Recensione “LA FIAMMA AZZURRA” di Daniele Viaroli a cura di Sara Canini

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Esiste un luogo, al di là del tempo e dello spazio, dove tutti i mondi si sfiorano e un uomo può scivolare oltre il sottile velo che divide una dimensione da un’altra.

È proprio in quel luogo che Jake, un liceale come tanti, viene trascinato da un misterioso viandante che, ferito, bussa alla porta di casa sua.

E’ l’inizio di un’incredibile avventura in un universo popolato da robot filosofi, folletti privi di senno, scienziati codardi, navi volanti e dolci animali dai poteri straordinari.

La battaglia per proteggere il multiverso dall’oblio ha inizio.

recensione

Immaginate di trovarvi nel bel mezzo di Roma. Non tutti hanno avuto la fortuna di vedere la capitale e solo in pochi l’hanno vissuta abbastanza da comprendere il disagio di certe situazioni. È difficile spiegare a un forestiero quanto sia caotico e destabilizzante sostare in un punto che non è un vero incrocio, ma che allo stesso tempo collega quattro o cinque zone super trafficate.

Ecco, siete all’incrocio con la prima marcia inserita, pronti a partire. Allo stesso tempo, immaginate di essere scudati da una bolla trasparente che vi avvolge e vi protegge: una specie di cerchio magico delimitato dal sale, che tutto può e tutto purifica.

Benvenuti a Crocevia.

No, non siamo su autostrade.it e nemmeno su un sito dedicato alla wicca.

Parliamo di un dettaglio che si rivela una delle trovate più originali contenute nelle nuove proposte editoriali di quest’anno. Il libro in questione è “La fiamma azzurra”, edito da Dark Zone Edizioni, e firmato dall’esordiente Daniele Viaroli.

Uno scritto godibile, che spesso strizza l’occhio alla cultura pop e che, tra riferimenti e qualche citazione nemmeno tanto velata, riesce ad accalappiare sia l’attenzione del lettore più giovane e open mind, che quella di che ha abbastanza cerchi nel proprio fusto da sapere chi sia Clint Eastwood (perché no, non è così scontato che i giovani d’oggi lo conoscano). Ciò è possibile anche grazie allo stile brillante che avvicina soprattutto i periodi narrativo-descrittivi alla piacevolezza del parlato informale. Sembra che l’autore si rivolga in modo confidenziale a chiunque lo stia ascoltando e questo trattamento, questa familiarità con cui vi si rivolge, non fa altro che favorire una discesa dolce nella storia stessa. Tale confidenza permette al testo di procedere in maniera fluida, senza particolari intoppi, con forse qualche spiegazione di troppo nelle pagine iniziali, ma questa è l’altra faccia della medaglia del fantasy: bisogna calarsi in dimensioni totalmente differenti dalla realtà, con regole completamente nuove, quindi l’introduzione di qualsiasi libro fantasy è sempre –per forza di cose- ricca di descrizioni particolarmente scrupolose.

Seppur a tono, restando comunque fedele al proprio ruolo di burattinaio, l’autore aumenta la sensazione di inclusione in una storia che, almeno all’inizio, lascia un po’ disorientati. Il motivo? Il lettore si ritrova nel bel mezzo di una scena d’azione che –se si leggesse la storia al contrario- avrebbe il sapore di scontro epico tra personalità imponenti.

Parallelamente, viene presentata anche l’ambientazione e i personaggi principali. La prima vede nella città/regno di Crocevia un vero e proprio punto di riferimento, sia narrativo che stilistico: infatti, si tratta di una stazione comunitaria tramite cui ogni dimensione entra in contatto con le altre; una sorta di Svizzera immaginaria che fa da base d’interscambio tra le varie realtà del Multiverso. Inoltre, per importanza, simbologia e maestosità, ricorda vagamente la famigerata torre della serie “La Torre Nera” di Stephen King.

Per quanto riguarda i personaggi, che rappresentano il vero punto di forza de “La fiamma azzurra”, la caratterizzazione fantasiosa è ciò che sorprende di più. Al di là degli archetipi narrativi classici, che spesso nel fantasy sono così marcati da apparire quasi stucchevoli, in questo scritto i ruoli vengono del tutto coperti da personalità così piacevolmente folli e imprevedibili da risultare adorabili. Spesso ci imbattiamo in eroi, spalle e guide che ricordano i soliti Potter e Gandalf, mentre qui abbiamo così tante particolarità da dimenticare la figura del mentore fotocopia di Silente.

Il protagonista, il sedicenne Jake, è decisamente meno incantato e sprovveduto di Harry Potter e questo lo rende più simile all’intraprendente Percy Jackson di Rick Riordan (non a caso, un autore americano). Come quest’ultimo, Jake si sveste dei panni un po’ kitch full british che allontanano ormai Potter dagli adolescenti che imbracciano libri fantasy. Che il maghetto della Rowling sia un po’ fuori moda? Assolutamente sì, perché l’informalità e la naturalezza di Jake somigliano moltissimo alla routine di un ragazzo comune, che si ritrova la vita sconvolta da un soggetto che tutto sembra meno che una guida.

E qui si arriva al personaggio di Skald, uno dei migliori – se non il migliore in assoluto- un po’ pirata e un po’ bandito, che non appare come mentore illuminato e infallibile, bensì come povero disgraziato che si presenta al lettore quasi in fin di vita. Tutto ciò svecchia l’idea di guida onnipresente e onnisciente che probabilmente ha fatto il suo tempo e che rende l’autore mai nostalgico di un passato letterario che può ispirare, ma che di più ormai non fa. Ecco l’originalità de “La fiamma azzurra”: la capacità di andare oltre gli archetipi, producendo una storia a sé stante e non l’ennesimo remake che scimmiotta un classico.

