Recensione “IL CAVALIERE NERO” di Pietro Tulipano a cura di Sara Canini

Areth è il più grande eroe del regno e sembra riassumere in sé tutte le virtù umane.
Pochi conoscono il suo segreto: Areth non ricorda nulla del suo passato né delle sue
origini. L’eroe vive ogni giorno sopportando il dolore di non conoscere la propria storia fino a quando non accade qualcosa che sconvolge la sua esistenza. Durante una missione, vede il ritratto del Cavaliere Nero: il guerriero più spietato e terribile che sia mai esistito.  Ricordandosi improvvisamente che proprio il Cavaliere Nero fu il suo più grande nemico e il responsabile della sua amnesia e di tutte le sue sofferenze, Areth inizia una lenta discesa verso una pazzia fatta di ossessione.
Inizia così un viaggio dalle conseguenze impensabili. La vendetta a cui ambisce l’eroe caduto si mescola al confronto tra il bene e il male, tra l’uomo e tutto ciò che lo opprime, tra l’ignoto e l’inestinguibile sete di conoscenza e di verità.

Spesso, la semplicità viene confusa con la banalità. Agli occhi di molti, qualcosa di poco arzigogolato e immediato appare ordinario, comune, addirittura mediocre. Nel caso di alcuni libri, il world building, l’approfondimento psicologico del personaggio o la struttura portante sembrano necessitare di una costruzione in pompa magna. Insomma, l’infodump non corrisponde più a qualche piacevole curiosità che dona profondità allo scritto, bensì diventa zavorra irrinunciabile che spesso ha il compito di sopperire a storie manchevoli di peso specifico. Al troppo che stroppia e al tutto fumo e niente arrosto si contrappone (e si dovrebbe preferire) la semplicità di una solida sostanza.
“Il Cavaliere Nero” di Pietro Tulipano, edito da Dark Zone Edizioni, è appunto un racconto di sostanza, dinamico ed equilibrato, che non si perde in dettagli inutili e fa scorrere la lettura senza intoppi o incertezze. Il merito è tutto dell’autore, che attrae con un buon incipit e mantiene viva la curiosità del lettore fino alla fine. Lo stile è fluido, sincero nel senso di genuino; mai pomposo, teatrale o fastidiosamente eccessivo, ma anzi, garbato e sottile. Lo scrittore ha saputo bilanciare le componenti presenti e dimostra di conosce i tempi giusti, tenendo sempre il ritmo alto. Dopo un prologo cinematografico, utile ad introdurre la figura mitica, temibile e crudele del Cavaliere Nero, questi scompare nel nulla e diventa una vera e propria ombra nella nebbia. Aleggia tra le pagine, si mostra poche volte e l’inquietudine che genera nel prossimo è come la scia di sangue che lascia dietro di sé: inarrestabile. Più che un fantasma, lui un vero demone su gambe, in grado di alimentare la propria leggenda a colpi violenti di spada. Non si tratta di un mercenario spinto dall’interesse, non si muove a compassione e non ha un codice morale, quindi il Cavaliere Nero è completamente in balia dell’istinto e totalmente imprevedibile.
Senza mai esibirlo veramente, l’autore ne parla servendosi del protagonista maschile del racconto, Areth, il capitano della squadra di guerrieri più preparata del regno. Questi corrisponde al classico eroe moderno, taciturno e solitario, spogliato della propria memoria e mai veramente interessato a ricordare il passato. Finora. Infatti, nel momento in cui si scontra con il cavaliere, quest’ultimo diventa una vera e propria ossessione: notti insonni, incubi, riflessioni taciute ai compagni e sensi di colpa verso la donna che ama. Areth vede in quel demone la risposta alla domanda fondamentale, quella che tutti dovremmo porci per evolvere e andare avanti: chi sono io? Ottimo l’autore che ha saputo spiegare, senza troppi giri di parole, la necessità viscerale di qualsiasi essere umano: conoscere se stesso, perché è solo attraverso la scoperta e l’affermazione dell’Io che possiamo dirci onesti, coerenti, innamorati e vivi. E il tormento derivante dall’ignoranza (e cioè, dal non sapere) è
ciò che spinge Areth ad abbandonare la cappa imperiale per indossare le vesti del
cacciatore. È qui che torna in gioco la semplicità. I protagonisti de “Il Cavaliere Nero” recitano il ruolo che qualsiasi scrittore avrebbe affidato loro: l’eroe ossessionato dal passato; la donna che sa stare al suo fianco; i fidati compagni che sguainano la spada e offrono da bere; il mercante un po’ pettegolo. Un lettore alla ricerca di intrecci narrativi annodati come serpi in amore potrebbe restare deluso, ma la sua insoddisfazione sarebbe del tutto ingiustificata, perché “Il Cavaliere Nero” (per pagine e vicenda) è un racconto dinamico e allo stesso tempo di sostanza. Come diceva Italo Calvino, “Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”.
Menzione d’onore a parte. Mentre l’afflitto Areth va a caccia del leggendario nemico,
emerge in tutta la sua forza e bellezza il personaggio secondario di Kandra; guerriera, amante e fido braccio destro del capitano ormai ossessionato dal Cavaliere. Lei rappresenta la classica donna – imperatrice, quella che resta all’ombra del re, in apparenza silenziosa e devota, ma che in realtà ricopre il delicato ruolo della compagna, confidente, consigliera e custode unica della dignitosa insicurezza di ogni uomo al potere. Le donne de “Il Cavaliere Nero” possono sembrare affette dalla sindrome di Wendy, perché termini come guarire e salvare la richiamano assai, soprattutto se usati per descrivere la cura che la donna ha per il proprio uomo, ma non è questo il caso. La sindrome della crocerossina è ben diversa dalla capacità (e dalla volontà) di comprendere l’altro, chiunque esso sia. L’autore racconta di donne forti, indipendenti e al contempo emotive, perché si può essere guerriere pur mantenendo la propria dolcezza, combattere senza sguainare la spada e gridare nonostante si scelga di tacere. Donne, quelle del libro, che scelgono consapevolmente di guardare nell’abisso e non per salvare o guarire, bensì per comprendere e capire; perché non tutti sono immediati ed estroversi, ma tutti meritiamo di essere ascoltati. “Il Cavaliere Nero” è consigliato a qualsiasi genere di lettore, perché sa intrattenere in modo piacevole e coinvolgente fino all’ultima pagina e questo lo deve principalmente a Pietro Tulipano: giovane, ma già professionista consapevole, come un cuoco che conosce esattamente i grammi corrispondenti al q.b.

