Recensione Anteprima “LUNA DI SANGUE” di Bellard Richmont a cura di Elena Galati Giordano

Con questa antologia di racconti dall’indole dark, Bellard descrive la sua visione della realtà contemporanea, mettendo in luce i tratti più oscuri dell’umanità.

Ogni storia si serve di due linee temporali: passato e presente, le quali congiungono sempre in una verità finale dal sapore dolceamaro.

Dieci novelle.

In ognuna di esse, la Luna di Sangue illumina le scelte dei protagonisti e li costringe a decidere tra morale e sopravvivenza, fronteggiando streghe e demoni che paiono meno mostruosi degli umani stessi.

Chi sono i buoni?

Chi sono i cattivi?

E i veri mostri sono sopra o sotto il letto?

Bene e male, l’eterna lotta, l’infinita diatriba.

Bene e male, divisi da una linea spessa, netta, precisa… o forse no?

Forse questa è solo la versione che ci fa meno paura, forse pensare che il bene e il male siano relegati in due punti ben distanti l’uno dall’altro ci fa sentire al sicuro, ovattati nell’illusoria certezza che le nostre coscienze non verranno mai sporcate, convinti di esserci seduti dal lato giusto della barricata.

Ma la realtà è sempre disperatamente diversa dall’illusione e la speranza di non esser dannati, spesso, viene ridotta in polvere, insieme al sottile velo che separa la luce dalle tenebre.

Bastano pochi istanti perché tutto cambi irrimediabilmente, perché i demoni emergano dall’oscurità e ci mostrino la nostra vera natura.

La duplicità dell’uomo: questo è il filo conduttore di “Luna di Sangue”, una raccolta fantasy, dal sapore dark, ove il bene e il male si confondono e divengono nebbia, che avvolge il lettore, confondendolo e trasportandolo in un mondo dove ogni certezza diviene effimera e i mostri non arrivano dalle tenebre, ma covano dentro l’essere umano e si mostrano riflessi nello specchio.

Le creature che popolano i suoi racconti sono bestie mostruose, abomini della natura, violenti e guidati solo da istinti animali, volti alla loro esclusiva sopravvivenza.

Bellard però non si limita a darci la versione più rassicurante, dove i mostri sono i cattivi e gli uomini i buoni: lui ci porta a comprendere i retroscena, ci porta a conoscere ciò che di orribile si cela dietro la mostruosità, che molto spesso risiede all’interno della creatura che, con la mano sollevata, punta il suo dito giudicando e proteggendosi dietro la maschera della giustizia.

I personaggi sono molti e tutti sviluppati con grande maestria, ma preparatevi: all’interno dei racconti, che si susseguono con ritmo calcolato, alternando momenti di strisciante lentezza ad attimi di rabbiosa rapidità, non troverete eroi splendenti e paladini senza macchia e senza paura, anzi essi saranno disgustosi, sbagliati, crudeli, con profonde cicatrici sul corpo e nell’anima.

Eroi sconfitti, falliti, divorati da ambizioni oscure e guidati da istinti primordiali e malvagi.

La natura umana viene portata alla luce un racconto dopo l’altro, spogliata dei veli di menzogna con cui si ripara al fine di apparire migliore di quello che in realtà è.

Le atmosfere, evocative e tenebrose, sono incredibilmente coinvolgenti e riescono a risucchiare il lettore all’interno del racconto.

L’autore assorbe il lettore nella storia, lo avvolge con una fitta coltre di nebbia oscura che avvelena la mente, rendendolo fragile e spaventato, spingendolo così ad aggrapparsi all’istinto e sguainare gli artigli per sopravvivere ai propri mostri.

Particolarmente apprezzato il World Building dell’intera raccolta: accurato, particolarmente verosimile ed uniforme.

Nonostante si tratti di racconti singoli, fini a se stessi e non collegati tra loro, Bellard riesce, utilizzando diversi espedienti,  a creare un filo conduttore, legando così indissolubilmente tutte le storie tra loro.

Diversi sono i punti di forza che caratterizzano  “Luna di Sangue”, uno su tutti lo stile: poetico e al contempo crudele, forbito e ricco di vocaboli complessi che però non appesantiscono il testo, anzi, lo rendono frivolo se pur pomposo e, allo stesso tempo, scorrevole e melodico, senza mai divenire ridondante.

La punteggiatura, utilizzata con ossessiva precisione, regala al testo una musicalità unica nel suo genere e impone alla lettura un ritmo caratteristico in grado di rafforzarne l’originalità e la potenza emotiva.

Il silenzio che avvolge l’intera lettura, scandendo impietoso il tempo, regna sovrano, enfatizzando la sensazione di solitudine che accompagna i personaggi all’interno di un viaggio introspettivo, nell’inconscio più profondo e torbido, al quale il lettore non potrà resistere e nel quale si lascerà coinvolgere affiancando i protagonisti dell’opera.

Menzione d’onore alle magnifiche illustrazioni che arricchiscono il testo.