A margine, troviamo un ampio stuolo di personaggi ed elementi fantastici che si intervallano nella vicenda (o che la strutturano), che interagiscono in maniera del tutto naturale, senza alcuna forzatura.

I numerosi spunti di riflessione suggeriti dall’autore mostrano che nel testo vi è molta più profondità intellettuale di quella che si pensi, ma la verità è che tale spessore si percepisce già nel momento in cui si descrive l’Oblio: arma di distruzione che ha il potere di inghiottire il Multiverso e che, sfortunatamente, è sistemata nelle mani di colui che non rifugge il Nulla. A tal proposito, il personaggio dichiara di non aver paura del niente che avvolgerebbe il tutto, perché “io voglio solo svanire”. Dichiarazione violenta quanto quieta; intensa perché fa sprofondare il lettore nel malessere cosmico di chi vive la depressione e che, per questa, vuole solo scomparire. Una frase che va oltre qualsiasi minaccia fatta dal villain di turno, perché con sole quattro parole mostra quanta poca smania di potere abbia e quanto poco interesse ci sia nei confronti del proseguo stesso anche della propria vita. Chi legge è consapevole di essere vittima non di un tiranno, bensì di un disperato… e a volte, i disperati sanno essere più crudeli dei cattivi stessi.

Lettura consigliata a qualsiasi tipo di pubblico, ma indirizzata a chi può e vuole fare questo genere di riflessioni.

Recensione “LA GUARDIANA DEI DRAGHI – Il cristallo di Lunus” di Veronica Garreffa a cura di Sara Canini

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Hope Edison ha diciassette anni. Sa di essere stata adottata ma è ignara delle sue vere origini. La vita sulla Terra le ha insegnato a stare alla larga dai prepotenti che la prendono sempre di mira, ma l’ha tenuta del tutto lontana dalla guerriera forte e saggia che avrebbe dovuto essere. D’un tratto cominciano ad accadere cose strane, finché la verità non viene svelata. Tutto quello che viene raccontato alla ragazza non fa altro che urtare il suo carattere fragile e demolire le sue poche certezze. Tuttavia gli episodi seguenti le fanno capire che, per la prima volta, deve assumersi le sue responsabilità, così decide di gettarsi in quello che, in un primo momento, le sembra solo una follia. Con il tempo Hope capirà che, quando ci si trova di fronte alle difficoltà, non bisogna scappare ma combattere.

Una storia, in bilico tra mondi reali e mondi fantastici, costruita intorno all’idea che, per raggiungere la pace, non debba esserci uno scontro tra Bene e Male ma che si debba stabilire l’Equilibrio tra di essi. Un’avventura fantasy che vuole essere anche la metafora del percorso interiore per trovare se stessi. Ogni personaggio ha il suo passato e dovrà compiere un viaggio fisico, ma soprattutto psicologico, prima di poter combattere il nemico.

recensione

Uno degli aspetti che il lettore non conoscerà mai del libro che tiene tra le mani, ma per ovvi motivi, è la strada che questo ha percorso. L’evoluzione. Come una farfalla che, prima di diventare tale, è stata crisalide, larva e uovo, molti dei racconti che approdano sullo scaffale ultimamente hanno una doppia storia da raccontare: la loro e quella di chi l’ha scritta.

Non che gli altri ne siano sprovvisti, anche perché ognuno di loro butta sangue e sudore sulle proprie opere e addirittura, alcuni arrivano ad innamorarsene così tanto da non coglierne i limiti; ma delle altre (storie) hanno un’energia più vecchia impressa sulle pagine. Prendete il mobile sbeccato della nonna: guardandolo con attenzione ricorderete la volta in cui lo spigolo vi fece rimediare sette punti e un lecca – lecca al pronto soccorso. Ora, guardate la vostra libreria Ikea: suggerisce niente? Appunto.

Alcuni libri hanno vissuto molte più vite di quelle di cui raccontano e uno dei casi più eclatanti del momento, restando in zona esordienti, è di sicuro “La guardiana dei draghi – Il cristallo di Lunus” di Veronica Gareffa, edito da Dark Zone Edizioni.

Si parla di un libro che ha già portato a termine il primo ciclo di vita sotto altri stemmi e che oggi, in occasione del Lucca Comics 2019, viene ri-lanciato dalla sua nuova casa editrice.

Nota a margine: l’editore in questione manda un messaggio assai coraggioso alle altre CE parigrado (ma non solo), ossia, la volontà di spogliarsi del pregiudizio indirizzato a quei manoscritti ritenuti ormai bruciati. “Causa” il self publishing, Wattpad o terze parti, molti editori tendono a snobbare prodotti che sono stati già sul mercato e che, trovandoci in una realtà medio-piccola, hanno parzialmente esaurito la loro forza di vendita. La verità, invece, è che il pregiudizio è un difetto che non ci si può permette in questo ambiente, pena lo scarto di tante storie e di autori che, se supportati, possono regalare non poche emozioni.

