Recensione Anteprima “IL PENTACOLO – Legacy of Darkness. Saga completa” di Miriam Palombi a cura di Letizia Rossi

sinossi

Malcom sa che il tempo sta finendo. Non gli resta molto da vivere e con la sua morte nessuno proteggerà il sottile equilibrio tra il mondo del paranormale e quello della scienza. L’antico ordine del Pentacolo ormai è decaduto, ma l’uomo tenterà il tutto per tutto affinché Londra non cada nel caos. Un pugno di uomini dalle strane facoltà, potranno sostituirlo, lo sa, i suoi poteri glielo hanno detto.

Galahad dovrà raggiungerli e convincerli ad abbracciare il loro destino. Saranno costretti ad accettare la loro natura e scendere a patti con i propri demoni. In gioco non c’è solo la vita o la morte ma la possibilità di dannare per sempre la propria anima in un’avventura che li porterà fino alle radici malate della Nuova Tecnica.

Stone Temple House attende tutti loro, il pentacolo inciso nella pietra li aspetta. Il simbolo è in attesa di essere aperto ancora una volta.

recensioneanteprima

Mai dire che un determinato genere di letture non fa per noi, non ci piace, lo evitiamo. Perché poi succede che arriva un autore che smentisce le nostre convinzioni… e non resta che ammettere quanto ci si sbagliava.
Leggere Miriam Palombi su di me ha avuto esattamente questo effetto. La sua penna essenziale, tagliente, raffinata, mi ha fatto scoprire un horror diverso da quello che per anni ho immaginato e, spesso, trovato nei libri di questo genere.
Ho affrontato la lettura di questa sua imminente nuova uscita con entusiasmo e curiosità, certa che non mi avrebbe delusa e così è stato.

Bastano poche righe per immergersi in un’atmosfera grigia, cupa… è Londra la città che fa da sfondo alla storia. Una Londra nebbiosa e umida, caotica, fatta di vicoli, ombre, antichi manieri che nascondono segreti e misteri. E così come la città reca in se stessa un’anima antica e il progresso più avanzato, la vicenda sembra oscillare costantemente nel tempo: fine ‘800 e futuro convivono e danno vita a una dimensione fantastica ma al tempo stesso estremamente ancorata alla realtà. Ad accentuare questa percezione contribuiscono i salti temporali, con tanto di flashback che riporta alla seconda guerra mondiale. Tutto però appare come racchiuso in una bolla dove, appunto, il tempo ha un suo scorrere e una sua propria identitàà, diversa da quella che potremmo concepire razionalmente.
Incastonata in questo contesto, una storia che mescola abilmente elementi fantasy, thriller e horror con misura ed equilibrio mirabili.

Miriam Palombi non risparmia scene macabre e violente ma resiste alla tentazione di scivolare nello splatter fine a se stesso.

È l’atavica lotta tra il bene e il male a fare da motore della storia. Ma se ci aspettiamo i soliti buoni contro i cattivi, verremo disattesi.

Ci si aspetterebbe che i protagonisti fossero tutti perfetti, eroici… e invece no. Ciascuno porta in sé, chi più velatamente chi meno, componenti positive e negative. Essere dotati di un potere non è una scelta. Lo è invece decidere cosa farne.
Tra gli attori principali della trama voglio citare lei, l’unica donna: Elisabeth Wu. Apparentemente è la meno dotata tra i cinque; fragile, sensibile, vulnerabile, “umana” come non mai e quindi facilmente classificabile come elemento debole, si rivelerà invece l’elemento chiave del Pentacolo, quello che porterà alla vera rivoluzione. Non è un caso, a parer mio, che proprio nelle sue mani si depongano intuizioni e capacità straordinari, quasi a ricordarci che ancora una volta la figura della donna ha un potere salvifico per il genere umano.
Molto affascinante anche la figura di Dimitri Ivanoff, l’uomo che, cresciuto con i lupi, ne ha assorbito le doti da cacciatore, non solo nel comportamento ma anche nei sensi acuti e nei riflessi pronti e scattanti.

Ma è Galahad, il fedele servitore sfregiato, ad avermi conquistata. All’apparenza ambiguo e simile nell’aspetto alla raffigurazione della morte, nasconde sensibilità e umanità che cela al mondo con i suoi modi schivi e l’alone di mistero che si è creata attorno a lui. Sono queste doti, oltre ad un potere che lo accompagna fin da bambino, a renderlo prezioso, anima e allo stesso tempo protettore del Pentacolo.