Hily Rael, tatuatrice di professione, si serve dell’acquerello per delineare tavole dal forte impatto emotivo, unendo alla delicatezza tipica della tecnica utilizzata un tratto deciso e imponendo il suo stile, in un connubio meraviglioso ed unico che si sposa alla perfezione con lo scritto che accompagnano.

 

Un testo particolare “Luna di Sangue”, che affronta tematiche forti con la dovuta delicatezza, in un crescendo che attraversa tutte le emozioni umane, portando il lettore a conoscerle tutte da vicino: dalla più becera e crudele alla più dolce e intimistica, avvolto dalle spire voluttuose di un serpente tanto sinuoso e sensuale quanto pericoloso e mortale.

 

Una lettura consigliata a chiunque abbia voglia di immergersi in atmosfere fantasy horror e di lasciarsi trascinare in un viaggio onirico alla scoperta dei mostri che popolano le paure più recondite dell’uomo.

 

 

Credit
Illustrazione acquerello di Hily Real
Foto di copertina di Gio Boretti

Recensione Anteprima “NON LASCIARMI ANDARE” di Melissa Pratelli a cura di Elena Galati Giordano

Sono passati due mesi da quando Aidan se n’è andato e guardare avanti non è mai sembrato così difficile. Eppure, Lia ce la sta mettendo tutta per rimettere insieme i pezzi, grazie anche all’aiuto di Connor, un ragazzo dolce e premuroso che ha un debole per lei ormai da tempo. Lasciare alle spalle i propri sentimenti, però, non è semplice, soprattutto quando è proprio il fratello di Aidan il nuovo coinquilino di Ceci e Lia. Aidan ha chiuso definitivamente con la sua vecchia vita. La sua quotidianità, ora, è fatta solo di responsabilità. La decisione che ha dovuto prendere mesi prima continua a pesare sul suo cuore a pezzi e ciò che prova per Lia non sembra affievolirsi, anzi, è più forte che mai. Ma quale alternativa aveva se non quella di sparire dalla sua vita? Tuttavia, le sue sicurezze cominciano a vacillare nel momento in cui lui e Amelia si trovano di nuovo l’uno di fronte all’altra. Anche se le nostre scelte sembrano quelle giuste, a volte non si può smettere di amare. A volte, semplicemente, non ci si si può lasciar andare.

Se ami una persona, lasciala andare, perché se ritorna, è sempre stata tua. E se non ritorna, non lo è mai stata.

-Khalil Gibran-

Mai citazione sull’amore fu più adatta di questa, per iniziare la recensione di “Non lasciarmi andare” romanzo tanto agognato che chiude il cerchio di una storia d’amore che ha lasciato tutti con il fiato sospeso.

Nel primo volume della serie Stronger  “E’ tutto qui” , Melissa Pratelli, padroneggiando egregiamente il finale, ci ha lasciate tutte lì, appese a un filo di speranza, morbosamente curiose di dare una risposta a tutte le domande rimaste sospese.

Dopo un anno preciso torna e ci dimostra che la pazienza spesa nell’attesa viene ben ripagata.

Ritroviamo tutti i protagonisti del primo capitolo così come tutti i personaggi già conosciuti, insieme a qualche nuovo arrivo, che l’autrice delinea con minuzia di dettagli e precisione, permettendoci di conoscerli, capirli, sentirsi affini, amarli oppure odiarli.

I protagonisti sono cresciuti, a causa di un destino beffardo e maligno che li ha messi di fronte ad ostacoli apparentemente insormontabili e, anche, di sentimenti lacerati che hanno lasciato nelle loro anime ferite profonde ancora sanguinanti.

Lia: sedotta e abbandonata, illusa dall’amore ma più matura e coraggiosa di un tempo, capace di rialzarsi nuovamente, nonostante l’ennesima caduta e l’ennesima perdita. Autoironica, fragile, emotiva eppure così forte, tanto determinata e coraggiosa da farsi portatrice di un messaggio importantissimo: ogni donna nasconde in sé una bambina, una principessa e una guerriera ed ogni donna è in grado di bastare a se stessa e di risollevarsi anche quando, agli occhi di tutti, sembra impossibile.

Affiancata da Cecilia, sorella affettuosa e pronta a prendersi cura di lei, incitandola e sostenendola nel difficile percorso nella conoscenza dell’amore, Lia a testa alta affronta la delusione e l’amarezza per non aver potuto scegliere, per non aver potuto tentare di afferrare quella scintilla di felicità che l’amore, quello vero, sa dare.

E poi Aidan, vittima di una scelta sbagliata, distrutto, ma mai rassegnato.

Lasciar andare ciò che si ama non è mai una scelta facile, ma molto spesso è  necessaria. Lo è, per poter prendere le dovute distanze e permettere all’oggetto del nostro amore di avere ciò che merita e una vita migliore da quella che noi potremmo offrirgli.

Lasciar andare un amore è il più grande atto di altruismo possibile, poiché con quell’amore, spesso, va via un pezzo di noi che irrimediabilmente lascerà un solco buio, un vuoto profondo e incolmabile.

