Recensione “LA GUARDIANA DEI DRAGHI – Il cristallo di Lunus” di Veronica Garreffa a cura di Sara Canini

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Hope Edison ha diciassette anni. Sa di essere stata adottata ma è ignara delle sue vere origini. La vita sulla Terra le ha insegnato a stare alla larga dai prepotenti che la prendono sempre di mira, ma l’ha tenuta del tutto lontana dalla guerriera forte e saggia che avrebbe dovuto essere. D’un tratto cominciano ad accadere cose strane, finché la verità non viene svelata. Tutto quello che viene raccontato alla ragazza non fa altro che urtare il suo carattere fragile e demolire le sue poche certezze. Tuttavia gli episodi seguenti le fanno capire che, per la prima volta, deve assumersi le sue responsabilità, così decide di gettarsi in quello che, in un primo momento, le sembra solo una follia. Con il tempo Hope capirà che, quando ci si trova di fronte alle difficoltà, non bisogna scappare ma combattere.

Una storia, in bilico tra mondi reali e mondi fantastici, costruita intorno all’idea che, per raggiungere la pace, non debba esserci uno scontro tra Bene e Male ma che si debba stabilire l’Equilibrio tra di essi. Un’avventura fantasy che vuole essere anche la metafora del percorso interiore per trovare se stessi. Ogni personaggio ha il suo passato e dovrà compiere un viaggio fisico, ma soprattutto psicologico, prima di poter combattere il nemico.

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Uno degli aspetti che il lettore non conoscerà mai del libro che tiene tra le mani, ma per ovvi motivi, è la strada che questo ha percorso. L’evoluzione. Come una farfalla che, prima di diventare tale, è stata crisalide, larva e uovo, molti dei racconti che approdano sullo scaffale ultimamente hanno una doppia storia da raccontare: la loro e quella di chi l’ha scritta.

Non che gli altri ne siano sprovvisti, anche perché ognuno di loro butta sangue e sudore sulle proprie opere e addirittura, alcuni arrivano ad innamorarsene così tanto da non coglierne i limiti; ma delle altre (storie) hanno un’energia più vecchia impressa sulle pagine. Prendete il mobile sbeccato della nonna: guardandolo con attenzione ricorderete la volta in cui lo spigolo vi fece rimediare sette punti e un lecca – lecca al pronto soccorso. Ora, guardate la vostra libreria Ikea: suggerisce niente? Appunto.

Alcuni libri hanno vissuto molte più vite di quelle di cui raccontano e uno dei casi più eclatanti del momento, restando in zona esordienti, è di sicuro “La guardiana dei draghi – Il cristallo di Lunus” di Veronica Gareffa, edito da Dark Zone Edizioni.

Si parla di un libro che ha già portato a termine il primo ciclo di vita sotto altri stemmi e che oggi, in occasione del Lucca Comics 2019, viene ri-lanciato dalla sua nuova casa editrice.

Nota a margine: l’editore in questione manda un messaggio assai coraggioso alle altre CE parigrado (ma non solo), ossia, la volontà di spogliarsi del pregiudizio indirizzato a quei manoscritti ritenuti ormai bruciati. “Causa” il self publishing, Wattpad o terze parti, molti editori tendono a snobbare prodotti che sono stati già sul mercato e che, trovandoci in una realtà medio-piccola, hanno parzialmente esaurito la loro forza di vendita. La verità, invece, è che il pregiudizio è un difetto che non ci si può permette in questo ambiente, pena lo scarto di tante storie e di autori che, se supportati, possono regalare non poche emozioni.

