Recensione “LA FIAMMA AZZURRA” di Daniele Viaroli a cura di Sara Canini

sinossi

Esiste un luogo, al di là del tempo e dello spazio, dove tutti i mondi si sfiorano e un uomo può scivolare oltre il sottile velo che divide una dimensione da un’altra.

È proprio in quel luogo che Jake, un liceale come tanti, viene trascinato da un misterioso viandante che, ferito, bussa alla porta di casa sua.

E’ l’inizio di un’incredibile avventura in un universo popolato da robot filosofi, folletti privi di senno, scienziati codardi, navi volanti e dolci animali dai poteri straordinari.

La battaglia per proteggere il multiverso dall’oblio ha inizio.

recensione

Immaginate di trovarvi nel bel mezzo di Roma. Non tutti hanno avuto la fortuna di vedere la capitale e solo in pochi l’hanno vissuta abbastanza da comprendere il disagio di certe situazioni. È difficile spiegare a un forestiero quanto sia caotico e destabilizzante sostare in un punto che non è un vero incrocio, ma che allo stesso tempo collega quattro o cinque zone super trafficate.

Ecco, siete all’incrocio con la prima marcia inserita, pronti a partire. Allo stesso tempo, immaginate di essere scudati da una bolla trasparente che vi avvolge e vi protegge: una specie di cerchio magico delimitato dal sale, che tutto può e tutto purifica.

Benvenuti a Crocevia.

No, non siamo su autostrade.it e nemmeno su un sito dedicato alla wicca.

Parliamo di un dettaglio che si rivela una delle trovate più originali contenute nelle nuove proposte editoriali di quest’anno. Il libro in questione è “La fiamma azzurra”, edito da Dark Zone Edizioni, e firmato dall’esordiente Daniele Viaroli.

Uno scritto godibile, che spesso strizza l’occhio alla cultura pop e che, tra riferimenti e qualche citazione nemmeno tanto velata, riesce ad accalappiare sia l’attenzione del lettore più giovane e open mind, che quella di che ha abbastanza cerchi nel proprio fusto da sapere chi sia Clint Eastwood (perché no, non è così scontato che i giovani d’oggi lo conoscano). Ciò è possibile anche grazie allo stile brillante che avvicina soprattutto i periodi narrativo-descrittivi alla piacevolezza del parlato informale. Sembra che l’autore si rivolga in modo confidenziale a chiunque lo stia ascoltando e questo trattamento, questa familiarità con cui vi si rivolge, non fa altro che favorire una discesa dolce nella storia stessa. Tale confidenza permette al testo di procedere in maniera fluida, senza particolari intoppi, con forse qualche spiegazione di troppo nelle pagine iniziali, ma questa è l’altra faccia della medaglia del fantasy: bisogna calarsi in dimensioni totalmente differenti dalla realtà, con regole completamente nuove, quindi l’introduzione di qualsiasi libro fantasy è sempre –per forza di cose- ricca di descrizioni particolarmente scrupolose.

Seppur a tono, restando comunque fedele al proprio ruolo di burattinaio, l’autore aumenta la sensazione di inclusione in una storia che, almeno all’inizio, lascia un po’ disorientati. Il motivo? Il lettore si ritrova nel bel mezzo di una scena d’azione che –se si leggesse la storia al contrario- avrebbe il sapore di scontro epico tra personalità imponenti.

Parallelamente, viene presentata anche l’ambientazione e i personaggi principali. La prima vede nella città/regno di Crocevia un vero e proprio punto di riferimento, sia narrativo che stilistico: infatti, si tratta di una stazione comunitaria tramite cui ogni dimensione entra in contatto con le altre; una sorta di Svizzera immaginaria che fa da base d’interscambio tra le varie realtà del Multiverso. Inoltre, per importanza, simbologia e maestosità, ricorda vagamente la famigerata torre della serie “La Torre Nera” di Stephen King.

Per quanto riguarda i personaggi, che rappresentano il vero punto di forza de “La fiamma azzurra”, la caratterizzazione fantasiosa è ciò che sorprende di più. Al di là degli archetipi narrativi classici, che spesso nel fantasy sono così marcati da apparire quasi stucchevoli, in questo scritto i ruoli vengono del tutto coperti da personalità così piacevolmente folli e imprevedibili da risultare adorabili. Spesso ci imbattiamo in eroi, spalle e guide che ricordano i soliti Potter e Gandalf, mentre qui abbiamo così tante particolarità da dimenticare la figura del mentore fotocopia di Silente.

Il protagonista, il sedicenne Jake, è decisamente meno incantato e sprovveduto di Harry Potter e questo lo rende più simile all’intraprendente Percy Jackson di Rick Riordan (non a caso, un autore americano). Come quest’ultimo, Jake si sveste dei panni un po’ kitch full british che allontanano ormai Potter dagli adolescenti che imbracciano libri fantasy. Che il maghetto della Rowling sia un po’ fuori moda? Assolutamente sì, perché l’informalità e la naturalezza di Jake somigliano moltissimo alla routine di un ragazzo comune, che si ritrova la vita sconvolta da un soggetto che tutto sembra meno che una guida.