Su questo amore sospeso, bloccato come un orologio rotto sull’immagine di un addio doloroso, ruota tutto l’evolversi di una storia costruita alla perfezione dall’autrice che, anche in questa occasione, non si smentisce e con la sua penna ironica, frizzante e delicata, riesce a trattare tematiche di dolore, abbandono e rassegnazione, rendendole leggere e godibili, senza mai privarle dell’importanza dovuta e necessaria.

Due cuori quindi, non uno solo, che dovranno rimettere insieme i pezzi, come in un puzzle a cui mancano troppe tessere per essere completo, per potersi rialzare, per poter riprendere la vita di tutti i giorni.

Tra tentativi di recuperare un frammento di normalità e serenità, nuove amicizie, nuovi dubbi e nuove certezze, i protagonisti affronteranno le loro paure, faranno i conti con loro stessi e le decisioni prese nel passato, abbandonando tutte le certezze nel tentativo folle di ritrovare la felicità.

L’ amore, quello vero, si sa, supera ogni barriera e Melissa ce lo dimostra, tra le pagine di questo romanzo che ci regala un sogno ad occhi aperti, che ci farà commuovere e ridere al contempo, che ci farà emozionare e battere il cuore, lasciandoci con il fiato sospeso, con la mente piena di domande e con la speranza che tutto abbia il meritato lieto fine.

Ogni pagina ci trascinerà in un vortice infinito di sensazioni contrastanti, che ci costringeranno a restare lì, di nuovo appesi ad un sottile filo di speranza, con il cuore che accelererà il battito e il respiro che più volte resterà mozzato e, quando crederemo di aver compreso, quando penseremo di aver raggiunto un po’ di tranquillità, l’autrice rimetterà tutto in gioco, riportandoci di nuovo al punto di partenza.

Un romanzo da leggere tutto d’un fiato, che vi farà vivere insieme ai protagonisti tutti i dolori e le gioie che solo l’amore sa dare, che farà fantasticare anche le meno romantiche e che soprattutto vi darà la sensazione di essere rimaste sospese su un filo teso a metà tra una lacrima e un sorriso.

Recensione Anteprima “MIA” di Daniela Ruggero a cura di Elena Galati Giordano

L’amore che unisce Mia e Dave è intenso quanto la loro giovane età. Nonostante lui debba partire per frequentare la London School of Economics, decidono di proseguire la loro relazione a dispetto della distanza che li separerà. Josh è il cugino di Dave, dopo aver conseguito la laurea si trasferisce in Italia per mantenere fede alla promessa fatta alla madre sul letto di morte. Le loro vite si intrecceranno in modo inaspettato.

Mia assaporerà il gusto amaro delle lacrime, del tradimento e del rimorso. Imparerà a sue spese quanto possa essere profondo l’abisso del dolore e come rinascere e cambiare pelle sia l’unica via per onorare la vita.

Ciò che ci si aspetta da un romance è il racconto di una bella storia d’amore, fatta di tenerezze, attenzioni, dichiarazioni di fedeltà eterna e appunto, amore.

Quello che ti fa battere il cuore perché sa emozionare davvero, che stordisce i sensi e fa perdere la cognizione del tempo… ma non è sempre così.

Non tutte le storie d’amore nascono, crescono e finiscono con buona pace di entrambi gli attori in scena, perché ricordiamoci: niente è ciò che sembra.

“Mia” ci ricorda di restare vigili, attenti, di non lasciarci coinvolgere dalla passione più folle e immediata, perché è proprio quella che spesso ci tappa gli occhi.

L’amore non è un gioco e l’autrice lo sa bene: descrive con attenzione la bestia feroce che è l’illusione e la forza con la quale si insinua nella mente della vittima, senza poterne più uscire, perché ormai troppo ben radicata.

Come in una spaventosa casa degli specchi, la protagonista cerca il volto originale, quello in cui guardare senza paura, aprendo il cuore al suo proprietario.

Ma come avviene nella scatola dai mille volti, Mia continua a scontrarsi con degli specchi e diventa vittima di un rimpallo continuo tra Dave, ragazzo innamorato, passionale, scapestrato e affascinante, e suo cugino Josh, riservato, schivo e misterioso.

All’improvviso, come in ogni sogno che lascia posto alla realtà, la falce dell’autrice cala su Mia, Dave e Josh in maniera crudele, perché portatrice di sofferenza e dubbi.

Scorrevole e appassionato, il racconto è in grado di attirare il lettore più romantico fin dalle prime battute e si protrae per buona parte della sua lunghezza con la cronaca di un amore giovane, sincero, pieno di vitalità e irruenza.

Ma “Mia” non è soltanto questo.

La realtà irrompe nella favola a gamba tesa, quasi in modo inaspettato, e scuote la protagonista come a ricordarle che la vita vera è diversa dalle fiabe, perché raramente c’è il lieto fine.

La passione lascia spazio ai dubbi e l’amore, prima considerato come fiato nei polmoni, ora cede di schianto sotto il peso della realtà: le maschere cadono e gli specchi si rompono.

Mia si trova costretta a crescere e ad affrontare la vita, abbandonando, anche se non completamente, l’innocenza della fanciullezza, facendo i conti con se stessa, con i suoi dubbi e le sue debolezze.

