati nel loro quartiere malfamato, intenti ad arricchirsi alle spalle del loro capo. Toccherà al vulcanico commissario livornese trapiantato in Sicilia l’arduo compito di sbrogliare questi tre fili di una matassa ingarbugliata come le antiche reti della tonnara di Scopello dove tutto comincia e tutto finisce. Si chiude così, con un colpo di scena finale, un cerchio che ha compiuto un giro larghissimo tra le battute sagaci e i colpi di genio di Tarantini, i deliri di onnipotenza e le malefatte dei criminali spagnoli e i flash improvvisi che tornano nella memoria del bambino per regolare i conti con un passato inquietante.

Filippo Mammoli: un autore con la A maiuscola che avevo già imparato ad apprezzare con il suo scritto precedente, riesce con il suo nuovo romanzo “Il bosco delle more di gelso” a stravolgere ogni aspettativa.

Il timore reverenziale con cui affronto la lettura di un libro nuovo, scritto da un autore  che ho precedentemente adorato è stato completamente annullato, poiché in questo  nuovo romanzo Filippo riesce a mantenere nitide le caratteristiche che contraddistinguono il suo stile adattandole ad un genere e ad una storia completamente differente dalla precedente, dimostrando grandissima abilità e padronanza della parola scritta.

Tre storie che corrono su tre binari diversi: un bambino in fuga da se stesso, dal suo passato e da un dolore devastante. Due malavitosi, tanto spavaldi da rendersi quasi ridicoli, divenendo macchiette di loro stessi. Un uomo, un commissario livornese di nascita, dotato di un’ironia pungente e a tratti crudele, che dovrà sciogliere la matassa di un caso complicato e unire tutti i binari in un’unica grande strada rettilinea.

Tre storie che rispecchiano la complessa natura umana, con tre anime differenti quindi, eppure destinate a fondersi con l’obbiettivo di regalare al romanzo intero una personalità completa e profonda.

I personaggi sono tanti, ognuno caratterizzato alla perfezione ed egregiamente incasellato all’interno della storia, utile al fine di arricchirla e renderla maggiormente credibile.

La voce narrante in terza persona risulta necessaria per avere una visione completa dell’intreccio narrativo e per conoscere più profondamente chi si muove all’interno di quella che, a tutti gli effetti, appare come una sceneggiatura di una serie tv poliziesca in grado di affascinare e catalizzare l’attenzione del fruitore dal primo all’ultimo secondo.

Il lettore si trova quindi dietro un’ipotetica videocamera, che lo porta su un set costruito alla perfezione con le ambientazioni giuste, le musiche di sottofondo che enfatizzano il pathos e gli attori che interpretano perfettamente i personaggi della sceneggiatura.

Il calore del sole siciliano che scalda la pelle, il profumo della salsedine, il rumore delle strade malfamate di un quartiere di Malaga, il suono inconfondibile che assumono le parole pronunciate con l’accento livornese, il sapore agrodolce delle more di gelso.

Il ritmo narrativo, dapprima apparentemente lento, subisce dopo pochissime pagine un’impennata, divenendo immediatamente incalzante, adrenalinico e ricco di colpi di scena.

Ancora una volta Mammoli dimostra di essere perfettamente in grado di gestire il tempo e di addomesticarlo a suo piacimento, dandoci la sensazione che le lancette, sotto il tocco della sua penna sublime, corrano più rapide del normale, accorciando le distanze tra gli eventi e accelerando il battito del lettore.

Rapido, non frettoloso: nulla è lasciato al caso, nulla viene solo accennato o trascurato, ogni tassello, ogni descrizione, ogni parola assume un significato preciso all’interno dell’intreccio ed è dosato al fine di dare esattamente il numero di informazioni giusto, nel momento perfetto.

Il linguaggio grezzo, ricco di frasi dialettali ma mai eccessivamente volgare, l’ironia cruda, l’apparente durezza del commissario Tarantini, si contrappongono alla dolcezza e alla sensibilità di due voci infantili e innocenti, rispecchiando a pieno il carattere dell’intero romanzo.

Emotiva umanità, cruda e sprezzante ironia, dolorosa cattiveria.

La sottile differenza tra bene e male, due facce della stessa medaglia, distinte ma destinate a coesistere o addirittura a fondersi : una moneta che rotea velocemente sul tavolo, confondendo la vista, mischiando le parti, fino a che con un tintinnio assordante, cade e mostra la sua faccia.