E qui si arriva al personaggio di Skald, uno dei migliori – se non il migliore in assoluto- un po’ pirata e un po’ bandito, che non appare come mentore illuminato e infallibile, bensì come povero disgraziato che si presenta al lettore quasi in fin di vita. Tutto ciò svecchia l’idea di guida onnipresente e onnisciente che probabilmente ha fatto il suo tempo e che rende l’autore mai nostalgico di un passato letterario che può ispirare, ma che di più ormai non fa. Ecco l’originalità de “La fiamma azzurra”: la capacità di andare oltre gli archetipi, producendo una storia a sé stante e non l’ennesimo remake che scimmiotta un classico.

A margine, troviamo un ampio stuolo di personaggi ed elementi fantastici che si intervallano nella vicenda (o che la strutturano), che interagiscono in maniera del tutto naturale, senza alcuna forzatura.

I numerosi spunti di riflessione suggeriti dall’autore mostrano che nel testo vi è molta più profondità intellettuale di quella che si pensi, ma la verità è che tale spessore si percepisce già nel momento in cui si descrive l’Oblio: arma di distruzione che ha il potere di inghiottire il Multiverso e che, sfortunatamente, è sistemata nelle mani di colui che non rifugge il Nulla. A tal proposito, il personaggio dichiara di non aver paura del niente che avvolgerebbe il tutto, perché “io voglio solo svanire”. Dichiarazione violenta quanto quieta; intensa perché fa sprofondare il lettore nel malessere cosmico di chi vive la depressione e che, per questa, vuole solo scomparire. Una frase che va oltre qualsiasi minaccia fatta dal villain di turno, perché con sole quattro parole mostra quanta poca smania di potere abbia e quanto poco interesse ci sia nei confronti del proseguo stesso anche della propria vita. Chi legge è consapevole di essere vittima non di un tiranno, bensì di un disperato… e a volte, i disperati sanno essere più crudeli dei cattivi stessi.

Lettura consigliata a qualsiasi tipo di pubblico, ma indirizzata a chi può e vuole fare questo genere di riflessioni.

Recensione “LA GUARDIANA DEI DRAGHI – Il cristallo di Lunus” di Veronica Garreffa a cura di Sara Canini

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Hope Edison ha diciassette anni. Sa di essere stata adottata ma è ignara delle sue vere origini. La vita sulla Terra le ha insegnato a stare alla larga dai prepotenti che la prendono sempre di mira, ma l’ha tenuta del tutto lontana dalla guerriera forte e saggia che avrebbe dovuto essere. D’un tratto cominciano ad accadere cose strane, finché la verità non viene svelata. Tutto quello che viene raccontato alla ragazza non fa altro che urtare il suo carattere fragile e demolire le sue poche certezze. Tuttavia gli episodi seguenti le fanno capire che, per la prima volta, deve assumersi le sue responsabilità, così decide di gettarsi in quello che, in un primo momento, le sembra solo una follia. Con il tempo Hope capirà che, quando ci si trova di fronte alle difficoltà, non bisogna scappare ma combattere.

Una storia, in bilico tra mondi reali e mondi fantastici, costruita intorno all’idea che, per raggiungere la pace, non debba esserci uno scontro tra Bene e Male ma che si debba stabilire l’Equilibrio tra di essi. Un’avventura fantasy che vuole essere anche la metafora del percorso interiore per trovare se stessi. Ogni personaggio ha il suo passato e dovrà compiere un viaggio fisico, ma soprattutto psicologico, prima di poter combattere il nemico.

recensione

Uno degli aspetti che il lettore non conoscerà mai del libro che tiene tra le mani, ma per ovvi motivi, è la strada che questo ha percorso. L’evoluzione. Come una farfalla che, prima di diventare tale, è stata crisalide, larva e uovo, molti dei racconti che approdano sullo scaffale ultimamente hanno una doppia storia da raccontare: la loro e quella di chi l’ha scritta.

Non che gli altri ne siano sprovvisti, anche perché ognuno di loro butta sangue e sudore sulle proprie opere e addirittura, alcuni arrivano ad innamorarsene così tanto da non coglierne i limiti; ma delle altre (storie) hanno un’energia più vecchia impressa sulle pagine. Prendete il mobile sbeccato della nonna: guardandolo con attenzione ricorderete la volta in cui lo spigolo vi fece rimediare sette punti e un lecca – lecca al pronto soccorso. Ora, guardate la vostra libreria Ikea: suggerisce niente? Appunto.

Alcuni libri hanno vissuto molte più vite di quelle di cui raccontano e uno dei casi più eclatanti del momento, restando in zona esordienti, è di sicuro “La guardiana dei draghi – Il cristallo di Lunus” di Veronica Gareffa, edito da Dark Zone Edizioni.