Un punto che mi è parso debole in questa trilogia riguarda proprio i personaggi.
Nelle prime due parti si creano delle aspettative, svelando alcuni aspetti della natura e delle origini dei protagonisti. Si intuisce che ciascuno abbia enormi potenzialitàà e, con queste premesse, ci si immagina che nella terza parte accadano grandi cose. Invece quelle aspettative vengono un po’ deluse: l’ultimo capitolo vede i cinque (sei, con Galahad) inseriti in un contesto in cui agiscono come una squadra di investigatori, piuttosto che come creature straordinarie dotate di poteri e responsabilitàà di calibro notevole. Quell’atmosfera epica plasmata attorno a loro viene smorzata. Contribuisce a questo anche l’aver reso il terzo capitolo della saga un vero e proprio thriller. Se pur ben congegnato, teso e incalzante, la trama e le indagini si antepongono alla dimensione sovrannaturale che, sia ben chiaro, persiste ma si pone in secondo piano. Insomma, si torna con i piedi a terra dopo aver volato in alta quota, pur mantenendo in parte quello che si è assaporato prima.
Bisogna però dire che è proprio in questo capitolo finale che il Pentacolo e Galahad vengono mostrati nella loro complessitàà e completezza, ci vengono svelati tasselli importanti del loro passato che permettono al lettore di collegare i fili lasciati sparsi dall’autrice in precedenza. L’indagine diventa un mezzo per far conoscere ancora meglio ciascun protagonista. È, quindi, un lieve cambio di direzione che inserito nel contesto generale di tutta la trilogia si comprende meglio.

L’ultima considerazione la riservo per l’elemento che più mi ha conquistata: lo stile. Miriam, in questo, è davvero un’eccellenza. Cesella ogni frase, scegliendo con cura i vocaboli e utilizzando un linguaggio ricco e vario. Le bastano poche parole per dare vita a immagini forti e vive, contornate da atmosfere dettagliate.
Non si perde in fronzoli inutili, la sua è una scrittura asciutta ed essenziale che mantiene il lettore ben saldo sui binari della narrazione.

Tirando le somme, “Il Pentacolo – Legacy of Darkness”, pur con qualche piccola e assolutamente perdonabile debolezza, è un libro scorrevole e coinvolgente. 370 pagine che scivolano, una dopo l’altra, prima ancora che ci si renda conto che si sta leggendo una trilogia.

Recensione “PICCOLI PASSI NEL BUIO” di Miriam Palombi a cura di Sara Canini

Scricchiolii sinistri. Creature che si nascondono sotto i letti, minacciose. Ombre che si allungano silenziose sulle pareti. Streghe, demoni ed esseri mostruosi che lasciano le fiabe e le leggende della nostra infanzia per animare i nostri incubi notturni.

Piccoli passi nel buio che vi condurranno fino al cuore nero delle vostre paure. Siete pronti ad affrontarle?

Ogni lettore ha un autore preferito. Il genere, lo stile, l’impostazione generale che ogni scrittore dà al proprio lavoro, sono solo alcuni dei molti aspetti capaci di fidelizzare il pubblico.

In un panorama ormai saturo di abitué dei grandi nomi, spesso estranei al mondo editoriale, una fetta di quello stesso mercato stacca regolarmente i biglietti di fiere e comics con lo scopo di trovare un nuovo autore preferito.

Magari uno poco pubblicizzato o appartenente a quella media/piccola editoria che sta registrando una primavera lunga, in crescita, piena d’idee valide e pregna di olio di gomito. Parliamo della soddisfazione di aver scoperto un nome nuovo, piacevole, godibile, dal quale tornare a bussare per chiedere: “Hai una nuova storia? L’ultima l’ho divorata!”.

Questo è ciò che accade a chi legge Miriam Palombi, punta di diamante e cavallo di razza della scuderia Dark Zone Edizioni: se si è alla ricerca di un nome di riferimento per il genere horror, il suo è il primo a saltare fuori.

Ricordate i Mostri della Universal? Parliamo di film in bianco e nero prodotti tra gli anni ’20 e ’60 dagli Universal Studios: Dracula di Bram Stoker, interpretato poi dall’indimenticabile Bela Lugosi; Frankenstein diMary Shelly, interpretato da Boris Karloff; e a seguire, La Mummia, L’uomo invisibile, Il mostro della Laguna Nera, L’uomo lupo, Il fantasma dell’opera e tanti altri. Ognuno di loro aveva un’identità precisa, una storia già segnata e si incastravano perfettamente nei timori dell’epoca, in cui la paura veniva dal diverso, dallo sconosciuto e dall’ignoto. Universal raccolse i racconti più popolari e diede a loro vita sul grande schermo, uno ad uno, includendoli in un filone unofficial che poi ha fatto la storia.