Testa o croce: una scelta affidata al caso, o almeno così appare, ma nulla è mai come sembra e Mammoli prende con forza le redini della storia, inverte la rotta della moneta, assume il posto del destino e si prende la responsabilità di compiere la scelta definitiva.

Sarà lui a decidere da che lato dovrà cadere la moneta e quindi il finale della storia.

Un finale fuori da ogni schema, cosi come tutto il resto del racconto, che lascia a bocca aperta, sbigottiti e attoniti.

Un finale tutt’altro che scontato che mette un punto netto, categorico e lascia soddisfatti seppur increduli.

Mammoli scrive un romanzo che mette in gioco tematiche complesse: il senso di colpa, lo strazio causato da un dolore lacerante, l’abbandono, il rapporto sofferente con un passato difficile e scomodo, la debolezza umana di fronte ai beni materiali, in grado di trasformare ogni persona in bestia.

Un libro travolgente, che pone dinnanzi agli occhi del lettore la differenza spesso impercettibile tra bugia e verità e che lo costringerà a porsi delle domande, a rivedere le proprie posizioni troppo spesso assolutistiche, mostrandoci che c’è sempre una via di mezzo, una scelta alternativa, una serie di sfumature che stanno nel mezzo tra il bianco ed il nero e che, non di rado, rappresentano la decisione migliore al fine di sopravvivere alla vita senza arrecare inutile dolore a se stessi e agli altri.

Adrenalina, ironia, emotività, mistero: tutto questo è ciò che si può trovare immergendosi nelle pagine di uno dei gialli più belli letti negli ultimi anni.

Recensione “IL BAMBINO CHE NON POTEVA AMARE” di Federica D’Ascani a cura di Elena Galati Giordano

Quando Teresa partorisce e sente per la prima volta il pianto di suo figlio pensa che non possa esserci gioia più grande di quella che sta vivendo: Libero, suo marito, è in una stanza a pochi passi e Paolo, il suo piccolo appena nato, a un soffio.

Ma il tempo passa e nessuno, in sala, la degna di uno sguardo. C’è qualcosa che non va. E poi la sentenza: suo figlio è morto, suo figlio è deforme, suo figlio non merita neanche di essere visto.

La vita di Teresa diventa il fulcro dell’Inferno in una manciata di secondi, e tutta l’allegria provata fino a quel momento scema per lasciare posto a un vuoto incolmabile.

Ma Teresa non sa la verità: Paolo è vivo, Paolo è in buona salute, Paolo ha la sindrome di Down ed è stato appena mandato in manicomio.

C’è stato un tempo in cui nascere diversi era un modo come un altro per non esistere, un tempo in cui bambini e adulti, se pazzi o anormali, venivano semplicemente dimenticati.

E se per Paolo le cose andassero in maniera diversa?

Ci sono libri che sembrano nati per lasciare un segno indelebile nella vita dei lettori: romanzi capaci di stravolgere ogni fittizio equilibrio, creato a tavolino da ognuno di noi allo scopo di difenderci, di costruirci nella mente un mondo che non faccia del male, che non ci costringa a vedere la realtà.

Ci sono libri che nascono con il preciso scopo di toglierci le mani dagli occhi, che ci obbligano a osservare il dolore e la cruda verità dei fatti, senza barriere protettive e senza filtri imposti da una società e da un’informazione che ha come unico mero scopo quello di nascondere le nefandezze e le vigliaccherie di cui il genere umano è stato ed è ancora capace.

“Il bambino che non poteva amare” è uno di questi romanzi.

Nato dalla penna sublime di Federica D’ascani, ci racconta una storia straziante di tempi lontani -ma in fondo nemmeno poi tanto- e che, come uno schiaffo in pieno viso, ci colpisce riportandoci alla realtà e costringendoci a fare delle analogie con il presente.

Il romanzo inizia in un ospedale: tra le urla disperate di un padre soggiogato da medici vigliacchi e costretto a compiere una scelta difficile e l’attonito silenzio di una madre abbandonata a se stessa, guardata con disgusto e trattata come una criminale, è venuto alla luce il piccolo Paolo, anima innocente bisognosa di amore, nato con l’unica colpa di essere diverso.