 

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Recensione “LO SPIRITO DELLA VALCHIRIA – Le cronache del Ragnarok ” di Debora Mayfair a cura di Elena Galati Giordano

Iris è tornata da poco dall’Islanda, ha lasciato sia la foresta di ferro che il padre per rimanere accanto all’amica Bianca. Sembra essere rimasta la ragazza spensierata di sempre: ogni suo gesto è studiato per non destare sospetti… Eppure qualcosa è cambiato.
Nemmeno il gemello Hallbjörn si è accorto di niente, anche se è uno dei pochi a conoscenza del fatto che anche la sorella è maledetta a contenere lo spirito di un lupo tutt’altro che tranquillo: Sköll non a caso è chiamato “L’ingannatore”.
Étienne, un Re della Persuasione, è il primo ad accorgersi della cattiva strada che sta prendendo la vita della ragazza. Anche se lei cerca di spingerlo sempre più lontano si è reso conto che, da quando si è trovata faccia a faccia con Margot, gli eventi hanno preso una brutta piega.
Tutti sono all’oscuro del patto che Iris ha stipulato con la dea Hel, e delle tremende conseguenze che la porteranno a compiere grandi sacrifici.
Dovrà sopravvivere alla caduta in un vortice di tradimenti e inganni prima di rialzarsi in piedi, diversa e più forte, per affrontare il suo destino.

La magia è un ponte che ti permette di passare dal mondo visibile in quello invisibile. E imparare le lezioni di entrambi i mondi.

(Paulo Coelho)

Apro questa recensione con una citazione che rappresenta completamente l’anima di questo romanzo.

“Lo spirito della Valchiria” secondo capitolo della saga Le cronache del Ragnarok  è un percorso che ci condurrà a scoprire i lati nascosti di ognuno di noi e ad imparare come affrontarli.

Ad accompagnarci, tenendoci per mano durante tutto il tragitto, sarà Iris, conosciuta nel primo volume della saga: “Cuore di Neve”, che ora diventa la voce narrante.

Mezza strega e mezzo lupo, di ritorno dall’Islanda, Iris appare agli occhi di tutti la solita ragazza allegra e spensierata di sempre, ma in realtà nasconde un segreto che la sta lacerando e che la costringe ogni giorno a combattere contro se stessa.

Già dalle prime pagine la tensione emotiva viene portata all’apice, costringendoci a guardare lo strazio e la sofferenza di una ragazza dall’anima lacerata e divisa, costretta a conciliare due nature differenti, contrapposte eppure entrambe necessarie.

Insieme a lei, come seconda voce narrante troviamo quella di Etienne, il giovane  Re della Persuasione. Un ragazzo dalla storia commovente, che sarà per la ragazza sia croce che delizia.

Debora non si smentisce e, come nel primo romanzo, crea personaggi intensi e ben approfonditi in particolare a livello psicologico, dimostrandosi grande conoscitrice delle emozioni umane e delle reazioni da esse scatenate.

Attraverso una trama intricata e ben gestita, ricca di pathos e colpi di scena, conosciamo i sentimenti di tutti i protagonisti e osserviamo le dinamiche dell’intreccio delle loro vite; vite complicate di esseri umani dall’anima ricoperta di cicatrici.