Con “Il cristallo di Lunus” parliamo del primo volume di una saga fantasy con qualche strizzata d’occhio alla fantascienza. Infatti, sebbene molto dell’ambientazione e delle componenti ricordino gli elementi dei fantasy più classici, ma con quel tocco di modernità che solleva il testo dalla solita pesantezza, sfumature più o meno impattanti sulla trama sono proprie della letteratura di fantascienza. La figura e l’importanza che viene data al drago, simbolo di genere per eccellenza, sembra scontrarsi frontalmente con i viaggi interplanetari, che invece ricordano tutt’altro tipo di libri. Il punto è che l’autrice, giovanissima per altro (e questo tornerà utile più avanti), imbastisce in maniera semplice uno scenario che attinge a destra e manca e che resta in piedi fino alla fine. Sarà la familiarità, saranno i richiami all’una o all’altra metà della mela del fantastico, ma l’impalcatura su cui regge la trama appare credibile.

Rispetto ai giorni passati, l’autrice ha dato prova di aver lavorato duramente su un testo che agli albori appariva acerbo, sia dal punto di vista dello stile che della concezione e della struttura della trama. Oggi, grazie al supporto e alla supervisione dell’editore, il primo è stato uniformato a uno standard che ha facilitato e faciliterà la crescita della scrittrice; mentre, l’intervento sul secondo ha permesso di far emergere la godibilità di uno scritto concepito da e per i giovani. Infatti, “Il cristallo di Lunus” ha una scenografia, una caratterizzazione dei personaggi, uno sviluppo di trama assai semplice, che poco ha a che vedere con i fantasy contorti e iper-strutturati che intrecciano le sinapsi e che allontanano i giovani dalla lettura. Il testo vede il tutto ridursi alla presenza del Bene e del Male, intesi proprio come protagonisti della vicenda e visti come estremi supremi opposti ed essenza unica di qualsiasi azione e reazione. Questa scissione netta, e anche un po’ utopistica, richiama la psicologia adolescenziale o quella subito seguente, in cui tutto è bianco e nero, bello o brutto, amore od odio. Forse è questa l’unica pecca dello scritto, ossia una concezione un po’ troppo rigida che allontana il lettore più maturo, il quale conosce più sfumature a causa dell’esperienza, e che allo stesso tempo avvicina (anzi, attrae) il lettore più giovane. Proprio quest’ultimo, che spesso si nega alle lunghe sessioni di lettura e che invece, qui, potrebbe decidere spontaneamente di passarci le ore.

A specchio, questa sorta di leggerezza si riflette nei personaggi e nella loro caratterizzazione, dai quali però si solleva Zen: personaggio – guida imperturbabile, complesso, con più sfumature, umano quanto basta e quindi impelagato nelle proprie difficoltà e pensieri.

La trama risulta davvero piacevole, perché il concetto di Equilibrio non viene affrontato, ma trattato come fosse effettivamente un’entità viva e ben presente. È proprio questo a rappresentare le responsabilità che gravano sulle (piccole) spalle della protagonista, Hope. Il concetto di Equilibrio tra Bene Supremo e Male Supremo non fa altro che rinnovare la divisione di cui sopra e questo suggerisce quanto ci si trovi di fronte a un testo fortemente indirizzato (o comunque, adatto) a un pubblico adolescente.

Inoltre, la presenza del drago, inteso come custode del prezioso bene che è l’Equilibrio, non fa altro che fornire un’immagine diversa e piacevole dell’animale stesso: a differenza di Martin e dei tre figli di Khaleesi, protettori ma sempre assai feroci, qui il drago assume le sembianze del tempio al quale affidare il bene più prezioso.

In conclusione, “La guardiana dei draghi – Il cristallo di Lunus” è materialmente il primo mattone di una costruzione più alta e imponente, ma scivola via in maniera fluida senza pesare sulle spalle del lettore. Se giovane, meglio. Se maturo, di sicuro d’esperienza nel riconoscere pagine e pagine di sangue e sudore che ora, grazie a un editore coraggioso e a un’autrice instancabile, hanno trovato una (seconda) nuova luce: probabilmente, quella che meritavano.

Recensione Anteprima “WATERGRACE” di Hendrik R.Rose a cura di Sara Canini

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In un futuro medievale due popoli diversi sono divisi dalla guerra e dall’odio. Gli ardesiani di Ardesia sono carnivori e fedeli agli dei, i rosensin di Rosemund vegetariani, atei e fumatori d’erba, solo la strabiliante attitudine al combattimento, arte appresa sin da bambini, li accomuna e li unisce.

Più volte, in segreto, tra i boschi ai confini dei due regni, le amazzoni di Rosemund invitano i vigorosi cavalieri di Ardesia a misurarsi in dispute fondate sullo sprezzo del pericolo e sulla tacita attrazione.

Pur dando prova della loro prestanza fisica e del loro coraggio, nei rosensin rimane solo un limite, la «watergrace», un incanto ancestrale che li rende incapaci di nuotare e che condanna alla morte chiunque abbia l’ardire di sfidare l’acqua. Una maledizione che Sophie, principessa di Rosemund ed Evan, cadetto di Ardesia, saranno costretti ad affrontare per sfuggire a una presenza ostile che dopo una lunga assenza tornerà per condurre ogni cosa nel caos. Un crepuscolo scenderà cupo sulla ragione e sulla pace trascinando Evan e Sophie, i due amanti, in un abisso da cui dovranno salvarsi da soli.

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In apparenza, il binomio Dark Zone Edizioni – letteratura romance può sembrare insolito ai più, perché la prima è specializzata in fantasy (in tutte le sue molteplici sfaccettature) e la seconda è ormai ben consolidata nel mercato self.