Si parla di un libro che ha già portato a termine il primo ciclo di vita sotto altri stemmi e che oggi, in occasione del Lucca Comics 2019, viene ri-lanciato dalla sua nuova casa editrice.

Nota a margine: l’editore in questione manda un messaggio assai coraggioso alle altre CE parigrado (ma non solo), ossia, la volontà di spogliarsi del pregiudizio indirizzato a quei manoscritti ritenuti ormai bruciati. “Causa” il self publishing, Wattpad o terze parti, molti editori tendono a snobbare prodotti che sono stati già sul mercato e che, trovandoci in una realtà medio-piccola, hanno parzialmente esaurito la loro forza di vendita. La verità, invece, è che il pregiudizio è un difetto che non ci si può permette in questo ambiente, pena lo scarto di tante storie e di autori che, se supportati, possono regalare non poche emozioni.

Con “Il cristallo di Lunus” parliamo del primo volume di una saga fantasy con qualche strizzata d’occhio alla fantascienza. Infatti, sebbene molto dell’ambientazione e delle componenti ricordino gli elementi dei fantasy più classici, ma con quel tocco di modernità che solleva il testo dalla solita pesantezza, sfumature più o meno impattanti sulla trama sono proprie della letteratura di fantascienza. La figura e l’importanza che viene data al drago, simbolo di genere per eccellenza, sembra scontrarsi frontalmente con i viaggi interplanetari, che invece ricordano tutt’altro tipo di libri. Il punto è che l’autrice, giovanissima per altro (e questo tornerà utile più avanti), imbastisce in maniera semplice uno scenario che attinge a destra e manca e che resta in piedi fino alla fine. Sarà la familiarità, saranno i richiami all’una o all’altra metà della mela del fantastico, ma l’impalcatura su cui regge la trama appare credibile.

Rispetto ai giorni passati, l’autrice ha dato prova di aver lavorato duramente su un testo che agli albori appariva acerbo, sia dal punto di vista dello stile che della concezione e della struttura della trama. Oggi, grazie al supporto e alla supervisione dell’editore, il primo è stato uniformato a uno standard che ha facilitato e faciliterà la crescita della scrittrice; mentre, l’intervento sul secondo ha permesso di far emergere la godibilità di uno scritto concepito da e per i giovani. Infatti, “Il cristallo di Lunus” ha una scenografia, una caratterizzazione dei personaggi, uno sviluppo di trama assai semplice, che poco ha a che vedere con i fantasy contorti e iper-strutturati che intrecciano le sinapsi e che allontanano i giovani dalla lettura. Il testo vede il tutto ridursi alla presenza del Bene e del Male, intesi proprio come protagonisti della vicenda e visti come estremi supremi opposti ed essenza unica di qualsiasi azione e reazione. Questa scissione netta, e anche un po’ utopistica, richiama la psicologia adolescenziale o quella subito seguente, in cui tutto è bianco e nero, bello o brutto, amore od odio. Forse è questa l’unica pecca dello scritto, ossia una concezione un po’ troppo rigida che allontana il lettore più maturo, il quale conosce più sfumature a causa dell’esperienza, e che allo stesso tempo avvicina (anzi, attrae) il lettore più giovane. Proprio quest’ultimo, che spesso si nega alle lunghe sessioni di lettura e che invece, qui, potrebbe decidere spontaneamente di passarci le ore.

A specchio, questa sorta di leggerezza si riflette nei personaggi e nella loro caratterizzazione, dai quali però si solleva Zen: personaggio – guida imperturbabile, complesso, con più sfumature, umano quanto basta e quindi impelagato nelle proprie difficoltà e pensieri.

La trama risulta davvero piacevole, perché il concetto di Equilibrio non viene affrontato, ma trattato come fosse effettivamente un’entità viva e ben presente. È proprio questo a rappresentare le responsabilità che gravano sulle (piccole) spalle della protagonista, Hope. Il concetto di Equilibrio tra Bene Supremo e Male Supremo non fa altro che rinnovare la divisione di cui sopra e questo suggerisce quanto ci si trovi di fronte a un testo fortemente indirizzato (o comunque, adatto) a un pubblico adolescente.

Inoltre, la presenza del drago, inteso come custode del prezioso bene che è l’Equilibrio, non fa altro che fornire un’immagine diversa e piacevole dell’animale stesso: a differenza di Martin e dei tre figli di Khaleesi, protettori ma sempre assai feroci, qui il drago assume le sembianze del tempio al quale affidare il bene più prezioso.

In conclusione, “La guardiana dei draghi – Il cristallo di Lunus” è materialmente il primo mattone di una costruzione più alta e imponente, ma scivola via in maniera fluida senza pesare sulle spalle del lettore. Se giovane, meglio. Se maturo, di sicuro d’esperienza nel riconoscere pagine e pagine di sangue e sudore che ora, grazie a un editore coraggioso e a un’autrice instancabile, hanno trovato una (seconda) nuova luce: probabilmente, quella che meritavano.