Avvolti dalle note musicali dei brani scelti dall’autrice e citati all’interno del testo i due protagonisti, in questo percorso pieno di ostacoli, vedranno la loro relazione evolversi in un crescendo di emozioni continuo, un mix di dolcezza e dolore in grado di tenere il lettore con il fiato sospeso e incollato alle pagine. Iris ed Etienne ci costringeranno ad affrontare insieme a loro i mostri che attanagliano le loro menti e, di conseguenza, anche i nostri.

Duplicità, questa è la parola d’ordine, la chiave per comprendere a pieno la complessità e l’intensità di quello che Debora ha magistralmente nascosto tra le righe.

Ognuno di noi è duplice, ognuno di noi nasconde tra le pieghe della propria anima un lato oscuro pronto ad emergere, un lato in grado di stravolgerci e ottenebrare la mente.

Al singolo spetta la scelta, secondo coscienza, di sedare il mostro o di lasciarlo libero di agire, al singolo spetta la lotta: istinto e ragione a confronto, in uno scontro senza tempo che divide l’individuo in due metà esatte.

La narrazione è scorrevole, coinvolgente ed ipnotica, la tensione emotiva rimane costante ed è impossibile non empatizzare con i personaggi.

Debora dimostra una crescita incredibile nella  scrittura rispetto al primo romanzo, già ben scritto e con uno stile ben definito. In questo secondo volume affina la tecnica, pulisce il tratto e ci regala una scrittura ancora più fluida e carezzevole.

Lo spirito della Valchiria è un romanzo che ci tiene con i piedi ben saldi a terra, ci costringe a fare i conti con le nostre paure e ci tiene per mano nel difficile percorso per sconfiggerle. Nel contempo, è uno scritto capace di farci riscoprire la magia, quella nascosta in fondo al nostro cuore, quella capace di farci sognare e di lasciarci in sospeso tra due mondi, permettendoci di imparare da entrambi.

Recensione “LA CASA DE LA ABEJA” di Maria Laura Caroniti a cura di Sara Canini

Guatemala, anni Cinquanta. Il Paese è diviso tra violenza di Stato e guerriglia. Su un’altura, circondata da vulcani, la Casa de la Abeja cela la vita e i segreti di chi ci vive: Miranda, una ballerina canadese che nasconde la fine della carriera e di un amore dietro a un’avventata proposta di matrimonio; Santiago, un sindacalista ladino che lotta per i diritti degli indigeni maya; Mita, una donna che per amore di una bambina decide di vivere insieme all’uomo che l’ha violentata. E, tra tutti, Vitalba Suárez che di Miranda e Santiago è la figlia e affida alla pittura rabbia e paura.

Quando alla Casa de la Abeja si presenta Fernando Scania, l’amore mai dimenticato di Miranda, tutto precipita.

Dal Guatemala al Messico, dal Messico all’Italia, passando per gli Stati Uniti, Vitalba perderà se stessa e farà i conti con gli incubi che infestano i suoi sogni, ossessionata da un neonato senza volto e dal senso di colpa per aver causato la morte di un innocente.

Desaparecida, inseguita dal marito, in fuga con l’uomo che l’ha sequestrata, Vitalba seguiterà a dipingere per l’urgenza di riappropriarsi della propria identità, necessità di bellezza e bisogno di raccontare le ferite del suo Paese; finché non si troverà davanti a un Soggetto Ignoto che il mondo conosce al posto del suo nome.

Alcune case editrici hanno una linea editoriale assai chiara, dove si conosce bene la portata principale e tutto il resto fa da buon contorno. Come suggerisce il nome, la Dark Zone Edizioni ha abituato i propri lettori a racconti fantasy, horror, avventure oniriche più o meno inquietanti, che sanno spingere il pubblico oltre un velo oscuro che cela mistero e magia. Eppure, tra i ripiani dello stand, troviamo nomi che si occupano di generi differenti: parliamo della talentuosa Olimpia Petruzzella, del tormentato Daniel di Benedetto e poi troviamo lei, Maria Laura Caroniti. Nome che torna poco, perché l’autrice in questione ha lasciato al libro “La casa de la Abeja” il difficile compito di parlare per lei.

La premessa necessaria consiste nel fatto che di storie come questa se ne leggono poche, soprattutto nella piccola/media editoria e nella freddissima primavera che stiamo vivendo, l’audacia dell’editore continua a stupire e scaldare il cuore. Lo si può dire con sincerità, senza strizzargli troppo l’occhio, perché rispetto allo scorso anno è in atto una evoluzione interna visibile e sebbene ci siano delle (naturali) difficoltà, dall’altra parte c’è anche maggiore consapevolezza, una grande volontà e un’esperienza che aumenta con il passare del tempo. Questo arricchisce tutti e, soprattutto, il mondo dell’editoria.

“La casa de la Abeja” è una delle dimostrazioni di questa evoluzione, in quanto libro non facile da scrivere e non facile da pubblicare. In un periodo in cui il fantasy e l’horror sembrano farla da padrone, l’autrice offre al pubblico un racconto diverso, che si divide tra fatti storici, intreccio narrativo e approfondimento psico/emotivo di più personaggi. Infatti, quando la bella Miranda capisce di non poter più puntare in alto nella sua carriera di ballerina, la donna accetta di sposare Santiago, un sindacalista (e rivoluzionario) con qualche anno in più: siamo in Guatemala negli anni ’50 e per le strade c’è la guerra civile che strazierà il paese per i prossimi quarant’anni.