In verità, certi titoli meritano attenzioni particolari e non perché alcuni siano più meritevoli di altri: più semplicemente, un buon editore può tirar fuori dei punti di forza che il mercato non sa trovare in uno scritto. Nello specifico, quando il genere madre incontra delle nuance particolari, la natura di un testo vira verso la creazione di un ibrido che difficilmente riesce ad essere preso sul serio e ad affermarsi in un mercato più ampio delle vetrine Amazon e affini. Mentre alcuni lettori restano fedeli agli schemi che vedono i generi letterari delimitati in maniera netta, una fetta di pubblico sempre più importante diventa fluida e cerca nei testi il dettaglio capace di accalappiare la sua attenzione. Insomma, niente più fedeltà al genere, bensì al contenuto.

Sono queste le basi su cui è nato ed evoluto il genere romance. Costola della letteratura rosa, ha saputo tirare a sé un pubblico ormai annoiato dalle ripetitive vicissitudini amorose della Mary Sue di turno e incrociandosi con altri generi letterari, ha partorito poi degli ibridi apprezzatissimi. Pensiamo all’opera di Stephanie Meyer, Twilight, che non nasce con lo scopo di imporsi nel circuito della letteratura horror mondiale (ciò che in molti fanno difficoltà a capire), ma che invece rivendica a gran voce la propria appartenenza all’ibrido genere dei paranormal romance.

È il caso di “Watergrace” di Hendrik R. Rose, titolo Dark Zone Edizioni, in uscita in questi giorni.

Parliamo di un testo visibilmente più corposo di altri titoli dello stesso genere e difficilmente piazzabile nel mercato libero dei self. Il motivo? Watergrace è più complesso di altri romance, maggiormente articolato, ben strutturato, caratterizzato il giusto e approfondito dal punto di vista emotivo. Più maturo e meno scarno, per essere precisi.

Innanzitutto, l’autrice offre un racconto scorrevole, a tratti davvero piacevole, perché contornato da descrizioni differenti dall’addominale in bella mostra o dal labbro morso per passione repressa. Parliamo di scenari suggestivi, ambientazioni ben chiare nella fantasia di una scrittrice che ha saputo metterli su carta in maniera fine, gentile, importante ma mai pesante. Ciò denota un pensiero più sottile e articolato del semplice segmento che lega A e B, il quale fa spesso storcere la bocca ai lettori di altri generi.

L’esempio principe è rappresentato dalla definizione vera e propria di watergrace, ossia l’incapacità di nuotare di ogni Rosensin. Intorno a quello che è di fatto un limite, mentre per alcuni sembra quasi leggenda, ruota la vicenda che avvicina due culture molto diverse e in lotta tra loro: da un lato ci sono i Rosesin di Rosemund e dall’altra gli Ardesiani di Artesia.

Tra le pagine si trova una contrapposizione che ricorda l’intolleranza tra Montecchi e Capuleti e infatti, proprio come in “Romeo e Giulietta”, il genere di interazioni e i meccanismi narrativi sono fin da subito molto chiari. Proprio perché già noti, ci si stupisce di quanto velocemente scorrano le pagine, ma non è solo lo stile poetico e contemporaneo, i personaggi forti ma allo stesso tempo umani, la vicenda dura e piacevole a fare perno sul naturale apprezzamento del bello che tutti noi abbiamo.

L’autrice va oltre Romeo e Giulietta e articola una storia che sembra più volte correre in mille direzioni, che alla fine si ricongiungono e abbracciano un finale totalmente inaspettato.

La caratterizzazione dei personaggi si allunga in più pagine e racconta di Sophie, Evan, Brent e tanti altri come fossero protagonisti di un film: con la stessa poesia de “Sogno di una notte di mezza estate”, lo spettatore/ lettore segue l’onda emotiva di ogni protagonista ed entra nell’intimità di ognuno come fosse una qualsiasi stanza del medesimo castello. Ottima la capacità di far comprendere ciò che il personaggio sta provando e questo va al di là delle parole usate, concentrandosi su gesti, frasi, silenzi che non passano inosservati a un lettore attento.

Ciò che sorprende di Watergrace, e che lo differenzia dalle altre proposte romance del momento, è la pienezza di uno scritto che non sembra nato solamente per raccontare l’avvicinamento tra due mondi: Watergrace è pensato, scritto e proposto come un racconto completo a cui non manca nulla e il genere, paranormal romance, serve solo per etichettare il tomo sullo scaffale.

Si tratta di un viaggio su sfondo rosa, piacevole e allo stesso tempo impegnativo; perché romantico può essere di qualità, se fatto con qualità come in questo caso.

Recensione Anteprima “IL PENTACOLO – Legacy of Darkness. Saga completa” di Miriam Palombi a cura di Letizia Rossi

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Malcom sa che il tempo sta finendo. Non gli resta molto da vivere e con la sua morte nessuno proteggerà il sottile equilibrio tra il mondo del paranormale e quello della scienza. L’antico ordine del Pentacolo ormai è decaduto, ma l’uomo tenterà il tutto per tutto affinché Londra non cada nel caos. Un pugno di uomini dalle strane facoltà, potranno sostituirlo, lo sa, i suoi poteri glielo hanno detto.

Galahad dovrà raggiungerli e convincerli ad abbracciare il loro destino. Saranno costretti ad accettare la loro natura e scendere a patti con i propri demoni. In gioco non c’è solo la vita o la morte ma la possibilità di dannare per sempre la propria anima in un’avventura che li porterà fino alle radici malate della Nuova Tecnica.

Stone Temple House attende tutti loro, il pentacolo inciso nella pietra li aspetta. Il simbolo è in attesa di essere aperto ancora una volta.