Recensione Anteprima “IL PENTACOLO – Legacy of Darkness. Saga completa” di Miriam Palombi a cura di Letizia Rossi

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Malcom sa che il tempo sta finendo. Non gli resta molto da vivere e con la sua morte nessuno proteggerà il sottile equilibrio tra il mondo del paranormale e quello della scienza. L’antico ordine del Pentacolo ormai è decaduto, ma l’uomo tenterà il tutto per tutto affinché Londra non cada nel caos. Un pugno di uomini dalle strane facoltà, potranno sostituirlo, lo sa, i suoi poteri glielo hanno detto.

Galahad dovrà raggiungerli e convincerli ad abbracciare il loro destino. Saranno costretti ad accettare la loro natura e scendere a patti con i propri demoni. In gioco non c’è solo la vita o la morte ma la possibilità di dannare per sempre la propria anima in un’avventura che li porterà fino alle radici malate della Nuova Tecnica.

Stone Temple House attende tutti loro, il pentacolo inciso nella pietra li aspetta. Il simbolo è in attesa di essere aperto ancora una volta.

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Mai dire che un determinato genere di letture non fa per noi, non ci piace, lo evitiamo. Perché poi succede che arriva un autore che smentisce le nostre convinzioni… e non resta che ammettere quanto ci si sbagliava.
Leggere Miriam Palombi su di me ha avuto esattamente questo effetto. La sua penna essenziale, tagliente, raffinata, mi ha fatto scoprire un horror diverso da quello che per anni ho immaginato e, spesso, trovato nei libri di questo genere.
Ho affrontato la lettura di questa sua imminente nuova uscita con entusiasmo e curiosità, certa che non mi avrebbe delusa e così è stato.

Bastano poche righe per immergersi in un’atmosfera grigia, cupa… è Londra la città che fa da sfondo alla storia. Una Londra nebbiosa e umida, caotica, fatta di vicoli, ombre, antichi manieri che nascondono segreti e misteri. E così come la città reca in se stessa un’anima antica e il progresso più avanzato, la vicenda sembra oscillare costantemente nel tempo: fine ‘800 e futuro convivono e danno vita a una dimensione fantastica ma al tempo stesso estremamente ancorata alla realtà. Ad accentuare questa percezione contribuiscono i salti temporali, con tanto di flashback che riporta alla seconda guerra mondiale. Tutto però appare come racchiuso in una bolla dove, appunto, il tempo ha un suo scorrere e una sua propria identitàà, diversa da quella che potremmo concepire razionalmente.
Incastonata in questo contesto, una storia che mescola abilmente elementi fantasy, thriller e horror con misura ed equilibrio mirabili.

Miriam Palombi non risparmia scene macabre e violente ma resiste alla tentazione di scivolare nello splatter fine a se stesso.

È l’atavica lotta tra il bene e il male a fare da motore della storia. Ma se ci aspettiamo i soliti buoni contro i cattivi, verremo disattesi.

Ci si aspetterebbe che i protagonisti fossero tutti perfetti, eroici… e invece no. Ciascuno porta in sé, chi più velatamente chi meno, componenti positive e negative. Essere dotati di un potere non è una scelta. Lo è invece decidere cosa farne.
Tra gli attori principali della trama voglio citare lei, l’unica donna: Elisabeth Wu. Apparentemente è la meno dotata tra i cinque; fragile, sensibile, vulnerabile, “umana” come non mai e quindi facilmente classificabile come elemento debole, si rivelerà invece l’elemento chiave del Pentacolo, quello che porterà alla vera rivoluzione. Non è un caso, a parer mio, che proprio nelle sue mani si depongano intuizioni e capacità straordinari, quasi a ricordarci che ancora una volta la figura della donna ha un potere salvifico per il genere umano.
Molto affascinante anche la figura di Dimitri Ivanoff, l’uomo che, cresciuto con i lupi, ne ha assorbito le doti da cacciatore, non solo nel comportamento ma anche nei sensi acuti e nei riflessi pronti e scattanti.

Ma è Galahad, il fedele servitore sfregiato, ad avermi conquistata. All’apparenza ambiguo e simile nell’aspetto alla raffigurazione della morte, nasconde sensibilità e umanità che cela al mondo con i suoi modi schivi e l’alone di mistero che si è creata attorno a lui. Sono queste doti, oltre ad un potere che lo accompagna fin da bambino, a renderlo prezioso, anima e allo stesso tempo protettore del Pentacolo.