In questo romanzo l’amore assume, quindi, connotazioni differenti: non solo amore romantico, ma anche quell’amore vero e puro, spesso travagliato, tra genitori e figli.

Ed ecco che l’autrice racconta un legame indissolubile, capace di sfidare tutte le insidie che il destino decide di disseminare sul percorso della vita: il legame tra madre e figlia.

In una storia in cui nulla è come sembra, ci si addentra in un labirinto del quale è impossibile trovare l’uscita e insieme a Mia, costretta a rialzarsi ogni volta in cui l’autrice (abilmente) le toglie il terreno sotto i piedi, anche il lettore vive lo strazio di chi sente l’inganno più degli altri, perché innamorato.

Attraverso una penna dalle grandi capacità in grado di coinvolgere e stravolgere le sensazioni del lettore a suo piacimento, lasciandolo in balìa di se stesso, seduto su un’altalena emotiva a moto perpetuo, Daniela Ruggero coraggiosamente affronta temi scomodi, scottanti e difficili.

Graffia l’anima e lascia segni dolorosi difficili da rimarginare.

Un’opera che lascia in bocca il sapore aspro del dolore, del tradimento e della perdita, ma nel contempo capace di lasciare accesa la speranza, motore vitale di ogni essere umano, che il futuro possa, debba, essere migliore.

D’altronde, come diceva Lauren Oliver, “L’amore, la più morale tra le cose mortali: ti uccide sia quando ce l’hai sia quando non ce l’hai. È colui che condanna e il condannato; il giustiziere; la lama; la sospensione di pena all’ultimo momento; il respiro affannoso; il cielo infinito sopra di te e il «Grazie, grazie, grazie Dio». L’amore: ti ucciderà o ti salverà”.

Recensione Anteprima “MICROPOLIS” di Giuseppe Milisenda a cura di Sara Canini

Fotone è un Xsmalls, una creaturina che vive nella città di Micropolis, che si trova nascosta in un laboratorio scientifico umano. Da lì, insieme ai suoi amici e ai suoi fratelli, Fotone osserva gli esperimenti quotidiani che portano avanti Franco e Latina, due giovani scienziati che amano il mondo, la natura e il progresso.

Purtroppo, però, il laboratorio è gestito dal perfido dottor Daniel, che si allea con una creatura millenaria, potente e minacciosa, Sumuabun, per conquistare il mondo. Toccherà ai piccolissimi Xsmalls aiutare Franco e Latina a contrastare il terribile piano del dottor Daniel. E per farlo ricorreranno alle armi più potenti che esistano: l’amore, l’amicizia e il rispetto per l’ambiente.

Una piacevole scoperta, un concentrato di allegria e un insieme di pensieri fulminei che si accordano a una trama frizzante, ma allo stesso tempo impegnata e seria: questo è “Micropolis” di Giuseppe Milisenda, edito da Dark Zone Edizioni.

Un libro eticamente necessario, soprattutto considerando i tempi e il destinatario della storia stessa, ossia il pubblico più giovane, a cui l’editore rende un servizio (quasi) morale più che culturale. Certo, tra le pagine c’è qualche sporadica incertezza, ma nulla per cui gridare allo scandalo: la verità è che “Micropolis” è una lettura piacevole, genuinamente divertente e sinceramente positiva, soprattutto se proposta ai bambini/adolescenti. Questi possono essere lasciati soli durante la lettura? No, ma non perché la storia sia contorta o espressa con un linguaggio troppo raffinato, bensì per l’importanza del messaggio contenuto in essa.

Chi ha amato “Alvin and the Chipmunks” non potrà che innamorarsi di nuovo, ma stavolta di Fotone e dei suoi amici Xsmalls: i microscopici abitanti di Micropolis. Il tema dei piccoli amici non è mai passato di moda e l’autore sa svecchiare una figura che genera sempre molta curiosità, soprattutto nei bambini.

Fotone con la sua bici, l’Iphone e il linguaggio gergale che impone l’uso della parola “figo” in ogni frase, riesce a conquistare i più piccoli e strappa più di qualche risata agli adulti, che si ritrovano a raccontare le marachelle di animaletti mai banali o forzatamente simpatici. La colonia degli Xsmalls è una replica in miniatura della realtà umana, ben lontana dalla becera scimmiottatura di questa: si tratta infatti di famiglie, bauli che traboccano di ricordi, fumetti che fanno tendenza e centrali elettriche, che saranno fondamentali per lo svolgimento della storia.

Mentre Micropolis vive la propria quotidianità, il laboratorio di ricerca che la ospita è in fermento: le scienziate (umane) Latina e Maria stanno per fare la scoperta del secolo, ossia la molecola che permetterà di ridurre drasticamente l’inquinamento.