Ecco, Miriam Palombi ha fatto lo stesso.

“Piccoli passi nel buio” (Dark Zone Edizioni) è un tributo rivolto al pubblico giovane, dedicato alle figure e ai racconti più conosciuti degli ultimi anni. Il lettore verrà catapultato di racconto in racconto, incrociando il vampiro, l’uomo lupo, il fantasma e tutti gli altri personaggi classici (e nuovi classici) dell’horror.

Considerando il target di riferimento della raccolta, si può parlare di un vero e proprio Libro delle Ombre per principianti, ossia un manuale di riconoscimento delle specie e di inquadratura degli schemi della letteratura dell’orrore. Infatti, è stato sorprendente e piacevole trovare un breve “dizionario” alla fine del libro, che va dalla leggenda di Bloody Mary alla descrizione del Poltergeist. Tutto assume un senso quasi didattico, se si pensa al fruitore finale.

La scrittura fluida e senza fronzoli permette alle storie di emergere, lasciando ai significati, all’immaginazione e a quegli scricchiolii lontani, il difficile compito d’instillare ansia e inquietudine. E ci riesce, come il suo solito, addirittura rasentando la perfezione in un paio di episodi.

Ne “Lo scarabeo d’oro”, forse il racconto meglio confezionato dell’intera raccolta, il protagonista si imbatte nella creatura egiziana per eccellenza, ma ciò che resta davvero dello scritto (oltre il piacere per il diretto richiamo al film del 1932) è l’armonia e la pienezza del testo. La scrittrice si fa Virgilio del lettore e lo accompagna in un crescendo di emozione che culmina nello stralunato finale, senza lesinare mai in descrizioni materiali e di pensiero.

Altre due storie degne di nota sono “La venticinquesima ora” e “La notte di Halloween”, perché entrambe sono in pieno stile Palombi e per dirla tutta, sarebbero riconoscibili e attribuibili all’autrice Dark Zone anche dai non esperti.

Nella prima emerge la straordinaria somiglianza con i lavori di Edgar Allan Poe, che la scrittrice omaggia (magari inconsciamente) con racconti brevi che ricordano i deliri de “Il cuore rivelatore” o de “Il corvo”. L’agitazione più sinistra viene descritta così minuziosamente (e brutalmente) da ombrare lo stato d’animo del lettore, a riprova dello straordinario talento di colei che sa descrivere emozioni negative complesse al punto di farle vivere anche a chi legge: “La venticinquesima ora” è il racconto che sembra riassumere l’intero stile dell’autrice.

Nel secondo, invece, troviamo un componimento in versi che introduce una delle storie più inquietanti di “Piccoli passi nel buio”, perché la raccolta non è solo un tributo ai personaggi più spaventosi, ma anche alle leggende e alle paure dell’animo umano. Strizzando l’occhio a “Miseri resti sepolti” (e viceversa), della stessa Palombi, “La notte di Halloween” resta impresso per il richiamo al mondo dei più piccoli, che a volte sa essere più spaventoso e crudele di quello degli adulti.

Complice una Livia De Simone in grande spolvero, in quanto artefice di una cover calzante, piacevole, ma soprattutto d’appeal per chi ama giudicare anche dalla copertina, “Piccoli passi nel buio” risulta un acquisto che regala emozioni e soddisfazioni, sia per i grandi che per i piccini (magari non tanto piccoli).

I racconti, semplici, brevi e d’impatto, attirano anche i non lettori e questo, inevitabilmente, incoraggia i giovani a leggere di più. La gioventù è immediatezza e i ragazzi sono figli di un futuro che va veloce, perciò, un prodotto da tripla S (small, smart, strong) è ciò che fa per loro.

Ovviamente, Miriam Palombi è una certezza per il pubblico più adulto; anzi, per loro si tratta di un’abitudine che fa piacere ritrovare di tanto in tanto, sugli scaffali di una libreria o tra le fila di uno stand in fiera, magari in vista di quell’autunno creepy che piace molto agli affezionati DZ. E poi, a margine di tutto ciò, anche il lettore d’esperienza potrebbe sentirsi a casa tra le pagine di “Piccoli passi nel buio”: il richiamo ai Mostri della Universal è troppo grande per potervi resistere.