Un punto che mi è parso debole in questa trilogia riguarda proprio i personaggi.
Nelle prime due parti si creano delle aspettative, svelando alcuni aspetti della natura e delle origini dei protagonisti. Si intuisce che ciascuno abbia enormi potenzialitàà e, con queste premesse, ci si immagina che nella terza parte accadano grandi cose. Invece quelle aspettative vengono un po’ deluse: l’ultimo capitolo vede i cinque (sei, con Galahad) inseriti in un contesto in cui agiscono come una squadra di investigatori, piuttosto che come creature straordinarie dotate di poteri e responsabilitàà di calibro notevole. Quell’atmosfera epica plasmata attorno a loro viene smorzata. Contribuisce a questo anche l’aver reso il terzo capitolo della saga un vero e proprio thriller. Se pur ben congegnato, teso e incalzante, la trama e le indagini si antepongono alla dimensione sovrannaturale che, sia ben chiaro, persiste ma si pone in secondo piano. Insomma, si torna con i piedi a terra dopo aver volato in alta quota, pur mantenendo in parte quello che si è assaporato prima.
Bisogna però dire che è proprio in questo capitolo finale che il Pentacolo e Galahad vengono mostrati nella loro complessitàà e completezza, ci vengono svelati tasselli importanti del loro passato che permettono al lettore di collegare i fili lasciati sparsi dall’autrice in precedenza. L’indagine diventa un mezzo per far conoscere ancora meglio ciascun protagonista. È, quindi, un lieve cambio di direzione che inserito nel contesto generale di tutta la trilogia si comprende meglio.

L’ultima considerazione la riservo per l’elemento che più mi ha conquistata: lo stile. Miriam, in questo, è davvero un’eccellenza. Cesella ogni frase, scegliendo con cura i vocaboli e utilizzando un linguaggio ricco e vario. Le bastano poche parole per dare vita a immagini forti e vive, contornate da atmosfere dettagliate.
Non si perde in fronzoli inutili, la sua è una scrittura asciutta ed essenziale che mantiene il lettore ben saldo sui binari della narrazione.

Tirando le somme, “Il Pentacolo – Legacy of Darkness”, pur con qualche piccola e assolutamente perdonabile debolezza, è un libro scorrevole e coinvolgente. 370 pagine che scivolano, una dopo l’altra, prima ancora che ci si renda conto che si sta leggendo una trilogia.

Recensione ” Le Cronache del reame incantato – Il marchio del Serpente” di Alberto Chieppi a cura di Sara Canini

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Sam ha quindici anni e sulla spalla ha uno strano tatuaggio a forma di serpente. Lo ha da tutta la vita e ormai ha smesso di chiedersi quale sia il suo significato. L’occasione per scoprirlo, però, si presenta una notte a seguito di una serie di eventi rocamboleschi. Sam dovrà fidarsi di una donna misteriosa e partire per un viaggio incredibile verso il Reame Incantato, il luogo da cui ha origine la magia che si cela nascosta in lui. Fra confraternite sovversive, goblin pasticcioni e demoni sibilanti, Sam inizierà a seguire il percorso che il destino ha scelto per lui, facendo nuove amicizie e combattendo contro nemici spietati, alla ricerca del significato oscuro del «Marchio del Serpente».

recensione

Quando si pensa al fantasy, spesso, i ricordi vanno ad orchi con la clava, elfi dalle orecchie a punta, valli incantate e grandi battaglie centenarie. Il signor J. J. R. Tolkien ha di sicuro elevato un genere ritenuto secondario fino ai suoi tempi e questo è di certo un gran bene, ma il suo merito più grande è stato quello di caratterizzare il fantasy al punto di renderlo inconfondibile, riconoscibile a prima vista. E questa, come sappiamo, è l’unica strada per l’immortalità: restare nella memoria di uno equivale al sopravvivere al tempo, anche quando il nostro è già passato.

Eppure, intorno al lavoro del Maestro, è nata un’aura nebbiosa e scintillante; qualcosa che dona vigore e spessore a un seme piantato con tanto amore. Perché il fantasy, in quanto creazione, è frutto di un immenso, straordinario e sterminato sentimento: nulla nasce dal niente.

Nel corso degli anni, il genere si è sparso in più direzioni, dando vita a sottogeneri anche piuttosto apprezzati, come il dark e l’urban fantasy o il graditissimo sword and sorcery. Tuttavia, nonostante la divisione suggerisca l’indebolimento, la cellula madre che è il fantasy non si è mai indebolita; anzi, è cresciuta lentamente arrivando all’apice del lustro proprio nel nostro tempo. È vero, anche Peter Jackson ha la sua fetta di merito e il fatto che non si tratti di carta stampata, bensì di pellicola, accrescere la stima verso un genere che fa della versatilità la propria forza.

E Peter Jackson non è il solo. Cosa sarebbe J. K. Rowling senza Chris Columbus, Alfonso Cuarón e l’amato/odiato David Yates? Parleremmo degli stessi numeri? Forse, dovremmo semplicemente comprendere che il fantasy include tutto e che l’originale (nel senso di primo) non esiste. Esistono varie forme e livelli, varie dimensioni e aspetti, ma nulla cresce in una scatola e per fortuna, certi editori e lettori lo sanno.