Ovviamente, il tema è di gran moda grazie all’attivista adolescente Greta Thunberg, ma la verità è che la salvaguardia del pianeta non ha bisogno di diventare #trend per essere di primaria importanza. L’autore lo sa bene e tratta l’argomento con naturalezza, senza fare propaganda o moralismi chic… e di temi ne tocca diversi, anche di quelli più spinosi e vicini a noi, ma sempre in maniera poco chic e molto umana. Gergalità e naturalezza aiutano il testo a scorrere liscio per buona metà, per poi cedere il passo a un linguaggio più posato che fa da sfondo all’introduzione del personaggio misterioso che è Sumuaban.

Le due scienziate sono supportate da Franco, ricercatore timido e innamorato che non trova mai l’occasione adatta per dichiararsi a Latina. Fotone e soci tifano per lui e ogni sera si radunano per assistere ai tentativi impacciati dello sfortunato umano. È proprio qui che compare Sumuaban, che le cose si complicano a Micropolis e lo scritto gira un po’ su se stesso per qualche tempo. Poco danno, perché il lettore è già catapultato nella storia e a quel punto e divora pagine su pagine per scoprire cosa accadrà a Latina, Franco, Maria e Fotone, seguito dalla colonia di adorabili Xsmalls.

Gli scaffali delle letture per ragazzi necessitano di libri come “Micropolis”, dalla morale sincera e poco furba, che tocca tutti in maniera trasversale; scritti con fini nobili e pubblicati con coraggio da chi sa che nell’opera di Giuseppe Milisenda c’è ben più di un buon insegnamento. Impegno per l’ambiente, ma anche verso il prossimo, che va difeso con coraggio sempre, in qualsiasi occasione.

Al netto della morale, lo scritto è piacevole e ci si augura di ritrovare presto nuove avventure degli Xsmalls in libreria

Recensione Anteprima “VICTORIAN SOLSTICE” di Federica Soprani e Vittoria Corella a cura di Alessia Cerbara

Londra 1890: Babele, Gran Forno, Inferno e Paradiso. Capitale del Mondo Occidentale. Dai fasti di Buckingham Palace al Popolo del Sottosuolo, passando per lo sfavillante mondo della potente borghesia in ascesa. Delitti, intrighi, passioni, amore e morte. Il Crepuscolo di un’epoca, l’agonia del Lungo Ottocento che ha ormai perso la sua innocenza.

Jericho è un medium dei bei salotti. Jonas un investigatore che non crede nel paranormale.

Nella Londra Vittoriana l’Uomo Nero esiste davvero. I Mostri sono reali e hanno fame.

Per sconfiggerli ci vuole coraggio, follia e un pizzico di disperazione.

Dai bordelli per ricchi annoiati ai misteri della Londra sotterranea, dalla casa del vizio più pericolosa del West End, agli orrori di Whitechapel, un viaggio da incubo che parte dai sobborghi più infimi per salire su, fino a sfiorare la Corona D’Inghilterra.

Una detective story vittoriana oscura e sensuale.

Ho appena finito di leggere questa avvincente serie poliziesca vittoriana e non posso far altro che parlarne subito, per non perdere nemmeno un dettaglio  della miriade di emozioni provate e che ho ancora addosso: sensazioni che mi hanno accarezzato e graffiato l’anima al contempo.

Questo libro è un vero e proprio pugno nello stomaco che ti colpisce e ti lascia stupita e dolorante per tutto il tempo della lettura, come se rimanesse sempre lì e, pagina dopo pagina, ti entrasse sempre un pizzico di più dentro. A volte con meno pressione, permettendoti di tornare a respirare e sperare nel futuro, altre affondando di più nella carne fino a prendere il cuore e a stritolarlo tanto da sentire un dolore cupo che gela da dentro tutto il tuo essere. I temi trattati e il modo in cui vengono affrontati lasciano attoniti e senza forze tanto da far vacillare anche la speranza: in alcuni casi la coperta che ci viene offerta scalda come il più amorevole degli abbracci, ma talvolta, a dir la verità forse anche più spesso, si è schiaffeggiati come in preda alla punizione più cruenta e crudele.

I nostri carnefici, capaci di redimerci o condannarci, sono sempre loro, i protagonisti e i vari personaggi che incontrano sulla loro strada: le autrici sono minuziosamente dettagliate nel presentarceli, sia nei tratti somatici che caratteriali, e mentre li si vive, li si ha davanti agli occhi e dentro l’anima. Sono foto in 3D che si delineano davanti a noi come mosse da piccoli fili impercettibili agli occhi, raccontando la storia che viviamo con loro, passo dopo passo.

 Marionette con cui le mani sapienti delle burattinaie giocano, facendoceli amare o detestare a loro piacimento. Il loro nomi e molteplici soprannomi, sono ricercati ed evocativi e, in alcuni casi, lasciano stupiti per quanto significativi.

Le ambientazioni sono universi incredibili che ci si snodano dinnanzi in modo talmente particolareggiato che sembra di essere nel libro e, come per i protagonisti, hanno nomi carichi dell’emozione che restituiscono.

Tanto i personaggi, quanto i luoghi, riescono a sprigionare una costellazione di sentimenti contrastanti: per alcuni è istintiva la simpatia e il piacere di trovarcisi, per altri, livore, sdegno e sensazione di sentirsi un pesce fuor d’acqua sono quasi istantanei. Le autrici, già solo per questo, meritano i miei complimenti più sinceri.