Recensione Anteprima “LUNA DI SANGUE” di Bellard Richmont a cura di Elena Galati Giordano

Con questa antologia di racconti dall’indole dark, Bellard descrive la sua visione della realtà contemporanea, mettendo in luce i tratti più oscuri dell’umanità.

Ogni storia si serve di due linee temporali: passato e presente, le quali congiungono sempre in una verità finale dal sapore dolceamaro.

Dieci novelle.

In ognuna di esse, la Luna di Sangue illumina le scelte dei protagonisti e li costringe a decidere tra morale e sopravvivenza, fronteggiando streghe e demoni che paiono meno mostruosi degli umani stessi.

Chi sono i buoni?

Chi sono i cattivi?

E i veri mostri sono sopra o sotto il letto?

Bene e male, l’eterna lotta, l’infinita diatriba.

Bene e male, divisi da una linea spessa, netta, precisa… o forse no?

Forse questa è solo la versione che ci fa meno paura, forse pensare che il bene e il male siano relegati in due punti ben distanti l’uno dall’altro ci fa sentire al sicuro, ovattati nell’illusoria certezza che le nostre coscienze non verranno mai sporcate, convinti di esserci seduti dal lato giusto della barricata.

Ma la realtà è sempre disperatamente diversa dall’illusione e la speranza di non esser dannati, spesso, viene ridotta in polvere, insieme al sottile velo che separa la luce dalle tenebre.

Bastano pochi istanti perché tutto cambi irrimediabilmente, perché i demoni emergano dall’oscurità e ci mostrino la nostra vera natura.

La duplicità dell’uomo: questo è il filo conduttore di “Luna di Sangue”, una raccolta fantasy, dal sapore dark, ove il bene e il male si confondono e divengono nebbia, che avvolge il lettore, confondendolo e trasportandolo in un mondo dove ogni certezza diviene effimera e i mostri non arrivano dalle tenebre, ma covano dentro l’essere umano e si mostrano riflessi nello specchio.

Le creature che popolano i suoi racconti sono bestie mostruose, abomini della natura, violenti e guidati solo da istinti animali, volti alla loro esclusiva sopravvivenza.

Bellard però non si limita a darci la versione più rassicurante, dove i mostri sono i cattivi e gli uomini i buoni: lui ci porta a comprendere i retroscena, ci porta a conoscere ciò che di orribile si cela dietro la mostruosità, che molto spesso risiede all’interno della creatura che, con la mano sollevata, punta il suo dito giudicando e proteggendosi dietro la maschera della giustizia.

I personaggi sono molti e tutti sviluppati con grande maestria, ma preparatevi: all’interno dei racconti, che si susseguono con ritmo calcolato, alternando momenti di strisciante lentezza ad attimi di rabbiosa rapidità, non troverete eroi splendenti e paladini senza macchia e senza paura, anzi essi saranno disgustosi, sbagliati, crudeli, con profonde cicatrici sul corpo e nell’anima.

Eroi sconfitti, falliti, divorati da ambizioni oscure e guidati da istinti primordiali e malvagi.

La natura umana viene portata alla luce un racconto dopo l’altro, spogliata dei veli di menzogna con cui si ripara al fine di apparire migliore di quello che in realtà è.

Le atmosfere, evocative e tenebrose, sono incredibilmente coinvolgenti e riescono a risucchiare il lettore all’interno del racconto.

L’autore assorbe il lettore nella storia, lo avvolge con una fitta coltre di nebbia oscura che avvelena la mente, rendendolo fragile e spaventato, spingendolo così ad aggrapparsi all’istinto e sguainare gli artigli per sopravvivere ai propri mostri.

Particolarmente apprezzato il World Building dell’intera raccolta: accurato, particolarmente verosimile ed uniforme.

Nonostante si tratti di racconti singoli, fini a se stessi e non collegati tra loro, Bellard riesce, utilizzando diversi espedienti,  a creare un filo conduttore, legando così indissolubilmente tutte le storie tra loro.

Diversi sono i punti di forza che caratterizzano  “Luna di Sangue”, uno su tutti lo stile: poetico e al contempo crudele, forbito e ricco di vocaboli complessi che però non appesantiscono il testo, anzi, lo rendono frivolo se pur pomposo e, allo stesso tempo, scorrevole e melodico, senza mai divenire ridondante.

La punteggiatura, utilizzata con ossessiva precisione, regala al testo una musicalità unica nel suo genere e impone alla lettura un ritmo caratteristico in grado di rafforzarne l’originalità e la potenza emotiva.