A seguito di questa lunga, ma doverosa premessa, parliamo di “Le Cronache del Reame Incantato – Il marchio del serpente” di Alberto Chieppi, edito da Dark Zone Edizioni, e primo volume di una saga fantasy di stampo potteriano. Quest’ultimo aggettivo è fondamentale nella comprensione di un testo che non nasce da nient’altro se non dall’amore, che non riesce a stare chiuso in una scatola e che non scopiazza dall’originale, semplicemente perché l’originale non esiste nel fantasy.

L’autore si è cimentato in uno scritto che appare da subito estremamente complesso, ma non per il lettore, bensì per sé stesso. Infatti, causa stile e struttura potteriana ben chiare fin da subito, Il marchio del serpente sceglie consapevolmente di esporsi a critiche e paragoni prevedibili, perché con un lavoro così si cammina su un campo tempestato da mine e non un prato di margherite. Eppure, l’autore vince. Vince tutto. La narrazione procede in maniera lineare e armonica, mostrandosi frutto di un lavoro certosino, assai appassionato ed elaborato, mai campato in aria. Il testo segue parallelamente ben tre corsi, con altrettante storie e protagonisti diversi, arricchendosi di novità e dettagli assorbiti in maniera del tutto naturale, mai artificiosa. Sa scandire il ritmo, bilanciare scene lente e descrittive a quelle veloci e d’azione e questo rende il tutto perfettamente equilibrato, godibile. Nonostante la struttura nota, è proprio questa a rappresentare uno dei punti di forza de Il marchio del serpente: il lettore si sente così tanto a casa, immerso nella familiarità della nuova dimensione – il Reame Incantato– che può dedicarsi ai dettagli, quelli che sfuggono sempre quando si è presi dalla foga.

Ovviamente, nonostante lo sviluppo parallelo di storie differenti, il vero protagonista della vicenda è Sam, ragazzino milanese che passa da una famiglia affidataria all’altra senza mai trovare pace, né un posto da chiamare ‘casa’.

Sorvolando sugli aspetti urban dell’incipit, quest’ultimo è confezionato in maniera deliziosa e mostra il passaggio dalla nostra dimensione da ignari Sapiens al Reame Incantato dei maghi. E poco importa che il punto di partenza sia la metro di Milano, perché finalmente queste cose avvengono anche da noi, senza sembrare forzate o grottesche.

Attraverso Sam, il lettore si intrufola nel nuovo mondo e con lui affronta le tappe che portano alla consapevolezza, ossia il percorso dell’eroe: il confronto con le spalle Lilith e Nyx, la presa di coscienza del proprio essere speciale, il ragionamento e l’affronto della vicenda, fino a giungere alla conclusione, che poi tanto conclusiva non è.

La trama che coinvolge Sam, Lilith e Nyx è quella che più si avvicina ai bei romanzi di formazione ed è la vera punta di diamante de Il marchio del serpente.

Parallelamente, le vicende di Mephisto e Sirio. Il primo, stregone intrappolato nell’aldilà e totalmente dedito alla fuga; il secondo, figlio di un’alta carica dello stato, ma non per questo vero erede. Queste due storie, che per spazio ed importanza non posso in alcun modo essere chiamate sotto trame, rappresentano una novità rispetto alla struttura potteriana portata al successo da J. K. Rowling. L’autore de Il marchio del serpente mostra la quotidianità di due personaggi ombra, i quali assumono il ruolo di diretti protagonisti.

Mephisto permette al lettore di camminare in tunnel oscuri, sotterranei, umidi e pericolosi, di guardare l’altra faccia della medaglia e immergersi in una realtà che la Maestra Rowling ci ha mostrato solo sprazzi, giusto nei capitoli finali della sua opera.

Ma la vera rivelazione, almeno per la sottoscritta, è stata la trama dedicata a Sirio Paladin, la risposta di Alberto Chieppi all’incomprensibile (e forse mal sfruttato) Draco Malfoy. Al pari di Sam, Sirio affronta il percorso di crescita con gli amici Dafne ed Argo (quest’ultimo spalla comica per eccellenza) e regala al lettore un personaggio positivo, rinchiuso in un contesto negativo; a chi legge, Sirio mostra la possibilità di camminare sulle proprie gambe, senza seguire una strada già tracciata, con coraggio e tutte le difficoltà e insicurezze del caso.

In conclusione, al netto delle vicende accorse al povero ma determinato Sam, l’autore assembla una storia dalla struttura ben nota, ma con un’identità talmente forte e piacevole da essere ricordata nel tempo.

Proprio con questo scritto e con questa pubblicazione, Alberto Chieppi e Dark Zone dimostrano di credere fortemente nel fantasy, investendo tempo e spazio in un racconto bagnato d’aura potteriana, ma così godibile e ben scritto da valere i soldi spesi. D’altronde, il coraggio non manca mai a chi vive di fantasia.