“Non è stata in grado di trasmettere al feto l’amore necessario a farlo crescere forte e sano” : questa è l’accusa che viene rivolta a Teresa, la giovane madre di Paolo, dopo che il suo bambino le è stato strappato dalle braccia senza neanche darle in tempo di guardarlo, senza farglielo abbracciare nemmeno una volta.         Un debole vagito è tutto ciò che le resta del suo piccolo, assieme al ricordo di un profilo visto di sfuggita, un profilo dagli occhi a mandorla e dal nasino schiacciato, un profilo che le viene detto non potrà mai più vedere, perché suo figlio è morto a causa delle deformità e della sua incapacità di esser madre.

Libero, padre a metà, spaventato, distrutto dalla delusione di non aver procreato un bambino sano, si ritrova a dover compiere da solo la scelta di abbandonare quel figlio tanto desiderato e che ora è divenuto il suo peggior incubo. Libero, costretto a sopportare un segreto lacerante, che lo consumerà nel profondo e lo renderà un uomo vuoto e prosciugato di ogni sentimento.

Una fitta di dolore acuto colpisce il cuore del lettore già dalle primissime pagine, accompagnata da un senso di inadeguatezza e impotenza che provoca nausea e fa girar la testa.

Immedesimarsi in Teresa non è affatto difficile poiché Federica riesce a trasmettere, attraverso l’uso magistrale delle parole, ogni singola sensazione provata da quest’ultima. Madre, moglie, ma soprattutto Donna, a lei non spetta la possibilità di scegliere della vita della creatura che ha portato in grembo, lei deve solo soccombere e subire, sola e abbandonata nel suo strazio personale.

E poi c’è Paolo.

Paolo il bambino deforme, Paolo nato con la sindrome di Down e per questo immeritevole di ricevere amore. Paolo dichiarato morto, strappato dalle braccia della madre e recluso in un manicomio. Paolo trattato come un criminale, condannato alla reclusione e alla morte, solo perché diverso, solo perché sbagliato agli occhi di una società ignorante, bigotta e guidata dalla paura.

Le descrizioni dell’autrice ci mostrano una verità fatta di corridoi sudici, letti sfatti, catene e punizioni.

Riusciamo a percepire il rumore delle brande cigolanti, il tintinnio delle catene, le urla strazianti di pazienti oggetto, utili solo per essere torturati e maltrattati da medici subdoli e viscidi, che mascherano questo scempio dietro la scusa ipocrita della scienza, di cure sperimentali volte ad una guarigione che non giungerà mai.

Riusciamo distintamente a percepire l’odore acre delle urine e quello pungente del disinfettante.

Riusciamo a vedere senza troppa difficoltà il viola dei lividi sui corpi di pazienti incapaci di difendersi, il giallo della biancheria sporca e il bianco dei camici di dottori che di candido hanno solo la veste che indossano.

Un libro di denuncia, quello di Federica, che fa luce sui soprusi messi in atto dai “potenti” ai danni di chi ha come unica colpa quella di non essere istruito e che, quindi, non può comprendere il sottile velo che divide la verità dalla menzogna.

Un romanzo che porta davanti agli occhi di tutti la paura per il diverso e l’incapacità dell’essere umano di empatizzare con i dolori altrui.

Un testo forte, che sprigiona disgusto e provoca un enorme senso di rabbia nel lettore: rabbia verso la crudeltà umana, verso le verità omesse e verso il desiderio riluttante dell’essere umano di prevaricare i più deboli, di voler a tutti i costi porsi al di sopra di chiunque altro autoproclamandosi giudici supremi a qualsiasi costo, imponendo la propria opinione come unica possibile, come verità assoluta.

In un quadro di degrado e ingiustizie, di ignoranza e bigotta crudeltà però, un flebile raggio di luce si fa spazio, rompendo le righe.

La luce in questo caso ha il volto di un’infermiera, di una dottoressa, di una madre e di chi ha deciso di non accettare una mezza verità imposta, di chi ha deciso che ribellarsi, combattere e amare è la giusta soluzione.

Dal male assoluto emerge così il bene, che si impone con un messaggio in grado di abbattere ogni barriera, un messaggio urlato a squarciagola pregno di frustrazioni e dispiacere, un messaggio di speranza che ci dice che le cose possono cambiare solo se ognuno di noi decide di farlo.

Ognuno nel suo piccolo, ogni voce che, dapprima sola, si unisce a quella di altri, all’urlo straziante di chi vuole giustizia, libertà ed uguaglianza in un unico, grande coro, capace di raggiungere l’obbiettivo: cancellare l’odio grazie all’amore.