Il silenzio che avvolge l’intera lettura, scandendo impietoso il tempo, regna sovrano, enfatizzando la sensazione di solitudine che accompagna i personaggi all’interno di un viaggio introspettivo, nell’inconscio più profondo e torbido, al quale il lettore non potrà resistere e nel quale si lascerà coinvolgere affiancando i protagonisti dell’opera.

Menzione d’onore alle magnifiche illustrazioni che arricchiscono il testo.

Hily Rael, tatuatrice di professione, si serve dell’acquerello per delineare tavole dal forte impatto emotivo, unendo alla delicatezza tipica della tecnica utilizzata un tratto deciso e imponendo il suo stile, in un connubio meraviglioso ed unico che si sposa alla perfezione con lo scritto che accompagnano.

 

Un testo particolare “Luna di Sangue”, che affronta tematiche forti con la dovuta delicatezza, in un crescendo che attraversa tutte le emozioni umane, portando il lettore a conoscerle tutte da vicino: dalla più becera e crudele alla più dolce e intimistica, avvolto dalle spire voluttuose di un serpente tanto sinuoso e sensuale quanto pericoloso e mortale.

 

Una lettura consigliata a chiunque abbia voglia di immergersi in atmosfere fantasy horror e di lasciarsi trascinare in un viaggio onirico alla scoperta dei mostri che popolano le paure più recondite dell’uomo.

 

 

Credit
Illustrazione acquerello di Hily Real
Foto di copertina di Gio Boretti

Recensione “VOCI NEL BUIO” Autori Vari a cura di Sara Canini

Il racconto è forse la forma letteraria in cui l’horror ha trovato e trova la sua migliore espressione: poche pagine permettono di mordere più stretto e di condensare la paura in un dipanarsi essenziale, in un’inquietudine sottile e pervasiva che come il respiro di un predatore sul collo non concede tregua.

In Voci nel Buio cinque racconti affrontano cinque interpretazioni diverse dell’orrore, cinque modi diversi di provare un brivido lungo la schiena, in un buffet che offre un piatto per tutti. I vincitori del concorso “Voci nel Buio: racconti di una notte attorno al fuoco” si snodano tra il dark fantasy, lo splatter e la classica ghost story in un’antologia adatta ad appassionati del genere e perfetta per una prima introduzione alla paura.

Cimentarsi nella lettura di un’antologia equivale a saltare da una vita all’altra in rapidasequenza, quasi come cambiarsi d’abito in un negozio d’abbigliamento. Si punta un modello e poi ci si ritrova in camerino con dieci vestiti diversi e la fila dietro la tendina. Si vive l’ebrezza dell’abito nuovo, si ammicca al colore vivace e ci si immagina a camminare per strada con quello indosso, col vento che scompiglia la gonna: lo si vive, poi si passa ad altro. Ecco cosa si fa quando si legge un’antologia: ci si immedesima, poi si cambia in fretta.

“Voci nel buio”, edito da Catnip Edizioni, è un mezzo per vestire i panni di personaggi realistici, ma calati in situazioni del tutto paradossali e inquietanti.

Si tratta di scritti assaidiversi tra loro, che parlano e fanno horror in maniera differente, sia nella struttura che nella costruzione, passando per linguaggio e tempistiche. Proprio grazie alla pluralità dell’offerta, alle differenze sostanziali tra una storia e l’altra, la raccolta riesce a raggiungere trasversalmente tutti i tipi di lettore: da quello più impressionabile a quello più contorto, dall’amante dei mind games a quello che sobbalza per un soffio di vento gelido sul collo.

La prima storia si intitola “La camera dei dieci inferi” ed è firmata da Max Cabrerana, tra le varie anche sceneggiatore di fumetti. È proprio questa abilità che forse gli è tornata utile durante la stesura del testo: rapido, veloce, frizzante, anche abbastanza sfrontato e sopra le righe in più di qualche occasione. Forse, anche un po’ troppo sopra le righe, a volte. La trama sembra essere votata a suscitare irritazione, insofferenza e a tratti vera e propria nausea, spaziando da un protagonista sgradevole a un capitolare inaspettato degli eventi.

Il secondo racconto è a cura di Mattia Loroni e si intitola “Il pranzo di Natale”. Si tratta di uno scritto più tradizionale e vicino al romanzo, sia per elaborazione che per spessore psicologico dei personaggi. Più la trama si aggroviglia su se stessa, facendo nascere un senso d’angoscia che accompagnerà fino alla fine il lettore, più quest’ultimo si ritrova intrappolato in quello che sembra essere chiaramente un incubo alla “Non aprite quella porta”. Uno dei migliori della raccolta.