 

Segnalazione uscita ” I GUARDIANI DI BLAIR – Saga of Witch Hunters” di E.L.Reid

Racconto lungo legato alla saga “Witch Hunters”

Il tempo è giunto.
I Guardiani si sono rivelati all’ultima discendente.
Una Strega…
Una prova da superare.
Un Eletto.
Una lotta contro il tempo e…
Una promessa da mantenere a qualsiasi costo.

ESTRATTO

A quell’ora tutti dormivano, i viventi, quantomeno.
Gli spiriti no. Loro non dormivano mai. Ma dell’anima dannata che infestava Castleville House non c’era traccia. Non per il momento, almeno.
Respirò a pieni polmoni i profumi della notte, mentre a passo veloce si mescolava alle ombre. Avanzò sicura. Metro dopo metro sentiva accrescere i propri poteri.
Era una bella sensazione. Finalmente poteva essere se stessa senza dover rendere conto a nessuno. Sotto la pelle chiara uno sfavillio guizzò lungo le vene. Non lo avrebbe trattenuto a lungo. Ma non era quello il luogo.
Avrebbe girovagato per quelle terre alla ricerca di uno spazio adatto per dar loro libero sfogo e poco importava se la ricerca avesse impiegato più tempo del previsto.
Da quando era arrivata in Irlanda, non aveva fatto altro che vivere due vite: palesando quella di ereditiera e celando quella di strega. Di giorno in un modo e di notte nell’altro.

 

Recensione Anteprima “LUNA DI SANGUE” di Bellard Richmont a cura di Elena Galati Giordano

Con questa antologia di racconti dall’indole dark, Bellard descrive la sua visione della realtà contemporanea, mettendo in luce i tratti più oscuri dell’umanità.

Ogni storia si serve di due linee temporali: passato e presente, le quali congiungono sempre in una verità finale dal sapore dolceamaro.

Dieci novelle.

In ognuna di esse, la Luna di Sangue illumina le scelte dei protagonisti e li costringe a decidere tra morale e sopravvivenza, fronteggiando streghe e demoni che paiono meno mostruosi degli umani stessi.

Chi sono i buoni?

Chi sono i cattivi?

E i veri mostri sono sopra o sotto il letto?

Bene e male, l’eterna lotta, l’infinita diatriba.

Bene e male, divisi da una linea spessa, netta, precisa… o forse no?

Forse questa è solo la versione che ci fa meno paura, forse pensare che il bene e il male siano relegati in due punti ben distanti l’uno dall’altro ci fa sentire al sicuro, ovattati nell’illusoria certezza che le nostre coscienze non verranno mai sporcate, convinti di esserci seduti dal lato giusto della barricata.

Ma la realtà è sempre disperatamente diversa dall’illusione e la speranza di non esser dannati, spesso, viene ridotta in polvere, insieme al sottile velo che separa la luce dalle tenebre.

Bastano pochi istanti perché tutto cambi irrimediabilmente, perché i demoni emergano dall’oscurità e ci mostrino la nostra vera natura.

La duplicità dell’uomo: questo è il filo conduttore di “Luna di Sangue”, una raccolta fantasy, dal sapore dark, ove il bene e il male si confondono e divengono nebbia, che avvolge il lettore, confondendolo e trasportandolo in un mondo dove ogni certezza diviene effimera e i mostri non arrivano dalle tenebre, ma covano dentro l’essere umano e si mostrano riflessi nello specchio.

Le creature che popolano i suoi racconti sono bestie mostruose, abomini della natura, violenti e guidati solo da istinti animali, volti alla loro esclusiva sopravvivenza.

Bellard però non si limita a darci la versione più rassicurante, dove i mostri sono i cattivi e gli uomini i buoni: lui ci porta a comprendere i retroscena, ci porta a conoscere ciò che di orribile si cela dietro la mostruosità, che molto spesso risiede all’interno della creatura che, con la mano sollevata, punta il suo dito giudicando e proteggendosi dietro la maschera della giustizia.

I personaggi sono molti e tutti sviluppati con grande maestria, ma preparatevi: all’interno dei racconti, che si susseguono con ritmo calcolato, alternando momenti di strisciante lentezza ad attimi di rabbiosa rapidità, non troverete eroi splendenti e paladini senza macchia e senza paura, anzi essi saranno disgustosi, sbagliati, crudeli, con profonde cicatrici sul corpo e nell’anima.

Eroi sconfitti, falliti, divorati da ambizioni oscure e guidati da istinti primordiali e malvagi.

La natura umana viene portata alla luce un racconto dopo l’altro, spogliata dei veli di menzogna con cui si ripara al fine di apparire migliore di quello che in realtà è.

Le atmosfere, evocative e tenebrose, sono incredibilmente coinvolgenti e riescono a risucchiare il lettore all’interno del racconto.

L’autore assorbe il lettore nella storia, lo avvolge con una fitta coltre di nebbia oscura che avvelena la mente, rendendolo fragile e spaventato, spingendolo così ad aggrapparsi all’istinto e sguainare gli artigli per sopravvivere ai propri mostri.