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Mai dire che un determinato genere di letture non fa per noi, non ci piace, lo evitiamo. Perché poi succede che arriva un autore che smentisce le nostre convinzioni… e non resta che ammettere quanto ci si sbagliava.
Leggere Miriam Palombi su di me ha avuto esattamente questo effetto. La sua penna essenziale, tagliente, raffinata, mi ha fatto scoprire un horror diverso da quello che per anni ho immaginato e, spesso, trovato nei libri di questo genere.
Ho affrontato la lettura di questa sua imminente nuova uscita con entusiasmo e curiosità, certa che non mi avrebbe delusa e così è stato.

Bastano poche righe per immergersi in un’atmosfera grigia, cupa… è Londra la città che fa da sfondo alla storia. Una Londra nebbiosa e umida, caotica, fatta di vicoli, ombre, antichi manieri che nascondono segreti e misteri. E così come la città reca in se stessa un’anima antica e il progresso più avanzato, la vicenda sembra oscillare costantemente nel tempo: fine ‘800 e futuro convivono e danno vita a una dimensione fantastica ma al tempo stesso estremamente ancorata alla realtà. Ad accentuare questa percezione contribuiscono i salti temporali, con tanto di flashback che riporta alla seconda guerra mondiale. Tutto però appare come racchiuso in una bolla dove, appunto, il tempo ha un suo scorrere e una sua propria identitàà, diversa da quella che potremmo concepire razionalmente.
Incastonata in questo contesto, una storia che mescola abilmente elementi fantasy, thriller e horror con misura ed equilibrio mirabili.

Miriam Palombi non risparmia scene macabre e violente ma resiste alla tentazione di scivolare nello splatter fine a se stesso.

È l’atavica lotta tra il bene e il male a fare da motore della storia. Ma se ci aspettiamo i soliti buoni contro i cattivi, verremo disattesi.

Ci si aspetterebbe che i protagonisti fossero tutti perfetti, eroici… e invece no. Ciascuno porta in sé, chi più velatamente chi meno, componenti positive e negative. Essere dotati di un potere non è una scelta. Lo è invece decidere cosa farne.
Tra gli attori principali della trama voglio citare lei, l’unica donna: Elisabeth Wu. Apparentemente è la meno dotata tra i cinque; fragile, sensibile, vulnerabile, “umana” come non mai e quindi facilmente classificabile come elemento debole, si rivelerà invece l’elemento chiave del Pentacolo, quello che porterà alla vera rivoluzione. Non è un caso, a parer mio, che proprio nelle sue mani si depongano intuizioni e capacità straordinari, quasi a ricordarci che ancora una volta la figura della donna ha un potere salvifico per il genere umano.
Molto affascinante anche la figura di Dimitri Ivanoff, l’uomo che, cresciuto con i lupi, ne ha assorbito le doti da cacciatore, non solo nel comportamento ma anche nei sensi acuti e nei riflessi pronti e scattanti.

Ma è Galahad, il fedele servitore sfregiato, ad avermi conquistata. All’apparenza ambiguo e simile nell’aspetto alla raffigurazione della morte, nasconde sensibilità e umanità che cela al mondo con i suoi modi schivi e l’alone di mistero che si è creata attorno a lui. Sono queste doti, oltre ad un potere che lo accompagna fin da bambino, a renderlo prezioso, anima e allo stesso tempo protettore del Pentacolo.

Un punto che mi è parso debole in questa trilogia riguarda proprio i personaggi.
Nelle prime due parti si creano delle aspettative, svelando alcuni aspetti della natura e delle origini dei protagonisti. Si intuisce che ciascuno abbia enormi potenzialitàà e, con queste premesse, ci si immagina che nella terza parte accadano grandi cose. Invece quelle aspettative vengono un po’ deluse: l’ultimo capitolo vede i cinque (sei, con Galahad) inseriti in un contesto in cui agiscono come una squadra di investigatori, piuttosto che come creature straordinarie dotate di poteri e responsabilitàà di calibro notevole. Quell’atmosfera epica plasmata attorno a loro viene smorzata. Contribuisce a questo anche l’aver reso il terzo capitolo della saga un vero e proprio thriller. Se pur ben congegnato, teso e incalzante, la trama e le indagini si antepongono alla dimensione sovrannaturale che, sia ben chiaro, persiste ma si pone in secondo piano. Insomma, si torna con i piedi a terra dopo aver volato in alta quota, pur mantenendo in parte quello che si è assaporato prima.
Bisogna però dire che è proprio in questo capitolo finale che il Pentacolo e Galahad vengono mostrati nella loro complessitàà e completezza, ci vengono svelati tasselli importanti del loro passato che permettono al lettore di collegare i fili lasciati sparsi dall’autrice in precedenza. L’indagine diventa un mezzo per far conoscere ancora meglio ciascun protagonista. È, quindi, un lieve cambio di direzione che inserito nel contesto generale di tutta la trilogia si comprende meglio.

L’ultima considerazione la riservo per l’elemento che più mi ha conquistata: lo stile. Miriam, in questo, è davvero un’eccellenza. Cesella ogni frase, scegliendo con cura i vocaboli e utilizzando un linguaggio ricco e vario. Le bastano poche parole per dare vita a immagini forti e vive, contornate da atmosfere dettagliate.
Non si perde in fronzoli inutili, la sua è una scrittura asciutta ed essenziale che mantiene il lettore ben saldo sui binari della narrazione.

Tirando le somme, “Il Pentacolo – Legacy of Darkness”, pur con qualche piccola e assolutamente perdonabile debolezza, è un libro scorrevole e coinvolgente. 370 pagine che scivolano, una dopo l’altra, prima ancora che ci si renda conto che si sta leggendo una trilogia.