Lo spessore del volume potrebbe intimidire gli amanti delle storie brevi e concise, ipotizzando quindi di trovarsi di fronte a un lavoro annacquato e inutilmente prolisso, invece non è così. La scrittrice ha uno stile fluido e bilanciato, non si perde in dettagli superflui e va oltre le descrizioni maniacali, ma senza far mancare il giusto approfondimento. I dialoghi non sono un riempitivo, ma arricchiscono un testo già suggestivo di suo e reso ancora più affascinante dai continui richiami storici, che entrano a gamba tesa sulla vicenda stravolgendone a volte la trama. Nessun discorso sterile, ma equilibrati botta e risposta capaci di aumentare la curiosità e il coinvolgimento emotivo del lettore.

Quest’ultimo è assai importante, perché ne “La casa de la Abeja” non c’è un vero e proprio protagonista, ma un canto corale di tutti i personaggi. Non vi è il grido silenzioso di una donna stanca e incapace di stare sola, come Miranda, la gentilezza dell’indigena Mita e del figlio Angèl, ma anche di tanti uomini che ruotano intorno a questa vicenda: artisti, soldati, rivoluzionari e sicari, ma soprattutto esseri umani. E poi c’è lei, la dolce Vitalba, figlia rinnegata dopo il parto da una madre (Miranda) forte e anche debole allo stesso tempo. Attraverso e intorno a lei, la trama si annoda e si districa e permette al lettore di sbirciare in una vita travagliata che va dall’infanzia all’età adulta. Commovente, che prende dentro.

Privo di défaillance, lo scritto va avanti pagina dopo pagina in maniera appassionante, ma senza quel fuoco che acceca, bensì con la pena di un animo (quello del lettore) che ormai ha a cuore una vicenda troppo delicata per essere abbandonata. L’autrice fa leva sull’empatia di chi legge e riesce a scardinare le porte di chi è solito fare spallucce di fronte a racconti come questo.

Maria Laura Caroniti ha lavorato su un testo difficile, con uno spessore emotivo degno di nota, trattando la vicenda e i suoi personaggi (in particolare, Vitalba) con la massima attenzione. Dalle pagine traspare una cura quasi materna, che giunge al lettore e lo fa sentire cullato, malgrado il dolore che a volte fa capolino tra un capitolo e l’altro.

Buona prova per l’autrice, romanzo degno di nota. Editore sempre più audace e apprezzabile.

Recensione “UN DOLORE OSCURO” di Giuseppe Calzi a cura di Alessia Cerbara

Ambientato nelle località del nord degli Stati Uniti, Un dolore oscuro descrive il viaggio di Dave Metzelder all’interno del proprio universo emotive, a seguito della scomparsa di sua moglie Ellen..

La vita piena di sogni e aspettative della giovane coppia è devastata dalla scoperta della grave malattia che ha colpito la donna. Inizia così un lungo percorso che li porterà a consultare specialisti e strutture che possano dare loro una speranza di vittoria sulla malattia, anche solo una flebile speranza di vita alla quale aggrapparsi.

Ma qualcosa ai limiti della razionalità accade. Un’ombra impalpabile penetra poco alla volta nell’esistenza di Dave. L’uomo si ritroverà coinvolto in una serie di avvenimenti, omicidi e apparizioni, sulla scia delle morti provocate dal killer dei laghi. Al momento della morte di Ellen, si ritroverà calato in una sorta di labirinto tra mondo reale e inconscio, del tutto solo ad affrontare l’ombra oscura. Il suo viaggio sarà un’esperienza terrificante e ciò che dovrà affrontare è l’essenza demoniaca delle emozioni più cupe di un uomo. Sarà la forza dell’amore per Ellen, che ancora vive dentro il suo cuore e la sua mente, a decidere le sorti di Dave, oppure non rimane più alcuna via di fuga?

Terminare il racconto di Giuseppe Calzi e avere bisogno di metabolizzare è ciò che mi è accaduto, non appena ho girato l’ultima pagina del suo libro. E’ stata una lettura che mi ha colpita, coinvolta, lasciata attonita e col bisogno, soprattutto, di elaborare il carico emozionale vissuto durante la lettura e la scia di sentimenti contrastanti che ancora mi rimuginano dentro.

I protagonisti indiscussi sono Ellen e Dave, una coppia che si ama e fin troppo presto si ritrova a dover fare i conti con una vita che, a volte, presenta conti salati che non si vorrebbero saldare mai. Sono una lo specchio dell’altro, uno Yin e Yang perfetto nella vita reale come nella dimensione onirica: mentre Ellen soccombe al male sogna un cane maligno per il marito, Dave viene divorato dalla rabbia e dal senso di colpa e vede un’ombra pericolosa che gli aleggia intorno. Il loro amore, così puro e senza fine, viene descritto in modo sublime. Ed è sempre tramite il loro rapporto che ci viene raccontata la storia: la narrazione è in terza persona ma la visione duale degli avvenimenti e la percezione delle emozioni vissute da entrambi rende la lettura ancor più intima e avvincente.