La storia, raccontata in terza persona e ricca di discorsi diretti, mantiene viva un’attenzione già di per sé sempre vigile su ciò che è accaduto ma, soprattutto, riguardo cosa sta per succedere o si spera avvenga. E’ un intreccio ben congegnato di storie nella storia, come detto prima, sembra una matrioska cui non si riesce mai a scoprire il cuore. Quando si pensa di aver compreso e che la soluzione sia dietro l’angolo, ecco che le autrici rimescolano le carte e si torna a giocare; è un’altalena di emozioni da cui non si vuole né si riesce a scendere. La trama è interessante, rapisce e colpisce, spesso nell’intimo, lasciando dietro sé desolazione e senso di smarrimento ma fornisce, anche, vie di fuga che leniscono e fanno sperare in una redenzione più che meritata. Sono sincera, in alcune occasioni ho sofferto particolarmente e il balsamo offerto dalle scrittrici ha avuto un vero e proprio effetto benefico e ristoratore.

L’amicizia, l’amore declinato in ogni sua forma e dimostrazione, la fiducia nel prossimo ma, soprattutto in sé stessi, gli intrighi, i sotterfugi, la felicità, il dolore, il degrado, il vilipendio dei corpi, lo stupro, la perversione, la fame, l’opulenza, la tortura psicologica e fisica, il sesso nudo e crudo, la pedofilia, l’esacerbazione del rancore che conduce alla vendetta, l’assassinio, c’è tutto in questo libro, e tutto fa male e riflettere al contempo. C’è un rapporto che nasce da una sfiducia professionale e che diventerà, via via, sempre più intimo e il modo in cui viene snocciolato è qualcosa di sublime al palato, accarezza l’anima mentre la fa sanguinare. C’è la bontà dei puri di cuore per i quali nulla sarà mai un vero ostacolo, inattaccabili da nulla e nessuno, i veri vincenti nella vita ma che soffrono dolorosamente perché provano ogni minima sofferenza dell’altro e la fanno propria, per loro il lieto fine ci sarà sempre e comunque e saranno in grado di farlo vedere e provare anche al più scettico. C’è l’assenza genitoriale, madre di tutti i mali, che mina dall’interno e rende gusci vuoti come fantocci che solo il calore di un amore puro e sincero saprà colmare.

Descrivere tutte le sensazioni provate è davvero complicato.

Vi basti sapere che ho pianto, ho riso, mi sono arrabbiata e ho sofferto ma lo rifarei perché il messaggio finale che resta è un messaggio di speranza, è un sublime inno all’amore: perché l’amore vince sempre.

 “L’amore conduce alla follia e la follia è solo un’altra faccia dell’amore”

Siamo ciò che resta dell’amore e possiamo soccombere o risalire la china, magari a mani nude, sporcandoci, rompendoci le unghie, sanguinando, ma, pur sempre, risorgendo.

Il fine è ciò che conta, il resto è viaggio, desolante o benefico che sia, ma che porterà all’approdo, al porto sicuro e che farà tornare il sorriso negli occhi, oltre che sulla bocca.

La luce della speranza che scaccia il buio della tempesta del passato e che fa risorgere dalle ceneri più scure che attanagliano, questo ci arriva con solo quattro semplici e significative parole: “Sei tornato da me”. “Sei tornato da me” per andar via, “Sei tornato da me” per ricominciare, “Sei tornato da me” per restare. C’è tanto, forse tutto, e io non lo dimentico questo romanzo, no! Lo consiglio vivamente a tutti, con la sola postilla di aprire la mente e accoglierlo senza pregiudizi né preconcetti perché farà male, sì, non lo nego, ma ciò che non uccide, fortifica e permette di guardare avanti con fiducia. Il male ferisce, ma il bene lenisce e della ferita resterà solo un impercettibile segno bianco che sarà da monito, certo, ma non da scudo dietro cui nascondersi né spada con cui attaccare. Sarà ricordo da incamerare, cui non permettere di avvelenare il proprio futuro, ma da cui imparare per affrontarlo con positività e quel pizzico di follia che va a braccetto con la fiducia e che, sinceramente, non guasta davvero mai.

Recensione Anteprima “LE OSSA DEI MORTI” di Miriam Palombi a cura di Sara Canini

La Casa Nera è un’oscura presenza arroccata sulle pendici del Lago Rivonero. Come un enorme magnete, nel tempo ha attirato nefandezze di ogni genere.

Eirik Damiani, vittima da bambino di un drammatico incidente, non vi ha più messo piede; ora la scomparsa dello zio Jacopo lo costringe a varcare di nuovo la soglia della Casa Nera.

Ben presto il giovane scoprirà che gli incubi che lo tormentano sono reali e hanno radici antiche. Nel silenzio delle stanze vuote si muovono creature spaventose, eco di un tragico passato.

Cosa si nasconde veramente in quelle mura?

Cosa sono i simboli celati sotto l’intonaco polveroso?