Recensione ” Le Cronache del reame incantato – Il marchio del Serpente” di Alberto Chieppi a cura di Sara Canini

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Sam ha quindici anni e sulla spalla ha uno strano tatuaggio a forma di serpente. Lo ha da tutta la vita e ormai ha smesso di chiedersi quale sia il suo significato. L’occasione per scoprirlo, però, si presenta una notte a seguito di una serie di eventi rocamboleschi. Sam dovrà fidarsi di una donna misteriosa e partire per un viaggio incredibile verso il Reame Incantato, il luogo da cui ha origine la magia che si cela nascosta in lui. Fra confraternite sovversive, goblin pasticcioni e demoni sibilanti, Sam inizierà a seguire il percorso che il destino ha scelto per lui, facendo nuove amicizie e combattendo contro nemici spietati, alla ricerca del significato oscuro del «Marchio del Serpente».

recensione

Quando si pensa al fantasy, spesso, i ricordi vanno ad orchi con la clava, elfi dalle orecchie a punta, valli incantate e grandi battaglie centenarie. Il signor J. J. R. Tolkien ha di sicuro elevato un genere ritenuto secondario fino ai suoi tempi e questo è di certo un gran bene, ma il suo merito più grande è stato quello di caratterizzare il fantasy al punto di renderlo inconfondibile, riconoscibile a prima vista. E questa, come sappiamo, è l’unica strada per l’immortalità: restare nella memoria di uno equivale al sopravvivere al tempo, anche quando il nostro è già passato.

Eppure, intorno al lavoro del Maestro, è nata un’aura nebbiosa e scintillante; qualcosa che dona vigore e spessore a un seme piantato con tanto amore. Perché il fantasy, in quanto creazione, è frutto di un immenso, straordinario e sterminato sentimento: nulla nasce dal niente.

Nel corso degli anni, il genere si è sparso in più direzioni, dando vita a sottogeneri anche piuttosto apprezzati, come il dark e l’urban fantasy o il graditissimo sword and sorcery. Tuttavia, nonostante la divisione suggerisca l’indebolimento, la cellula madre che è il fantasy non si è mai indebolita; anzi, è cresciuta lentamente arrivando all’apice del lustro proprio nel nostro tempo. È vero, anche Peter Jackson ha la sua fetta di merito e il fatto che non si tratti di carta stampata, bensì di pellicola, accrescere la stima verso un genere che fa della versatilità la propria forza.

E Peter Jackson non è il solo. Cosa sarebbe J. K. Rowling senza Chris Columbus, Alfonso Cuarón e l’amato/odiato David Yates? Parleremmo degli stessi numeri? Forse, dovremmo semplicemente comprendere che il fantasy include tutto e che l’originale (nel senso di primo) non esiste. Esistono varie forme e livelli, varie dimensioni e aspetti, ma nulla cresce in una scatola e per fortuna, certi editori e lettori lo sanno.

A seguito di questa lunga, ma doverosa premessa, parliamo di “Le Cronache del Reame Incantato – Il marchio del serpente” di Alberto Chieppi, edito da Dark Zone Edizioni, e primo volume di una saga fantasy di stampo potteriano. Quest’ultimo aggettivo è fondamentale nella comprensione di un testo che non nasce da nient’altro se non dall’amore, che non riesce a stare chiuso in una scatola e che non scopiazza dall’originale, semplicemente perché l’originale non esiste nel fantasy.

L’autore si è cimentato in uno scritto che appare da subito estremamente complesso, ma non per il lettore, bensì per sé stesso. Infatti, causa stile e struttura potteriana ben chiare fin da subito, Il marchio del serpente sceglie consapevolmente di esporsi a critiche e paragoni prevedibili, perché con un lavoro così si cammina su un campo tempestato da mine e non un prato di margherite. Eppure, l’autore vince. Vince tutto. La narrazione procede in maniera lineare e armonica, mostrandosi frutto di un lavoro certosino, assai appassionato ed elaborato, mai campato in aria. Il testo segue parallelamente ben tre corsi, con altrettante storie e protagonisti diversi, arricchendosi di novità e dettagli assorbiti in maniera del tutto naturale, mai artificiosa. Sa scandire il ritmo, bilanciare scene lente e descrittive a quelle veloci e d’azione e questo rende il tutto perfettamente equilibrato, godibile. Nonostante la struttura nota, è proprio questa a rappresentare uno dei punti di forza de Il marchio del serpente: il lettore si sente così tanto a casa, immerso nella familiarità della nuova dimensione – il Reame Incantato– che può dedicarsi ai dettagli, quelli che sfuggono sempre quando si è presi dalla foga.

Ovviamente, nonostante lo sviluppo parallelo di storie differenti, il vero protagonista della vicenda è Sam, ragazzino milanese che passa da una famiglia affidataria all’altra senza mai trovare pace, né un posto da chiamare ‘casa’.

Sorvolando sugli aspetti urban dell’incipit, quest’ultimo è confezionato in maniera deliziosa e mostra il passaggio dalla nostra dimensione da ignari Sapiens al Reame Incantato dei maghi. E poco importa che il punto di partenza sia la metro di Milano, perché finalmente queste cose avvengono anche da noi, senza sembrare forzate o grottesche.

Attraverso Sam, il lettore si intrufola nel nuovo mondo e con lui affronta le tappe che portano alla consapevolezza, ossia il percorso dell’eroe: il confronto con le spalle Lilith e Nyx, la presa di coscienza del proprio essere speciale, il ragionamento e l’affronto della vicenda, fino a giungere alla conclusione, che poi tanto conclusiva non è.