L’autore è ardito: tocca concetti difficili con il rispetto e la delicatezza di una persona che ama e la maestria, usata nel presentarli, accompagna il lettore avvolgendolo nei momenti più sofferti. C’è il dolore, lo sconforto, l’impotenza e la rabbia per una perdita ingiusta; c’è l’inquietudine, il senso di colpa e l’annichilimento di chi resta e si ritrova a elaborare un lutto difficile quanto inaspettato; c’è la morte nuda e cruda che tutto spazza via e lascia dietro sé desolazione e sconforto tali da far desiderare che tutto finisca, in un modo o nell’altro; ma, soprattutto, c’è l’amore che tutto può e tutto fa e che riesce a lenire anche le ferite più profonde, che sembrerebbero destinate a non smettere mai di sanguinare o portare verso vie buie e senza ritorno.

Le ambientazioni sono disegnate nei minimi particolari dalla penna dello scrittore ed evocano, a suo piacimento, serenità, ansia, agitazione, paura: in taluni luoghi il gelo interiore è realmente palpabile e l’immedesimazione è immediata e intuitiva.

La trama è intricata e complessa, colpisce al cuore e tiene, per tutto il tempo del romanzo, con il fiato sospeso; si è sempre lì che ci si aspetta qualcosa di nuovo, si spera che avvenga o, ancor più, non accada altro che non si riuscirebbe a sopportare. Lo scrittore stupisce il lettore a tal punto da lasciarlo attonito e, a volte, con lieve disappunto per aver capito poco o quasi nulla.

L’educazione sanitaria che trapela e la distinzione tra medicina buona e medicina cattiva, dove “Il giuramento di Ippocrate” non è un lontano ricordo, mi sono piaciute particolarmente perché denotano sensibilità finissima e un lavoro di ricerca accurato
A mio avviso, c’è voluto molto coraggio per affrontare il dolore di una perdita, nel voler tradurre in parole la costellazione di emozioni che ne scaturisce e porta con sé: il ricordo di una risata, di un odore, di un bacio che non si avranno più, di un mano nella mano perso per sempre, di un futuro carico di aspettative disilluse. Gli ultimi giorni di Ellen sono strazianti e io, non lo nego, ho inondato il mio libro per le lacrime versate. Sono un’infermiera e quando ho letto la diagnosi ho ricevuto un schiaffo in pieno viso, eppure il modo in cui l’autore ci ha descritto, attimo dopo attimo, ogni singola ora che avvicinava di più Ellen all’estremo saluto al suo Dave, ha stretto il mio cuore e fatto sperare in un miracolo. Il futuro sarà diverso da come avrebbero voluto i protagonisti, eppure si deve trovare la forza di andare avanti, superare il dolore e il ricordo sarà compagnia e non più peso indicibile che opprime il cuore e gli impedisce di battere come è fisiologico che sia.
Ho vissuto col protagonista, ho provato il suo sgomento, la sua stessa rabbia, la sua ansia, ho trattenuto il fiato fino a far esalare sospiri ristoratori. Devo i miei più sentiti complimenti all’autore per l’incredibile immedesimazione che riesce a evocare nel lettore. L’empatia accompagna ogni singola parola, dall’inizio alla fine.“Voglio amarti ancora, non mi basterà il tuo ricordo”, ci dice, e l’impatto emozionale tracima a valle come un fiume in piena, lasciandoti boccheggiante e ansimante.

La vita è un battito d’ali e ciò che cela è inspiegabile, quindi viverla senza dare nulla per scontato e affrontarla col sorriso sulle labbra, nonostante tutto, è il modo più giusto per rispetto di se stessi e di chi si ama, che sia un membro della famiglia, un compagno, un amico o un animale.

Profonda stima per l’autore per il cipiglio e il coraggio nell’affrontare temi tanto delicati e per la capacità intuitiva e sensibile di renderli fruibili con tanta bravura.

Recensione Anteprima “NON LASCIARMI ANDARE” di Melissa Pratelli a cura di Elena Galati Giordano

Sono passati due mesi da quando Aidan se n’è andato e guardare avanti non è mai sembrato così difficile. Eppure, Lia ce la sta mettendo tutta per rimettere insieme i pezzi, grazie anche all’aiuto di Connor, un ragazzo dolce e premuroso che ha un debole per lei ormai da tempo. Lasciare alle spalle i propri sentimenti, però, non è semplice, soprattutto quando è proprio il fratello di Aidan il nuovo coinquilino di Ceci e Lia. Aidan ha chiuso definitivamente con la sua vecchia vita. La sua quotidianità, ora, è fatta solo di responsabilità. La decisione che ha dovuto prendere mesi prima continua a pesare sul suo cuore a pezzi e ciò che prova per Lia non sembra affievolirsi, anzi, è più forte che mai. Ma quale alternativa aveva se non quella di sparire dalla sua vita? Tuttavia, le sue sicurezze cominciano a vacillare nel momento in cui lui e Amelia si trovano di nuovo l’uno di fronte all’altra. Anche se le nostre scelte sembrano quelle giuste, a volte non si può smettere di amare. A volte, semplicemente, non ci si si può lasciar andare.