Con “Il cristallo di Lunus” parliamo del primo volume di una saga fantasy con qualche strizzata d’occhio alla fantascienza. Infatti, sebbene molto dell’ambientazione e delle componenti ricordino gli elementi dei fantasy più classici, ma con quel tocco di modernità che solleva il testo dalla solita pesantezza, sfumature più o meno impattanti sulla trama sono proprie della letteratura di fantascienza. La figura e l’importanza che viene data al drago, simbolo di genere per eccellenza, sembra scontrarsi frontalmente con i viaggi interplanetari, che invece ricordano tutt’altro tipo di libri. Il punto è che l’autrice, giovanissima per altro (e questo tornerà utile più avanti), imbastisce in maniera semplice uno scenario che attinge a destra e manca e che resta in piedi fino alla fine. Sarà la familiarità, saranno i richiami all’una o all’altra metà della mela del fantastico, ma l’impalcatura su cui regge la trama appare credibile.

Rispetto ai giorni passati, l’autrice ha dato prova di aver lavorato duramente su un testo che agli albori appariva acerbo, sia dal punto di vista dello stile che della concezione e della struttura della trama. Oggi, grazie al supporto e alla supervisione dell’editore, il primo è stato uniformato a uno standard che ha facilitato e faciliterà la crescita della scrittrice; mentre, l’intervento sul secondo ha permesso di far emergere la godibilità di uno scritto concepito da e per i giovani. Infatti, “Il cristallo di Lunus” ha una scenografia, una caratterizzazione dei personaggi, uno sviluppo di trama assai semplice, che poco ha a che vedere con i fantasy contorti e iper-strutturati che intrecciano le sinapsi e che allontanano i giovani dalla lettura. Il testo vede il tutto ridursi alla presenza del Bene e del Male, intesi proprio come protagonisti della vicenda e visti come estremi supremi opposti ed essenza unica di qualsiasi azione e reazione. Questa scissione netta, e anche un po’ utopistica, richiama la psicologia adolescenziale o quella subito seguente, in cui tutto è bianco e nero, bello o brutto, amore od odio. Forse è questa l’unica pecca dello scritto, ossia una concezione un po’ troppo rigida che allontana il lettore più maturo, il quale conosce più sfumature a causa dell’esperienza, e che allo stesso tempo avvicina (anzi, attrae) il lettore più giovane. Proprio quest’ultimo, che spesso si nega alle lunghe sessioni di lettura e che invece, qui, potrebbe decidere spontaneamente di passarci le ore.

A specchio, questa sorta di leggerezza si riflette nei personaggi e nella loro caratterizzazione, dai quali però si solleva Zen: personaggio – guida imperturbabile, complesso, con più sfumature, umano quanto basta e quindi impelagato nelle proprie difficoltà e pensieri.

La trama risulta davvero piacevole, perché il concetto di Equilibrio non viene affrontato, ma trattato come fosse effettivamente un’entità viva e ben presente. È proprio questo a rappresentare le responsabilità che gravano sulle (piccole) spalle della protagonista, Hope. Il concetto di Equilibrio tra Bene Supremo e Male Supremo non fa altro che rinnovare la divisione di cui sopra e questo suggerisce quanto ci si trovi di fronte a un testo fortemente indirizzato (o comunque, adatto) a un pubblico adolescente.

Inoltre, la presenza del drago, inteso come custode del prezioso bene che è l’Equilibrio, non fa altro che fornire un’immagine diversa e piacevole dell’animale stesso: a differenza di Martin e dei tre figli di Khaleesi, protettori ma sempre assai feroci, qui il drago assume le sembianze del tempio al quale affidare il bene più prezioso.

In conclusione, “La guardiana dei draghi – Il cristallo di Lunus” è materialmente il primo mattone di una costruzione più alta e imponente, ma scivola via in maniera fluida senza pesare sulle spalle del lettore. Se giovane, meglio. Se maturo, di sicuro d’esperienza nel riconoscere pagine e pagine di sangue e sudore che ora, grazie a un editore coraggioso e a un’autrice instancabile, hanno trovato una (seconda) nuova luce: probabilmente, quella che meritavano.