La trama che coinvolge Sam, Lilith e Nyx è quella che più si avvicina ai bei romanzi di formazione ed è la vera punta di diamante de Il marchio del serpente.

Parallelamente, le vicende di Mephisto e Sirio. Il primo, stregone intrappolato nell’aldilà e totalmente dedito alla fuga; il secondo, figlio di un’alta carica dello stato, ma non per questo vero erede. Queste due storie, che per spazio ed importanza non posso in alcun modo essere chiamate sotto trame, rappresentano una novità rispetto alla struttura potteriana portata al successo da J. K. Rowling. L’autore de Il marchio del serpente mostra la quotidianità di due personaggi ombra, i quali assumono il ruolo di diretti protagonisti.

Mephisto permette al lettore di camminare in tunnel oscuri, sotterranei, umidi e pericolosi, di guardare l’altra faccia della medaglia e immergersi in una realtà che la Maestra Rowling ci ha mostrato solo sprazzi, giusto nei capitoli finali della sua opera.

Ma la vera rivelazione, almeno per la sottoscritta, è stata la trama dedicata a Sirio Paladin, la risposta di Alberto Chieppi all’incomprensibile (e forse mal sfruttato) Draco Malfoy. Al pari di Sam, Sirio affronta il percorso di crescita con gli amici Dafne ed Argo (quest’ultimo spalla comica per eccellenza) e regala al lettore un personaggio positivo, rinchiuso in un contesto negativo; a chi legge, Sirio mostra la possibilità di camminare sulle proprie gambe, senza seguire una strada già tracciata, con coraggio e tutte le difficoltà e insicurezze del caso.

In conclusione, al netto delle vicende accorse al povero ma determinato Sam, l’autore assembla una storia dalla struttura ben nota, ma con un’identità talmente forte e piacevole da essere ricordata nel tempo.

Proprio con questo scritto e con questa pubblicazione, Alberto Chieppi e Dark Zone dimostrano di credere fortemente nel fantasy, investendo tempo e spazio in un racconto bagnato d’aura potteriana, ma così godibile e ben scritto da valere i soldi spesi. D’altronde, il coraggio non manca mai a chi vive di fantasia.

 

Cover Reveal “IL PENTACOLO- Legacy og darkness. Saga completa” di Miriam Palombi

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Titolo: IL PENTACOLO. Legacy of Darkness. La Saga Completa

 Autore: Miriam Palombi

Genere: Dark Fantasy

Casa editrice: DZ edizioni

Data di uscita: 12 ottobre, in occasione di StraniMondi, festival del libro fantastico.

Prezzo ebook: €2,99

Prezzo cartaceo: €14,90

Pagine: 394

Cover di: Livia De Simone

sinossi

Malcom sa che il tempo sta finendo. Non gli resta molto da vivere e con la sua morte nessuno proteggerà il sottile equilibrio tra il mondo del paranormale e quello della scienza. L’antico ordine del Pentacolo ormai è decaduto, ma l’uomo tenterà il tutto per tutto affinché Londra non cada nel caos. Un pugno di uomini dalle strane facoltà, potranno sostituirlo, lo sa, i suoi poteri glielo hanno detto.

Galahad dovrà raggiungerli e convincerli ad abbracciare il loro destino. Saranno costretti ad accettare la loro natura e scendere a patti con i propri demoni. In gioco non c’è solo la vita o la morte ma la possibilità di dannare per sempre la propria anima in un’avventura che li porterà fino alle radici malate della Nuova Tecnica.

Stone Temple House attende tutti loro, il pentacolo inciso nella pietra li aspetta. Il simbolo è in attesa di essere aperto ancora una volta.

“Quanto ci viene mostrato è la minima parte della realtà. Ciò che è celato deve rimanere tale.”

 

Estratto

I corvi volteggiavano come neri presagi di morte, sospinti dal vento che disperdeva la fuliggine della ciminiera a poca distanza dall’ingresso principale. La cenere impalpabile ricadeva al suolo, accompagnata dalla coltre di umidità. Era l’imbrunire e da qualche ora la neve aveva iniziato a cadere copiosa. Hans Eisele attraversò il campo e uno strato di mota grigiastra si attaccò agli stivali lucidi. Avrebbe fatto aggiungere della ghiaia di fiume per evitare che la terra battuta si trasformasse in un pantano. E avrebbe fatto costruire un altro blocco in cui stipare decine di letti spogli.

Recensione “PICCOLI PASSI NEL BUIO” di Miriam Palombi a cura di Sara Canini

Scricchiolii sinistri. Creature che si nascondono sotto i letti, minacciose. Ombre che si allungano silenziose sulle pareti. Streghe, demoni ed esseri mostruosi che lasciano le fiabe e le leggende della nostra infanzia per animare i nostri incubi notturni.

Piccoli passi nel buio che vi condurranno fino al cuore nero delle vostre paure. Siete pronti ad affrontarle?

Ogni lettore ha un autore preferito. Il genere, lo stile, l’impostazione generale che ogni scrittore dà al proprio lavoro, sono solo alcuni dei molti aspetti capaci di fidelizzare il pubblico.

In un panorama ormai saturo di abitué dei grandi nomi, spesso estranei al mondo editoriale, una fetta di quello stesso mercato stacca regolarmente i biglietti di fiere e comics con lo scopo di trovare un nuovo autore preferito.