Se ami una persona, lasciala andare, perché se ritorna, è sempre stata tua. E se non ritorna, non lo è mai stata.

-Khalil Gibran-

Mai citazione sull’amore fu più adatta di questa, per iniziare la recensione di “Non lasciarmi andare” romanzo tanto agognato che chiude il cerchio di una storia d’amore che ha lasciato tutti con il fiato sospeso.

Nel primo volume della serie Stronger  “E’ tutto qui” , Melissa Pratelli, padroneggiando egregiamente il finale, ci ha lasciate tutte lì, appese a un filo di speranza, morbosamente curiose di dare una risposta a tutte le domande rimaste sospese.

Dopo un anno preciso torna e ci dimostra che la pazienza spesa nell’attesa viene ben ripagata.

Ritroviamo tutti i protagonisti del primo capitolo così come tutti i personaggi già conosciuti, insieme a qualche nuovo arrivo, che l’autrice delinea con minuzia di dettagli e precisione, permettendoci di conoscerli, capirli, sentirsi affini, amarli oppure odiarli.

I protagonisti sono cresciuti, a causa di un destino beffardo e maligno che li ha messi di fronte ad ostacoli apparentemente insormontabili e, anche, di sentimenti lacerati che hanno lasciato nelle loro anime ferite profonde ancora sanguinanti.

Lia: sedotta e abbandonata, illusa dall’amore ma più matura e coraggiosa di un tempo, capace di rialzarsi nuovamente, nonostante l’ennesima caduta e l’ennesima perdita. Autoironica, fragile, emotiva eppure così forte, tanto determinata e coraggiosa da farsi portatrice di un messaggio importantissimo: ogni donna nasconde in sé una bambina, una principessa e una guerriera ed ogni donna è in grado di bastare a se stessa e di risollevarsi anche quando, agli occhi di tutti, sembra impossibile.

Affiancata da Cecilia, sorella affettuosa e pronta a prendersi cura di lei, incitandola e sostenendola nel difficile percorso nella conoscenza dell’amore, Lia a testa alta affronta la delusione e l’amarezza per non aver potuto scegliere, per non aver potuto tentare di afferrare quella scintilla di felicità che l’amore, quello vero, sa dare.

E poi Aidan, vittima di una scelta sbagliata, distrutto, ma mai rassegnato.

Lasciar andare ciò che si ama non è mai una scelta facile, ma molto spesso è  necessaria. Lo è, per poter prendere le dovute distanze e permettere all’oggetto del nostro amore di avere ciò che merita e una vita migliore da quella che noi potremmo offrirgli.

Lasciar andare un amore è il più grande atto di altruismo possibile, poiché con quell’amore, spesso, va via un pezzo di noi che irrimediabilmente lascerà un solco buio, un vuoto profondo e incolmabile.

Su questo amore sospeso, bloccato come un orologio rotto sull’immagine di un addio doloroso, ruota tutto l’evolversi di una storia costruita alla perfezione dall’autrice che, anche in questa occasione, non si smentisce e con la sua penna ironica, frizzante e delicata, riesce a trattare tematiche di dolore, abbandono e rassegnazione, rendendole leggere e godibili, senza mai privarle dell’importanza dovuta e necessaria.

Due cuori quindi, non uno solo, che dovranno rimettere insieme i pezzi, come in un puzzle a cui mancano troppe tessere per essere completo, per potersi rialzare, per poter riprendere la vita di tutti i giorni.

Tra tentativi di recuperare un frammento di normalità e serenità, nuove amicizie, nuovi dubbi e nuove certezze, i protagonisti affronteranno le loro paure, faranno i conti con loro stessi e le decisioni prese nel passato, abbandonando tutte le certezze nel tentativo folle di ritrovare la felicità.

L’ amore, quello vero, si sa, supera ogni barriera e Melissa ce lo dimostra, tra le pagine di questo romanzo che ci regala un sogno ad occhi aperti, che ci farà commuovere e ridere al contempo, che ci farà emozionare e battere il cuore, lasciandoci con il fiato sospeso, con la mente piena di domande e con la speranza che tutto abbia il meritato lieto fine.

Ogni pagina ci trascinerà in un vortice infinito di sensazioni contrastanti, che ci costringeranno a restare lì, di nuovo appesi ad un sottile filo di speranza, con il cuore che accelererà il battito e il respiro che più volte resterà mozzato e, quando crederemo di aver compreso, quando penseremo di aver raggiunto un po’ di tranquillità, l’autrice rimetterà tutto in gioco, riportandoci di nuovo al punto di partenza.