Nella terza storia, “Il bottone rosso” di Juri Casati, si trova uno scritto più maturo e alto, ma forse meno incisivo degli altri. Piacevole, scorrevole, evidentemente un passo avanti, l’autore si è impegnato in un racconto che sa riempire chi lo legge sia per bellezza che per senso, ma che forse inquieta meno proprio a causa della costruzione così articolata e piena. Insomma, una storia che parla di lavoro, di impegni, di una donna in carriera che cerca la propria strada, ma che deve fare i conti con l’altra faccia del successo: forse, un racconto che oggi spaventa meno, ma che fa davvero piacere aver letto.

“Il sacro On’thai” di Cristina Lombardo rappresenta lo scritto migliore dell’intera antologia, perché strutturalmente ben concepito e ottimamente realizzato. Impeccabile nello stile pulito e chiaro, intrigante e teatrale quando serve, l’autrice piazza un racconto delizioso all’interno di questa raccolta. Trama che, come la precedente, non riesce a imporsi per genere, bensì per la bellezza: l’immortalità è il tema principale, che continua ad affascinare e richiamare un gran numero di lettori e che farà apprezzare questo racconto sopra gli altri.

L’ultima storia si intitola “I tre bambini” ed è firmata da Angelo Marino, che arricchisce l’antologia di uno scritto delicato per quanto emotivo e struggente; inquietante, perché riporta alla memoria i classici racconti di apparizioni e realtà alterate. Scorrevole e in grado di interessare il lettore, il racconto ha come protagonista una donna che si imbatte nella visione di un bambino e qui, il richiamo al bellissimo “The Others” c’è tutto. Per trama, il migliore dell’intera antologia.

Una lettura piacevole, consigliata e non solo agli amanti dell’horror, ma a tutti quelli che trovano interessante il continuo cambio d’abito in camerino. Tutte le proposte hanno pro e contro, ma considerando la pluralità dell’offerta e il buono scritto, l’antologia merita di essere letta.

Recensione Anteprima “LE OSSA DEI MORTI” di Miriam Palombi a cura di Sara Canini

La Casa Nera è un’oscura presenza arroccata sulle pendici del Lago Rivonero. Come un enorme magnete, nel tempo ha attirato nefandezze di ogni genere.

Eirik Damiani, vittima da bambino di un drammatico incidente, non vi ha più messo piede; ora la scomparsa dello zio Jacopo lo costringe a varcare di nuovo la soglia della Casa Nera.

Ben presto il giovane scoprirà che gli incubi che lo tormentano sono reali e hanno radici antiche. Nel silenzio delle stanze vuote si muovono creature spaventose, eco di un tragico passato.

Cosa si nasconde veramente in quelle mura?

Cosa sono i simboli celati sotto l’intonaco polveroso?

Eirik potrà solo tentare di reagire a quell’orrore con un’unica consapevolezza: il Male esiste davvero.

“… In una non-epoca di caos cognitivo di generi, di supponenza creativa, Le ossa dei morti di Miriam Palombi, insieme a pochissimi altri titoli nel panorama italiano, affollato più da aspiranti scrittori che lettori, diventa un libro necessario”.

Aprire un nuovo libro e trovare la prefazione di Paolo Di Orazio è di certo incoraggiante, ma non per la curata introduzione al racconto, bensì per la riflessione che questa è in grado di innescare. In un tripudio di miscugli provenienti dagli autori esordienti, c’è ancora chi sa preservare la purezza di un qualsivoglia genere letterario, dando vita a racconti di straordinaria bellezza e natura inequivocabile. È il caso de “Le ossa dei morti” di Miriam Palombi, Dark Zone Edizioni: un horror puro e semplice, tradizionale e allo stesso tempo appassionante, come solo il buon classico sa fare.

L’analisi della trama si intreccia con lo stile ormai chiaro della scrittrice: d’impatto, in quanto teatrale e intervallato da una punteggiatura quasi aggressiva sul testo, e scorrevole, perché rapido e senza troppi fronzoli.