Recensione Anteprima “WATERGRACE” di Hendrik R.Rose a cura di Sara Canini

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In un futuro medievale due popoli diversi sono divisi dalla guerra e dall’odio. Gli ardesiani di Ardesia sono carnivori e fedeli agli dei, i rosensin di Rosemund vegetariani, atei e fumatori d’erba, solo la strabiliante attitudine al combattimento, arte appresa sin da bambini, li accomuna e li unisce.

Più volte, in segreto, tra i boschi ai confini dei due regni, le amazzoni di Rosemund invitano i vigorosi cavalieri di Ardesia a misurarsi in dispute fondate sullo sprezzo del pericolo e sulla tacita attrazione.

Pur dando prova della loro prestanza fisica e del loro coraggio, nei rosensin rimane solo un limite, la «watergrace», un incanto ancestrale che li rende incapaci di nuotare e che condanna alla morte chiunque abbia l’ardire di sfidare l’acqua. Una maledizione che Sophie, principessa di Rosemund ed Evan, cadetto di Ardesia, saranno costretti ad affrontare per sfuggire a una presenza ostile che dopo una lunga assenza tornerà per condurre ogni cosa nel caos. Un crepuscolo scenderà cupo sulla ragione e sulla pace trascinando Evan e Sophie, i due amanti, in un abisso da cui dovranno salvarsi da soli.

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In apparenza, il binomio Dark Zone Edizioni – letteratura romance può sembrare insolito ai più, perché la prima è specializzata in fantasy (in tutte le sue molteplici sfaccettature) e la seconda è ormai ben consolidata nel mercato self.

In verità, certi titoli meritano attenzioni particolari e non perché alcuni siano più meritevoli di altri: più semplicemente, un buon editore può tirar fuori dei punti di forza che il mercato non sa trovare in uno scritto. Nello specifico, quando il genere madre incontra delle nuance particolari, la natura di un testo vira verso la creazione di un ibrido che difficilmente riesce ad essere preso sul serio e ad affermarsi in un mercato più ampio delle vetrine Amazon e affini. Mentre alcuni lettori restano fedeli agli schemi che vedono i generi letterari delimitati in maniera netta, una fetta di pubblico sempre più importante diventa fluida e cerca nei testi il dettaglio capace di accalappiare la sua attenzione. Insomma, niente più fedeltà al genere, bensì al contenuto.

Sono queste le basi su cui è nato ed evoluto il genere romance. Costola della letteratura rosa, ha saputo tirare a sé un pubblico ormai annoiato dalle ripetitive vicissitudini amorose della Mary Sue di turno e incrociandosi con altri generi letterari, ha partorito poi degli ibridi apprezzatissimi. Pensiamo all’opera di Stephanie Meyer, Twilight, che non nasce con lo scopo di imporsi nel circuito della letteratura horror mondiale (ciò che in molti fanno difficoltà a capire), ma che invece rivendica a gran voce la propria appartenenza all’ibrido genere dei paranormal romance.

È il caso di “Watergrace” di Hendrik R. Rose, titolo Dark Zone Edizioni, in uscita in questi giorni.

Parliamo di un testo visibilmente più corposo di altri titoli dello stesso genere e difficilmente piazzabile nel mercato libero dei self. Il motivo? Watergrace è più complesso di altri romance, maggiormente articolato, ben strutturato, caratterizzato il giusto e approfondito dal punto di vista emotivo. Più maturo e meno scarno, per essere precisi.

Innanzitutto, l’autrice offre un racconto scorrevole, a tratti davvero piacevole, perché contornato da descrizioni differenti dall’addominale in bella mostra o dal labbro morso per passione repressa. Parliamo di scenari suggestivi, ambientazioni ben chiare nella fantasia di una scrittrice che ha saputo metterli su carta in maniera fine, gentile, importante ma mai pesante. Ciò denota un pensiero più sottile e articolato del semplice segmento che lega A e B, il quale fa spesso storcere la bocca ai lettori di altri generi.