Eirik potrà solo tentare di reagire a quell’orrore con un’unica consapevolezza: il Male esiste davvero.

“… In una non-epoca di caos cognitivo di generi, di supponenza creativa, Le ossa dei morti di Miriam Palombi, insieme a pochissimi altri titoli nel panorama italiano, affollato più da aspiranti scrittori che lettori, diventa un libro necessario”.

Aprire un nuovo libro e trovare la prefazione di Paolo Di Orazio è di certo incoraggiante, ma non per la curata introduzione al racconto, bensì per la riflessione che questa è in grado di innescare. In un tripudio di miscugli provenienti dagli autori esordienti, c’è ancora chi sa preservare la purezza di un qualsivoglia genere letterario, dando vita a racconti di straordinaria bellezza e natura inequivocabile. È il caso de “Le ossa dei morti” di Miriam Palombi, Dark Zone Edizioni: un horror puro e semplice, tradizionale e allo stesso tempo appassionante, come solo il buon classico sa fare.

L’analisi della trama si intreccia con lo stile ormai chiaro della scrittrice: d’impatto, in quanto teatrale e intervallato da una punteggiatura quasi aggressiva sul testo, e scorrevole, perché rapido e senza troppi fronzoli.

“Le ossa dei morti” non abbonda di descrizioni futili, inserite nel testo tanto per fare volume, perché lo scopo del racconto è differente dal rappresentare gli angoli bui e sinistri di Villa Biolcati: al massimo, quello è il mezzo. Servendosi dei dettagli, offerti in maniera scarna, concisa e mai ambigua, l’autrice afferra il lettore per i piedi, avvolge le dita intorno alle sue caviglie e lo trascina in una realtà fatta di puro male, come faceva Freddy Krueger al piccolo Dylan in “Nigthmare – Nuovo Incubo”. Lo scritto è distante dalle cavalcate descrittive di Lovecraft, ma le ricorda per la musicalità violenta e per niente dolce: il consiglio è quello di leggere ad alta voce e apprezzarne la punteggiatura affilata come un’ascia. A volte, le frasi sembrano pallottole sparate da un cecchino.

Non c’è bisogno di tranelli e trucchetti narrativi (citando il prologo del buon Di Orazio), perché il racconto sa catturare e mantenere l’attenzione su di sé. Questo, nonostante la vicenda ruoti intorno alla classica casa maledetta, quella in cui storia, simbolismo ed esoterismo si intrecciano in un connubio che non smette mai di piacere. Soprattutto, se a scriverne è un autore o un’autrice di straordinario talento.

Villa Biolcati e le sue finestre tappate, le assi scure e l’umidità che sembra uscire da ogni parete, è così ben caratterizzata da diventare un personaggio a tutti gli effetti. Anzi, è lei la protagonista assoluta dell’avventura vissuta da Eirik Damiani, artista in crisi che torna alle origini per risolvere quei problemi di famiglia da cui tutti fuggono per una vita intera. Il lettore più cinico e disincantato reagirebbe con stupore nello scoprire di essere giunto alla metà di un racconto avente queste premesse, eppure la verità è semplice quanto innegabile: “Le ossa dei morti” ricorda quanto sia piacevole leggere un vero horror classico.

Mentre le apparizioni sinistre fanno da eco a qualcosa di passato, la narrazione salta indietro nel tempo e corteggia il lettore con vecchi stralci che somigliano a sussurri, fatti all’orecchio di chi è ormai certo che nulla di buono verrà dalla permanenza a Villa Biolcati.

Sul finire è possibile ritrovarsi a tamburellare le dita sul bracciolo della poltrona, in maniera composta ma nervosa, inquieta, chiaro sintomo che l’autrice ha raggiunto il suo scopo.

“Le ossa dei morti” di Miriam Palombi potrebbe passare per un classico dell’horror, invece si tratta di libro contemporaneo di una scrittrice che ha trovato da tempo il proprio equilibrio, stilistico e di genere. Una realtà che sembra voler diventare una certezza e facendo così, Miriam Palombi ha tutte le carte in regola per riuscirci.

 

 

Recensione Anteprima “OLTRE LA BARRIERA” di Filippo Mammoli a cura di Elena Galati Giordano

Pena di morte per omicidio di primo grado: è questo il verdetto che emette il tribunale di Lafayette, in Louisiana, contro il ricercatore italiano del MIT Lorenzo Rossi. Nell’angoscia dei giorni senza speranza trascorsi nel braccio della morte, Lorenzo ottiene dal fanatico direttore del penitenziario, Carl Sain, di poter scrivere un diario. Ma quando Susan Taylor, la moglie di una delle guardie carcerarie, si imbatte per caso in quelle pagine, capisce che qualcosa non torna. E comincia un’indagine personale che la porterà a svelare i contorni inquietanti di una storia dove scienza e pregiudizio si intrecciano in un gioco pericolosissimo. Finirà così per scoprire i dettagli di un esperimento scientifico mai tentato prima, un’esperienza rivoluzionaria destinata a spostare gli equilibri tra la vita e la morte. Improvvisandosi detective per ingaggiare un’avvincente lotta contro il tempo, Susan spera di recidere il cappio che si stringe ogni giorno di più intorno al collo del fisico italiano.