Liberamente tratto dalla realtà del dopoguerra eppure disperatamente attuale, in una società come quella d’oggi in cui l’odio sembra essere l’unico sentimento di cui l’essere umano è capace, “Il bambino che non poteva amare” è un romanzo che va letto con il doveroso rispetto e che andrebbe portato nelle scuole per via del suo enorme potenziale educativo: perché la storia insegna e solo conoscendola possiamo evitare di ripeterla.

Recensione “IL SIGILLO DELLE CENTO CHIAVI” di Daniela Tresconi a cura di Alessia Cerbara

Golfo della Spezia (Liguria), fine del ‘500. Due frati e il giovane novizio Sebastiano abbandonano la cappella di San Bartolomeo delle cento chiavi alla marina dopo averla data alle fiamme. Conducono con loro due preziose teche: una verrà custodita nelle viscere della collina mentre l’altra verrà portata a Francoforte in Germania dal giovane Sebastiano e dall’intraprendente Camillea. Il segreto su un misterioso quadro e sul contenuto delle due teche sarà protetto nei secoli dagli appartenenti alla Confraternita delle cento chiavi.

Francoforte (Germania), oggi. Il giovane Sebastien eredita da nonna Sibille uno scrigno che contiene uno sconvolgente segreto. Il ragazzo intraprenderà un viaggio in Italia, nel piccolo borgo di Pitelli in Liguria, alla ricerca del suo passato e di quello di un’intera comunità, trovando invece il suo futuro e l’amore di una giovane donna, Camilla. Sceglieranno di continuare a proteggere il segreto?

Chiudere un libro e non riuscire a trovare le parole adatte per rendergli giustizia è quanto mi sta accadendo; continuo a stare ferma davanti il PC chiedendomi da dove iniziare, cosa sottolineare di più o cosa enfatizzare per trasmettervi la miriade di emozioni che questa piccola chicca di mistery storico è riuscita a comunicarmi senza riuscirvi, quindi, decido di seguire il cuore, dare voce esclusivamente all’emotività e raccontarvi ciò che viene da dentro.

Il romanzo trasuda sentimento in ogni sua pagina e, lo ammetto senza vergogna, in più situazioni mi sono trovata a commuovermi: tale è la sensibilità usata nel trattare temi delicati e l’incredibile immedesimazione che Daniela Tresconi riesce a evocare.

C’è l’amore per le proprie origini: la storia dei luoghi è frutto di ricerca magistrale che abbraccia un arco temporale che va dal XVI secolo fino ai giorni nostri; un passato che non può né deve essere cancellato e che traccerà, senza dubbio alcuno, un futuro forse anche già scritto, ma ancora non elaborato e compreso.

C’è l’amore per la propria terra, i suoi odori, sapori e colori, che, si comprende, sono molto amati dalla scrittrice: non è difficile intuire che ella li conosca bene e che la ricerca geografica di viuzze, pertugi e ciò che potrebbe essere celato agli occhi è minuziosa e frutto di sopralluoghi anche, probabilmente, ripetuti nel tempo. Non vi nascondo che la voglia di visitare i luoghi menzionati e vivere la festa “Pitei ‘n Cantina” che si tiene in agosto, a me è venuta.

C’è l’amore per il proprio credo da difendere e tramandare che, si comprende, è palpabile e degno di rispetto. E’ un disegno che va compreso senza spiegazioni un po’ come accade per la vita che, anche se pregna di difficoltà e, a volte, di sofferenze indicibili e incomprensibili, va accettata per come è.

E poi c’è l’amore eterno, quello che resta dentro di noi e non si cancella mai, che tutto può e tutto lenisce, ovvero l’amore della famiglia: l’amore di una madre, di due fratelli, di una nonna, di due anime che si sono, finalmente, (ri)trovate.

Non sono madre, ma il desiderio ti fa, comunque, percepire ciò che si prova, e io il dolore di Isadora l’ho sentito, mi ha trafitto l’anima e ho compreso ogni sua singola decisione e comportamento. E’ una madre che non si è mai arresa e ha protetto, in ogni modo, i propri figli; è stata una presenza importante pur con tante difficoltà e ha saputo instillare amore in ogni suo gesto. Ha reso indipendente e fiera di sé la propria figlia che, a sua volta, ha protetto il fratello. E’ come se il suo amore incondizionato e puro ha saputo creare un velo di protezione che è arrivato a entrambi, superando barriere indegne, e che ha insegnato loro la capacità di amarsi e proteggersi vicendevolmente. “Il sangue dello stesso sangue non poteva rimanere separato” ci dice l’autrice e, credetemi, è realtà che arriva al cuore e fa provare brividi intensi.