“Le ossa dei morti” non abbonda di descrizioni futili, inserite nel testo tanto per fare volume, perché lo scopo del racconto è differente dal rappresentare gli angoli bui e sinistri di Villa Biolcati: al massimo, quello è il mezzo. Servendosi dei dettagli, offerti in maniera scarna, concisa e mai ambigua, l’autrice afferra il lettore per i piedi, avvolge le dita intorno alle sue caviglie e lo trascina in una realtà fatta di puro male, come faceva Freddy Krueger al piccolo Dylan in “Nigthmare – Nuovo Incubo”. Lo scritto è distante dalle cavalcate descrittive di Lovecraft, ma le ricorda per la musicalità violenta e per niente dolce: il consiglio è quello di leggere ad alta voce e apprezzarne la punteggiatura affilata come un’ascia. A volte, le frasi sembrano pallottole sparate da un cecchino.

Non c’è bisogno di tranelli e trucchetti narrativi (citando il prologo del buon Di Orazio), perché il racconto sa catturare e mantenere l’attenzione su di sé. Questo, nonostante la vicenda ruoti intorno alla classica casa maledetta, quella in cui storia, simbolismo ed esoterismo si intrecciano in un connubio che non smette mai di piacere. Soprattutto, se a scriverne è un autore o un’autrice di straordinario talento.

Villa Biolcati e le sue finestre tappate, le assi scure e l’umidità che sembra uscire da ogni parete, è così ben caratterizzata da diventare un personaggio a tutti gli effetti. Anzi, è lei la protagonista assoluta dell’avventura vissuta da Eirik Damiani, artista in crisi che torna alle origini per risolvere quei problemi di famiglia da cui tutti fuggono per una vita intera. Il lettore più cinico e disincantato reagirebbe con stupore nello scoprire di essere giunto alla metà di un racconto avente queste premesse, eppure la verità è semplice quanto innegabile: “Le ossa dei morti” ricorda quanto sia piacevole leggere un vero horror classico.

Mentre le apparizioni sinistre fanno da eco a qualcosa di passato, la narrazione salta indietro nel tempo e corteggia il lettore con vecchi stralci che somigliano a sussurri, fatti all’orecchio di chi è ormai certo che nulla di buono verrà dalla permanenza a Villa Biolcati.

Sul finire è possibile ritrovarsi a tamburellare le dita sul bracciolo della poltrona, in maniera composta ma nervosa, inquieta, chiaro sintomo che l’autrice ha raggiunto il suo scopo.

“Le ossa dei morti” di Miriam Palombi potrebbe passare per un classico dell’horror, invece si tratta di libro contemporaneo di una scrittrice che ha trovato da tempo il proprio equilibrio, stilistico e di genere. Una realtà che sembra voler diventare una certezza e facendo così, Miriam Palombi ha tutte le carte in regola per riuscirci.

 

 

Cover Reveal “LE OSSA DEI MORTI” di Miriam Palombi

Titolo: Le Ossa dei Morti, romanzo horror

Autore: Miriam Palombi

Casa Editrice: DZ edizioni

Genere: Horror

Data di pubblicazione: Maggio 2019

Prezzo: 12,90

Pagine: 132

La Casa Nera è un’oscura presenza arroccata sulle pendici del Lago Rivonero. Come un enorme magnete, nel tempo ha attirato nefandezze di ogni genere.

Eirik Damiani, vittima da bambino di un drammatico incidente, non vi ha più messo piede; ora la scomparsa dello zio Jacopo lo costringe a varcare di nuovo la soglia della Casa Nera.

Ben presto il giovane scoprirà che gli incubi che lo tormentano sono reali e hanno radici antiche. Nel silenzio delle stanze vuote si muovono creature spaventose, eco di un tragico passato.

Cosa si nasconde veramente in quelle mura?

Cosa sono i simboli celati sotto l’intonaco polveroso?

Eirik potrà solo tentare di reagire a quell’orrore con un’unica consapevolezza: il Male esiste davvero.

 

ESTRATTO

Acqua ferma. Conservava ogni cosa immutabile, anche i ricordi. Quella pozza dai riflessi verdastri, tenuta stretta tra le colline, era la bocca di un cratere, un accesso alle profondità sotterranee ricolmo di acqua paludosa.

Eirik fece correre lo sguardo all’orizzonte, dove una bruma impalpabile saliva verso il cielo. In alcuni punti il sole riusciva a filtrare attraverso quella lastra di acciaio, creando un brulichio soffuso sulla superficie dell’acqua.

Ovunque, tranne che in un punto preciso. Lì sembrava che una grossa ala di uccello si fosse distesa. L’arenile, la cintura di canneti e la vegetazione contorta di salici e oleandri, apparivano diversi, oscuri. Era come se una tetra e primitiva desolazione velasse ogni cosa, interrompendo l’armonia del paesaggio.

Eirik sapeva che poco più in alto, sul crinale scosceso, c’era Villa Biolcati.