L’esempio principe è rappresentato dalla definizione vera e propria di watergrace, ossia l’incapacità di nuotare di ogni Rosensin. Intorno a quello che è di fatto un limite, mentre per alcuni sembra quasi leggenda, ruota la vicenda che avvicina due culture molto diverse e in lotta tra loro: da un lato ci sono i Rosesin di Rosemund e dall’altra gli Ardesiani di Artesia.

Tra le pagine si trova una contrapposizione che ricorda l’intolleranza tra Montecchi e Capuleti e infatti, proprio come in “Romeo e Giulietta”, il genere di interazioni e i meccanismi narrativi sono fin da subito molto chiari. Proprio perché già noti, ci si stupisce di quanto velocemente scorrano le pagine, ma non è solo lo stile poetico e contemporaneo, i personaggi forti ma allo stesso tempo umani, la vicenda dura e piacevole a fare perno sul naturale apprezzamento del bello che tutti noi abbiamo.

L’autrice va oltre Romeo e Giulietta e articola una storia che sembra più volte correre in mille direzioni, che alla fine si ricongiungono e abbracciano un finale totalmente inaspettato.

La caratterizzazione dei personaggi si allunga in più pagine e racconta di Sophie, Evan, Brent e tanti altri come fossero protagonisti di un film: con la stessa poesia de “Sogno di una notte di mezza estate”, lo spettatore/ lettore segue l’onda emotiva di ogni protagonista ed entra nell’intimità di ognuno come fosse una qualsiasi stanza del medesimo castello. Ottima la capacità di far comprendere ciò che il personaggio sta provando e questo va al di là delle parole usate, concentrandosi su gesti, frasi, silenzi che non passano inosservati a un lettore attento.

Ciò che sorprende di Watergrace, e che lo differenzia dalle altre proposte romance del momento, è la pienezza di uno scritto che non sembra nato solamente per raccontare l’avvicinamento tra due mondi: Watergrace è pensato, scritto e proposto come un racconto completo a cui non manca nulla e il genere, paranormal romance, serve solo per etichettare il tomo sullo scaffale.

Si tratta di un viaggio su sfondo rosa, piacevole e allo stesso tempo impegnativo; perché romantico può essere di qualità, se fatto con qualità come in questo caso.

Recensione Anteprima “IL PENTACOLO – Legacy of Darkness. Saga completa” di Miriam Palombi a cura di Letizia Rossi

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Malcom sa che il tempo sta finendo. Non gli resta molto da vivere e con la sua morte nessuno proteggerà il sottile equilibrio tra il mondo del paranormale e quello della scienza. L’antico ordine del Pentacolo ormai è decaduto, ma l’uomo tenterà il tutto per tutto affinché Londra non cada nel caos. Un pugno di uomini dalle strane facoltà, potranno sostituirlo, lo sa, i suoi poteri glielo hanno detto.

Galahad dovrà raggiungerli e convincerli ad abbracciare il loro destino. Saranno costretti ad accettare la loro natura e scendere a patti con i propri demoni. In gioco non c’è solo la vita o la morte ma la possibilità di dannare per sempre la propria anima in un’avventura che li porterà fino alle radici malate della Nuova Tecnica.

Stone Temple House attende tutti loro, il pentacolo inciso nella pietra li aspetta. Il simbolo è in attesa di essere aperto ancora una volta.

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Mai dire che un determinato genere di letture non fa per noi, non ci piace, lo evitiamo. Perché poi succede che arriva un autore che smentisce le nostre convinzioni… e non resta che ammettere quanto ci si sbagliava.
Leggere Miriam Palombi su di me ha avuto esattamente questo effetto. La sua penna essenziale, tagliente, raffinata, mi ha fatto scoprire un horror diverso da quello che per anni ho immaginato e, spesso, trovato nei libri di questo genere.
Ho affrontato la lettura di questa sua imminente nuova uscita con entusiasmo e curiosità, certa che non mi avrebbe delusa e così è stato.