Capita a volte di terminare un libro e non avere le parole per raccontarlo.

La forza centrifuga delle emozioni che hanno travolto l’intera durata della lettura, avvolgendoci e circondandoci, inverte la rotta e con una potenza inaudita si trasforma in forza centripeta, divenendo un vortice che ci trascina verso il centro, il basso, in un immenso senso di vuoto emotivo.

Tale è il potere delle parole se utilizzate con eccellenza al fine di raccontare una storia forte e a tratti crudele, da lasciare inermi e incapaci di qualsiasi commento che possa definirsi anche solo lontanamente degno di descrivere ciò che si è appena letto.

Con questa doverosa premessa, mi accingo a recensire quello che secondo il mio umile e modesto parere è uno degli scritti più controversi, coraggiosi e originali mai letti negli ultimi anni, lasciandomi guidare solo ed unicamente dall’istinto.

Cosi come fece Victor Hugo nel romanzo “L’ultimo giorno di un condannato a morte”, Filippo Mammoli mette tra le mani del suo protagonista qualche foglio bianco e una penna come unici strumenti per raccontare a se stesso, più che al mondo esterno, la vita di un uomo che sta andando incontro al suo ultimo respiro.

Tra disperazione, rabbia e tristezza Lorenzo descrive la sua vita nel braccio della morte e ciò che lo ha condotto fin lì, affrontando la scure dell’oscura signora a testa alta, seppur senza illusioni, prendendo tra le mani la dignità e con determinazione, percorrendo il cammino verso l’ultimo giorno senza mai perdere se stesso, coerente alle sue ideologie, lucido e razionale.

Attraverso una penna eccelsa e capace di mantenere l’adrenalina e il ritmo narrativo altissimi dalla prima all’ultima pagina, l’autore va a delineare una trama intricata, fatta di sotterfugi, mistero e indagini al limite del cardiopalma.

Un thriller con tutte le connotazioni tipiche del genere quindi, ma non un thriller qualunque, perché ci troviamo di fronte a qualcosa di molto complesso e ardito.

Utilizzando due voci narranti -quella di Lorenzo e quella di Susan, moglie di una delle guardie carcerarie del penitenziario in cui lo scienziato del MIT è detenuto- l’autore ci porterà non solo a conoscere gli eventi che hanno condotto il recluso nel braccio della morte ma anche una sottotrama costruita su fanatismi e ideologie ottuse.

Coraggiosamente, vengono messi sul piatto temi scottanti: il sistema giudiziario americano, la pena di morte, la codardia di chi approfitta di personalità e menti fragili per compiere su di esse manipolazioni vigliacche al mero scopo di portare avanti progetti folli e, infine, l’eterna e assurda lotta tra scienza e religione.

Immagini nitide si stagliano dinnanzi ai nostri occhi, con una forza evocativa tale da renderci succubi di quell’atroce dolore che solo la totale mancanza di speranza può dare.

Cosa resta di un uomo che ha già letto le ultime pagine del libro della sua vita?

Resta un involucro vuoto, un fantoccio privo di qualsiasi scintilla vitale, privo di quel miraggio lontano che è la possibilità di essere un giorno felice e quindi di ambizioni.

Ma Lorenzo, così come Susan, non si arrendono e nonostante la frustrazione, la rabbia e il disgusto verso quella che sembra essere una delle più grandi ingiustizie mai viste, iniziano una spericolata corsa contro il tempo.

L’autore si dimostra capace di innescare nel lettore un meccanismo di reazione: egli viene infatti pervaso dalla necessità di intervenire, ribellarsi e combattere contro una condanna ingiusta, dettata dalla paura verso l’ignoto.

La scienza, di cui Lorenzo si fa portavoce raccontando passo dopo passo gli esperimenti e le scoperte che lo hanno portato a divenire agli occhi di una società bigotta e ottusa un assassino, diviene immediatamente paladina di rivalsa.

Una lotta contro un sistema ipocrita, radicato su verità infondate, rappresentato da personalità corrotte, vili e assolutiste.

Una lotta contro le ingiustizie, i forti e i potenti, capaci di controllare le folle facendo perno sulla paura e prevaricando i deboli, i dissidenti, rendendoli agli occhi di tutti inadeguati, sbagliati, pericolosi.

Una lotta verso le forme di bullismo di massa, verso chi omette la verità con lo scopo di avere una collettività ignorante e quindi facilmente soggiogabile.

“Oltre la barriera” è un romanzo forte, violento, che colpisce allo stomaco, che smuove le coscienze e costringe a guardarsi attorno e a riflettere su ciò che la società sta diventando, su ciò che ognuno di noi vuole essere all’interno di essa: vili anime di passaggio, intimorite e succubi o coraggiosi ribelli che a testa alta combattono per lasciare il segno?

Un romanzo che prende una posizione e lo fa senza timore, un romanzo che lascia un segno indelebile e che con audacia, scatena nel lettore la forza più potente di cui un essere umano è capace: IL PENSIERO.