La Casa Nera.

La natura la teneva nascosta allo sguardo, come fosse un’escrescenza malata

Recensione “MISERI RESTI SEPOLTI” di Miriam Palombi a cura di Elena Galati Giordano

Ossessione. Perversione. Follia.
Queste sono le deviazioni che muovono un assassino. Ma cosa succederebbe se le vittime avessero la possibilità di tornare dall’oltretomba e vendicarsi in un modo altrettanto orribile a quello in cui sono state uccise? Vittima e carnefice sarebbero poi così diversi tra loro? Se potessimo guardare nei loro occhi, vedremmo lo stesso cupo abisso. Divisi in vita, uniti nella morte.

Di che colore è la morte?

La morte ha il colore del vuoto!

L’assenza totale di luce che spegne tutte le sfumature esistenti, che assorbe e ingoia tutto in un profondo nero.

Basta però un flebile e timido raggio di luce a riaccendere, con il suo ritmo inesorabile e lento, frammenti colorati, che rabbiosi per essere stati privati della loro bellezza e soffocati sotto strati di buio, riemergono dal silenzio del nulla gridando a squarciagola e giurando vendetta.

Vendetta vera, dolorosa e rossa come il sangue.

In “Miseri resti sepolti”, attraverso una serie di racconti brevi, siamo costretti a conoscere da vicino l’oscurità della morte e le sfumature di luce che colorano le emozioni della mente perversa di un assassino.

Miriam Palombi non si smentisce, si fa portavoce di tetra poesia, trasportandoci in un mondo fatto di perversioni, ossessioni e pazzia.

La penna dell’autrice è inconfondibile, caratterizzata da uno stile di scrittura asciutto, mai ridondante eppure squisitamente melodico.

L’horror è il suo elemento naturale e a dimostrarcelo, la maestria con cui si destreggia tra le righe.

Le parole sono dosate alla perfezione, mai troppe e mai poche.

Il ritmo è calcolato, scandito con precisione dal ticchettio incessante e malvagio del tempo.

Ogni parola si fonde alla successiva creando una melodia sensuale e ipnotica, una ninna nanna gotica che ottenebra la mente, fatta di suoni che squarciano il silenzio delle pagine.

Urla soffocate che si insinuano striscianti sotto la pelle del lettore, trascinandolo per mano in una danza macabra dal quale vorremo fuggire ma che nel contempo trattiene.

Ciò che ci spaventa ci affascina” e Miriam fa sì che questo diventi reale ricreando, attraverso descrizioni crude e minuziose, immagini vivide, tangibili.

Il lettore resterà attonito dinnanzi alla ferocia di ciò che sta guardando, strozzerà un grido nella gola, nel tentativo di  nascondersi, di divenire invisibile, di cancellare ciò che vede, devastato, terrorizzato e sconvolto, ma nel contempo bisognoso di spiare richiamato da quell’oscurità insita in ogni essere umano. Vorrà  toccare, annusare, incuriosito dalla crudeltà, attratto dalla follia e inspiegabilmente attirato dalla tragedia.

L’uomo diviene protagonista di un dramma sociale, che sia esso lettore o interprete dello spettacolo macabro narrato nelle pagine. Diventa burattino del destino, prigioniero delle pulsioni e dell’istinto, vittima della decadenza morale, martire muto, incapace di ribellarsi a una società ove l’odio è l’unico vero sentimento, la vendetta è necessaria e l’empatia è scomparsa completamente.

La morte: lei è la protagonista indiscussa.

Non più mietitrice diabolica, ma paladina dei reietti. Lei porta sollievo ai dimenticati, alle anime che l’inferno lo hanno visto da vicino in vita, ai deboli, ristabilendo l’ordine necessario, riparando i torti, donando alle vittime della viscida e insensata cattiveria umana la possibilità di rivalsa, concedendo loro una seconda vita per poter compiere la loro rabbiosa e necessaria vendetta.

Ed ecco che le vittime diventano carnefici ed il lettore abbandona il senso di colpa, ora può parteggiare per il male senza doversi giustificare, ora può motivare l’odio e la follia, sostituendolo a un effimero senso di giustizia.

Miriam ci pone dinnanzi alla Morte, senza utilizzare mezzi termini, determinata e sicura, avanza verso il lettore con passo deciso, tendendogli la mano, ubriacandolo e rendendolo servo delle sue parole, bisognoso di ascoltare il suono della sua voce, divenendo luce e guida e conducendolo nell’oblio del terrore.