Magari uno poco pubblicizzato o appartenente a quella media/piccola editoria che sta registrando una primavera lunga, in crescita, piena d’idee valide e pregna di olio di gomito. Parliamo della soddisfazione di aver scoperto un nome nuovo, piacevole, godibile, dal quale tornare a bussare per chiedere: “Hai una nuova storia? L’ultima l’ho divorata!”.

Questo è ciò che accade a chi legge Miriam Palombi, punta di diamante e cavallo di razza della scuderia Dark Zone Edizioni: se si è alla ricerca di un nome di riferimento per il genere horror, il suo è il primo a saltare fuori.

Ricordate i Mostri della Universal? Parliamo di film in bianco e nero prodotti tra gli anni ’20 e ’60 dagli Universal Studios: Dracula di Bram Stoker, interpretato poi dall’indimenticabile Bela Lugosi; Frankenstein diMary Shelly, interpretato da Boris Karloff; e a seguire, La Mummia, L’uomo invisibile, Il mostro della Laguna Nera, L’uomo lupo, Il fantasma dell’opera e tanti altri. Ognuno di loro aveva un’identità precisa, una storia già segnata e si incastravano perfettamente nei timori dell’epoca, in cui la paura veniva dal diverso, dallo sconosciuto e dall’ignoto. Universal raccolse i racconti più popolari e diede a loro vita sul grande schermo, uno ad uno, includendoli in un filone unofficial che poi ha fatto la storia.

Ecco, Miriam Palombi ha fatto lo stesso.

“Piccoli passi nel buio” (Dark Zone Edizioni) è un tributo rivolto al pubblico giovane, dedicato alle figure e ai racconti più conosciuti degli ultimi anni. Il lettore verrà catapultato di racconto in racconto, incrociando il vampiro, l’uomo lupo, il fantasma e tutti gli altri personaggi classici (e nuovi classici) dell’horror.

Considerando il target di riferimento della raccolta, si può parlare di un vero e proprio Libro delle Ombre per principianti, ossia un manuale di riconoscimento delle specie e di inquadratura degli schemi della letteratura dell’orrore. Infatti, è stato sorprendente e piacevole trovare un breve “dizionario” alla fine del libro, che va dalla leggenda di Bloody Mary alla descrizione del Poltergeist. Tutto assume un senso quasi didattico, se si pensa al fruitore finale.

La scrittura fluida e senza fronzoli permette alle storie di emergere, lasciando ai significati, all’immaginazione e a quegli scricchiolii lontani, il difficile compito d’instillare ansia e inquietudine. E ci riesce, come il suo solito, addirittura rasentando la perfezione in un paio di episodi.

Ne “Lo scarabeo d’oro”, forse il racconto meglio confezionato dell’intera raccolta, il protagonista si imbatte nella creatura egiziana per eccellenza, ma ciò che resta davvero dello scritto (oltre il piacere per il diretto richiamo al film del 1932) è l’armonia e la pienezza del testo. La scrittrice si fa Virgilio del lettore e lo accompagna in un crescendo di emozione che culmina nello stralunato finale, senza lesinare mai in descrizioni materiali e di pensiero.

Altre due storie degne di nota sono “La venticinquesima ora” e “La notte di Halloween”, perché entrambe sono in pieno stile Palombi e per dirla tutta, sarebbero riconoscibili e attribuibili all’autrice Dark Zone anche dai non esperti.

Nella prima emerge la straordinaria somiglianza con i lavori di Edgar Allan Poe, che la scrittrice omaggia (magari inconsciamente) con racconti brevi che ricordano i deliri de “Il cuore rivelatore” o de “Il corvo”. L’agitazione più sinistra viene descritta così minuziosamente (e brutalmente) da ombrare lo stato d’animo del lettore, a riprova dello straordinario talento di colei che sa descrivere emozioni negative complesse al punto di farle vivere anche a chi legge: “La venticinquesima ora” è il racconto che sembra riassumere l’intero stile dell’autrice.

Nel secondo, invece, troviamo un componimento in versi che introduce una delle storie più inquietanti di “Piccoli passi nel buio”, perché la raccolta non è solo un tributo ai personaggi più spaventosi, ma anche alle leggende e alle paure dell’animo umano. Strizzando l’occhio a “Miseri resti sepolti” (e viceversa), della stessa Palombi, “La notte di Halloween” resta impresso per il richiamo al mondo dei più piccoli, che a volte sa essere più spaventoso e crudele di quello degli adulti.

Complice una Livia De Simone in grande spolvero, in quanto artefice di una cover calzante, piacevole, ma soprattutto d’appeal per chi ama giudicare anche dalla copertina, “Piccoli passi nel buio” risulta un acquisto che regala emozioni e soddisfazioni, sia per i grandi che per i piccini (magari non tanto piccoli).

I racconti, semplici, brevi e d’impatto, attirano anche i non lettori e questo, inevitabilmente, incoraggia i giovani a leggere di più. La gioventù è immediatezza e i ragazzi sono figli di un futuro che va veloce, perciò, un prodotto da tripla S (small, smart, strong) è ciò che fa per loro.

Ovviamente, Miriam Palombi è una certezza per il pubblico più adulto; anzi, per loro si tratta di un’abitudine che fa piacere ritrovare di tanto in tanto, sugli scaffali di una libreria o tra le fila di uno stand in fiera, magari in vista di quell’autunno creepy che piace molto agli affezionati DZ. E poi, a margine di tutto ciò, anche il lettore d’esperienza potrebbe sentirsi a casa tra le pagine di “Piccoli passi nel buio”: il richiamo ai Mostri della Universal è troppo grande per potervi resistere.