Sono, invece, una nipote che è stata amata tanto dalla propria nonna e il legame forte che io avevo con lei l’ho sentito altrettanto intenso nelle pagine: Sibille è una nonna amorevole che c’è stata e continua a esserci e la lettura della lettera indirizzata al nipote a me ha commosso molto. E’ un amore che senti nel profondo ed è capace di restarti accanto senza abbandonarti mai: ho percepito nell’anima ogni singola emozione e descriverla è davvero difficile ma sono certa che ognuno di voi che la leggerà vi ritroverà l’amore della propria nonna.

L’amore di Camilla (Milly) che travolge, sconvolge e guida la ricerca della verità senza arrendersi mai e riesce a mantenere un segreto delicato e potente assieme al suo compagno: rappresenta la caparbietà, la tenacia e la positività in ogni suo tratto.

Come noterete ho citato protagoniste femminili, ma non è un caso: è sentito e voluto perché questo aspetto del libro mi è arrivato forte e significativo.

La figura della donna è centrale per tutta la narrazione e colpisce per l’intensità. E’ cruciale, per l’autrice, il loro ruolo e l’emozione con cui ce le presenta è palpabile: sono donne forti, intelligenti, intraprendenti, capaci di badare a se stesse cui il concetto di sapersi bastare è ben chiaro e vivido e che, soprattutto, non si piegano di fronte a niente e nessuno, tantomeno si fanno relegare dietro ruoli marginali cui la società le vorrebbe.

Non lo nego, da donna forte e risoluta, questo particolare mi è piaciuto molto perché è un messaggio importante da sottolineare e tramandare alle generazioni future perché, purtroppo a tutt’oggi, non c’è parità di genere e la donna si ritrova fin troppo spesso a dover rivendicare ciò che già di diritto le spetta.

Tramite loro la scrittrice, ci fa arrivare anche un altro messaggio importante che è quello della speranza, del crederci sempre, di non lasciarsi mai sopraffare dalle avversità e di non abbandonare mai perché, nonostante “il per sempre non esiste” come ci dice in un momento del libro, ci dimostra, alla fine, che c’è un destino tracciato per ognuno di noi e, anche se periglioso e doloroso, condurrà verso la meta agognata e desiderata e sarà in grado, soprattutto, di disegnarci un nuovo sorriso sulle labbra.

Daniela Tresconi, con sublime delicatezza ed eleganza ci regala perle importanti non solo con le parole ma anche attraverso i disegni affidati all’illustratrice Elena Galati Giordano, che ci accompagnano durante la lettura. E’ stata una scelta geniale che mi ha stupito e catapultato, in un attimo, indietro nel tempo a quando, da piccola, leggevo le fiabe e rapita guardavo i disegni: beh, vi assicuro, che con la stessa aria trasognante ho guardato le illustrazioni.

Il volto di Camillea è esattamente come ci viene descritto, trasuda determinazione e forza: ti buca l’anima, ti guarda diritto negli occhi come se fosse in grado di leggerti e, dopo aver frugato dentro di te, ti lascia attonito a cercare di comprendere.

Anche le illustrazioni che ritraggono Sebastien e Milly sono intense: con lui si riescono a provare sconforto, frustrazione e annientamento mentre lei riesce a trasmetterci esuberanza, determinazione e voglia di vivere. Ying e Yang di una stessa medaglia che combaciano alla perfezione e sono in grado di completarsi a vicenda.

Quanto detto, oltre ad avere una carica emozionale non indifferente, ha anche un fondamento importante perché, la quasi totalità del racconto è supportata da precise citazioni, rimandi storico – geografici e cenni bibliografici di tutto rispetto: la ricerca delle fonti è minuziosa e dettagliata e sottolinea un lavoro egregio.

Non posso, quindi, che concludere con i miei più sinceri complimenti all’autrice e a tutti i collaboratori di cui si avvalsa perché ho sentito la sua opera in modo completo e intimo: si sente l’amore per la famiglia, i luoghi e la loro storia e la voglia di trasmettere buoni sentimenti e spronare alla loro conoscenza.