Particolarmente apprezzato il World Building dell’intera raccolta: accurato, particolarmente verosimile ed uniforme.

Nonostante si tratti di racconti singoli, fini a se stessi e non collegati tra loro, Bellard riesce, utilizzando diversi espedienti,  a creare un filo conduttore, legando così indissolubilmente tutte le storie tra loro.

Diversi sono i punti di forza che caratterizzano  “Luna di Sangue”, uno su tutti lo stile: poetico e al contempo crudele, forbito e ricco di vocaboli complessi che però non appesantiscono il testo, anzi, lo rendono frivolo se pur pomposo e, allo stesso tempo, scorrevole e melodico, senza mai divenire ridondante.

La punteggiatura, utilizzata con ossessiva precisione, regala al testo una musicalità unica nel suo genere e impone alla lettura un ritmo caratteristico in grado di rafforzarne l’originalità e la potenza emotiva.

Il silenzio che avvolge l’intera lettura, scandendo impietoso il tempo, regna sovrano, enfatizzando la sensazione di solitudine che accompagna i personaggi all’interno di un viaggio introspettivo, nell’inconscio più profondo e torbido, al quale il lettore non potrà resistere e nel quale si lascerà coinvolgere affiancando i protagonisti dell’opera.

Menzione d’onore alle magnifiche illustrazioni che arricchiscono il testo.

Hily Rael, tatuatrice di professione, si serve dell’acquerello per delineare tavole dal forte impatto emotivo, unendo alla delicatezza tipica della tecnica utilizzata un tratto deciso e imponendo il suo stile, in un connubio meraviglioso ed unico che si sposa alla perfezione con lo scritto che accompagnano.

 

Un testo particolare “Luna di Sangue”, che affronta tematiche forti con la dovuta delicatezza, in un crescendo che attraversa tutte le emozioni umane, portando il lettore a conoscerle tutte da vicino: dalla più becera e crudele alla più dolce e intimistica, avvolto dalle spire voluttuose di un serpente tanto sinuoso e sensuale quanto pericoloso e mortale.

 

Una lettura consigliata a chiunque abbia voglia di immergersi in atmosfere fantasy horror e di lasciarsi trascinare in un viaggio onirico alla scoperta dei mostri che popolano le paure più recondite dell’uomo.

 

 

Credit
Illustrazione acquerello di Hily Real
Foto di copertina di Gio Boretti

Libri sotto l’ombrellone – I consigli di Sogni di Carta – Part. 4

Ed eccoci giunti all’ultima puntata della rubrica “Libri sotto l’ombrellone”

Con l’augurio di aver stuzzicato la vostra curiosità, vi lasciamo agli ultimi titoli.

Buona Lettura!

 

Micropolis – Giuseppe Milisenda

Lettura per i più giovani, ma poi neanche tanto. L’avventura di Fotone e della colonia degli Xsmalls va al di là del semplice racconto d’avventura per ragazzi: la Terra ha bisogno di essere salvata, e non solo dall’inquinamento!
Uno degli esordi più divertenti tra quelli dedicati ai lettori più giovani.

 

 

 

Kaijin. L’ombra di cenere – Linda Lercari 

Giappone-1330.

Usi e costumi del Giappone dell’epoca, raccontati attraverso una storia fitta di mistero che assume le sfumature vivaci del rosso su di una tela color avorio.

Una caccia al tesoro tra la dolcezza dell’amore e la crudele pace della morte.

Un romanzo da leggere con la doverosa lentezza capace di affascinare tutti i lettori.

 

Il mutafavole e la lista segreta degli svelamondi – Antonio Carmine Napolitano

Secondo volume di una saga fantasy dedicata ad un pubblico giovane, ma adatta ad ogni età.

Sogni, magia e realtà si fondono alla perfezione in un intreccio narrativo gestito con estrema maestria.

Amicizia, fedeltà e determinazione: sono le caratteristiche del giovane e coraggioso protagonista che alla scoperta di un nuovo se, accompagnerà il lettore in un profondo percorso di crescita.

 

 

Victorian Solstice – Vittoria Corella e Federica Soprani

Viaggio che tocca punti cardine della vita incontrando il degrado come anche l’opulenza: l’amicizia che nasce dalla sfiducia e che diventerà sempre più intima, l’amore declinato in ogni sua forma e dimostrazione, il rancore che viene esacerbato fino a colpire e la speranza che tutto può e  deve.

 

 

 

 

Il grande classico

Il fu Mattia Pascal – Luigi Pirandello 

Un grande classico della letteratura italiana: “Il fu Mattia Pascal” di Luigi Pirandello.

Leggerlo è sempre un piacere e non solo per l’amore per i classici, ma per ricordare l’avventura di Pascal: inquieto e insofferente, che scappa senza lasciare traccia di sé.