Un romanzo da leggere tutto d’un fiato, che vi farà vivere insieme ai protagonisti tutti i dolori e le gioie che solo l’amore sa dare, che farà fantasticare anche le meno romantiche e che soprattutto vi darà la sensazione di essere rimaste sospese su un filo teso a metà tra una lacrima e un sorriso.

Recensione Anteprima “MIA” di Daniela Ruggero a cura di Elena Galati Giordano

L’amore che unisce Mia e Dave è intenso quanto la loro giovane età. Nonostante lui debba partire per frequentare la London School of Economics, decidono di proseguire la loro relazione a dispetto della distanza che li separerà. Josh è il cugino di Dave, dopo aver conseguito la laurea si trasferisce in Italia per mantenere fede alla promessa fatta alla madre sul letto di morte. Le loro vite si intrecceranno in modo inaspettato.

Mia assaporerà il gusto amaro delle lacrime, del tradimento e del rimorso. Imparerà a sue spese quanto possa essere profondo l’abisso del dolore e come rinascere e cambiare pelle sia l’unica via per onorare la vita.

Ciò che ci si aspetta da un romance è il racconto di una bella storia d’amore, fatta di tenerezze, attenzioni, dichiarazioni di fedeltà eterna e appunto, amore.

Quello che ti fa battere il cuore perché sa emozionare davvero, che stordisce i sensi e fa perdere la cognizione del tempo… ma non è sempre così.

Non tutte le storie d’amore nascono, crescono e finiscono con buona pace di entrambi gli attori in scena, perché ricordiamoci: niente è ciò che sembra.

“Mia” ci ricorda di restare vigili, attenti, di non lasciarci coinvolgere dalla passione più folle e immediata, perché è proprio quella che spesso ci tappa gli occhi.

L’amore non è un gioco e l’autrice lo sa bene: descrive con attenzione la bestia feroce che è l’illusione e la forza con la quale si insinua nella mente della vittima, senza poterne più uscire, perché ormai troppo ben radicata.

Come in una spaventosa casa degli specchi, la protagonista cerca il volto originale, quello in cui guardare senza paura, aprendo il cuore al suo proprietario.

Ma come avviene nella scatola dai mille volti, Mia continua a scontrarsi con degli specchi e diventa vittima di un rimpallo continuo tra Dave, ragazzo innamorato, passionale, scapestrato e affascinante, e suo cugino Josh, riservato, schivo e misterioso.

All’improvviso, come in ogni sogno che lascia posto alla realtà, la falce dell’autrice cala su Mia, Dave e Josh in maniera crudele, perché portatrice di sofferenza e dubbi.

Scorrevole e appassionato, il racconto è in grado di attirare il lettore più romantico fin dalle prime battute e si protrae per buona parte della sua lunghezza con la cronaca di un amore giovane, sincero, pieno di vitalità e irruenza.

Ma “Mia” non è soltanto questo.

La realtà irrompe nella favola a gamba tesa, quasi in modo inaspettato, e scuote la protagonista come a ricordarle che la vita vera è diversa dalle fiabe, perché raramente c’è il lieto fine.

La passione lascia spazio ai dubbi e l’amore, prima considerato come fiato nei polmoni, ora cede di schianto sotto il peso della realtà: le maschere cadono e gli specchi si rompono.

Mia si trova costretta a crescere e ad affrontare la vita, abbandonando, anche se non completamente, l’innocenza della fanciullezza, facendo i conti con se stessa, con i suoi dubbi e le sue debolezze.

In questo romanzo l’amore assume, quindi, connotazioni differenti: non solo amore romantico, ma anche quell’amore vero e puro, spesso travagliato, tra genitori e figli.

Ed ecco che l’autrice racconta un legame indissolubile, capace di sfidare tutte le insidie che il destino decide di disseminare sul percorso della vita: il legame tra madre e figlia.

In una storia in cui nulla è come sembra, ci si addentra in un labirinto del quale è impossibile trovare l’uscita e insieme a Mia, costretta a rialzarsi ogni volta in cui l’autrice (abilmente) le toglie il terreno sotto i piedi, anche il lettore vive lo strazio di chi sente l’inganno più degli altri, perché innamorato.

Attraverso una penna dalle grandi capacità in grado di coinvolgere e stravolgere le sensazioni del lettore a suo piacimento, lasciandolo in balìa di se stesso, seduto su un’altalena emotiva a moto perpetuo, Daniela Ruggero coraggiosamente affronta temi scomodi, scottanti e difficili.

Graffia l’anima e lascia segni dolorosi difficili da rimarginare.

Un’opera che lascia in bocca il sapore aspro del dolore, del tradimento e della perdita, ma nel contempo capace di lasciare accesa la speranza, motore vitale di ogni essere umano, che il futuro possa, debba, essere migliore.

D’altronde, come diceva Lauren Oliver, “L’amore, la più morale tra le cose mortali: ti uccide sia quando ce l’hai sia quando non ce l’hai. È colui che condanna e il condannato; il giustiziere; la lama; la sospensione di pena all’ultimo momento; il respiro affannoso; il cielo infinito sopra di te e il «Grazie, grazie, grazie Dio». L’amore: ti ucciderà o ti salverà”.

Recensione Anteprima “MICROPOLIS” di Giuseppe Milisenda a cura di Sara Canini

Fotone è un Xsmalls, una creaturina che vive nella città di Micropolis, che si trova nascosta in un laboratorio scientifico umano. Da lì, insieme ai suoi amici e ai suoi fratelli, Fotone osserva gli esperimenti quotidiani che portano avanti Franco e Latina, due giovani scienziati che amano il mondo, la natura e il progresso.

Purtroppo, però, il laboratorio è gestito dal perfido dottor Daniel, che si allea con una creatura millenaria, potente e minacciosa, Sumuabun, per conquistare il mondo. Toccherà ai piccolissimi Xsmalls aiutare Franco e Latina a contrastare il terribile piano del dottor Daniel. E per farlo ricorreranno alle armi più potenti che esistano: l’amore, l’amicizia e il rispetto per l’ambiente.

Una piacevole scoperta, un concentrato di allegria e un insieme di pensieri fulminei che si accordano a una trama frizzante, ma allo stesso tempo impegnata e seria: questo è “Micropolis” di Giuseppe Milisenda, edito da Dark Zone Edizioni.

Un libro eticamente necessario, soprattutto considerando i tempi e il destinatario della storia stessa, ossia il pubblico più giovane, a cui l’editore rende un servizio (quasi) morale più che culturale. Certo, tra le pagine c’è qualche sporadica incertezza, ma nulla per cui gridare allo scandalo: la verità è che “Micropolis” è una lettura piacevole, genuinamente divertente e sinceramente positiva, soprattutto se proposta ai bambini/adolescenti. Questi possono essere lasciati soli durante la lettura? No, ma non perché la storia sia contorta o espressa con un linguaggio troppo raffinato, bensì per l’importanza del messaggio contenuto in essa.

Chi ha amato “Alvin and the Chipmunks” non potrà che innamorarsi di nuovo, ma stavolta di Fotone e dei suoi amici Xsmalls: i microscopici abitanti di Micropolis. Il tema dei piccoli amici non è mai passato di moda e l’autore sa svecchiare una figura che genera sempre molta curiosità, soprattutto nei bambini.

Fotone con la sua bici, l’Iphone e il linguaggio gergale che impone l’uso della parola “figo” in ogni frase, riesce a conquistare i più piccoli e strappa più di qualche risata agli adulti, che si ritrovano a raccontare le marachelle di animaletti mai banali o forzatamente simpatici. La colonia degli Xsmalls è una replica in miniatura della realtà umana, ben lontana dalla becera scimmiottatura di questa: si tratta infatti di famiglie, bauli che traboccano di ricordi, fumetti che fanno tendenza e centrali elettriche, che saranno fondamentali per lo svolgimento della storia.

Mentre Micropolis vive la propria quotidianità, il laboratorio di ricerca che la ospita è in fermento: le scienziate (umane) Latina e Maria stanno per fare la scoperta del secolo, ossia la molecola che permetterà di ridurre drasticamente l’inquinamento.

Ovviamente, il tema è di gran moda grazie all’attivista adolescente Greta Thunberg, ma la verità è che la salvaguardia del pianeta non ha bisogno di diventare #trend per essere di primaria importanza. L’autore lo sa bene e tratta l’argomento con naturalezza, senza fare propaganda o moralismi chic… e di temi ne tocca diversi, anche di quelli più spinosi e vicini a noi, ma sempre in maniera poco chic e molto umana. Gergalità e naturalezza aiutano il testo a scorrere liscio per buona metà, per poi cedere il passo a un linguaggio più posato che fa da sfondo all’introduzione del personaggio misterioso che è Sumuaban.

Le due scienziate sono supportate da Franco, ricercatore timido e innamorato che non trova mai l’occasione adatta per dichiararsi a Latina. Fotone e soci tifano per lui e ogni sera si radunano per assistere ai tentativi impacciati dello sfortunato umano. È proprio qui che compare Sumuaban, che le cose si complicano a Micropolis e lo scritto gira un po’ su se stesso per qualche tempo. Poco danno, perché il lettore è già catapultato nella storia e a quel punto e divora pagine su pagine per scoprire cosa accadrà a Latina, Franco, Maria e Fotone, seguito dalla colonia di adorabili Xsmalls.

Gli scaffali delle letture per ragazzi necessitano di libri come “Micropolis”, dalla morale sincera e poco furba, che tocca tutti in maniera trasversale; scritti con fini nobili e pubblicati con coraggio da chi sa che nell’opera di Giuseppe Milisenda c’è ben più di un buon insegnamento. Impegno per l’ambiente, ma anche verso il prossimo, che va difeso con coraggio sempre, in qualsiasi occasione.

Al netto della morale, lo scritto è piacevole e ci si augura di ritrovare presto nuove avventure degli Xsmalls in libreria