Bastano poche righe per immergersi in un’atmosfera grigia, cupa… è Londra la città che fa da sfondo alla storia. Una Londra nebbiosa e umida, caotica, fatta di vicoli, ombre, antichi manieri che nascondono segreti e misteri. E così come la città reca in se stessa un’anima antica e il progresso più avanzato, la vicenda sembra oscillare costantemente nel tempo: fine ‘800 e futuro convivono e danno vita a una dimensione fantastica ma al tempo stesso estremamente ancorata alla realtà. Ad accentuare questa percezione contribuiscono i salti temporali, con tanto di flashback che riporta alla seconda guerra mondiale. Tutto però appare come racchiuso in una bolla dove, appunto, il tempo ha un suo scorrere e una sua propria identitàà, diversa da quella che potremmo concepire razionalmente.
Incastonata in questo contesto, una storia che mescola abilmente elementi fantasy, thriller e horror con misura ed equilibrio mirabili.

Miriam Palombi non risparmia scene macabre e violente ma resiste alla tentazione di scivolare nello splatter fine a se stesso.

È l’atavica lotta tra il bene e il male a fare da motore della storia. Ma se ci aspettiamo i soliti buoni contro i cattivi, verremo disattesi.

Ci si aspetterebbe che i protagonisti fossero tutti perfetti, eroici… e invece no. Ciascuno porta in sé, chi più velatamente chi meno, componenti positive e negative. Essere dotati di un potere non è una scelta. Lo è invece decidere cosa farne.
Tra gli attori principali della trama voglio citare lei, l’unica donna: Elisabeth Wu. Apparentemente è la meno dotata tra i cinque; fragile, sensibile, vulnerabile, “umana” come non mai e quindi facilmente classificabile come elemento debole, si rivelerà invece l’elemento chiave del Pentacolo, quello che porterà alla vera rivoluzione. Non è un caso, a parer mio, che proprio nelle sue mani si depongano intuizioni e capacità straordinari, quasi a ricordarci che ancora una volta la figura della donna ha un potere salvifico per il genere umano.
Molto affascinante anche la figura di Dimitri Ivanoff, l’uomo che, cresciuto con i lupi, ne ha assorbito le doti da cacciatore, non solo nel comportamento ma anche nei sensi acuti e nei riflessi pronti e scattanti.

Ma è Galahad, il fedele servitore sfregiato, ad avermi conquistata. All’apparenza ambiguo e simile nell’aspetto alla raffigurazione della morte, nasconde sensibilità e umanità che cela al mondo con i suoi modi schivi e l’alone di mistero che si è creata attorno a lui. Sono queste doti, oltre ad un potere che lo accompagna fin da bambino, a renderlo prezioso, anima e allo stesso tempo protettore del Pentacolo.

Un punto che mi è parso debole in questa trilogia riguarda proprio i personaggi.
Nelle prime due parti si creano delle aspettative, svelando alcuni aspetti della natura e delle origini dei protagonisti. Si intuisce che ciascuno abbia enormi potenzialitàà e, con queste premesse, ci si immagina che nella terza parte accadano grandi cose. Invece quelle aspettative vengono un po’ deluse: l’ultimo capitolo vede i cinque (sei, con Galahad) inseriti in un contesto in cui agiscono come una squadra di investigatori, piuttosto che come creature straordinarie dotate di poteri e responsabilitàà di calibro notevole. Quell’atmosfera epica plasmata attorno a loro viene smorzata. Contribuisce a questo anche l’aver reso il terzo capitolo della saga un vero e proprio thriller. Se pur ben congegnato, teso e incalzante, la trama e le indagini si antepongono alla dimensione sovrannaturale che, sia ben chiaro, persiste ma si pone in secondo piano. Insomma, si torna con i piedi a terra dopo aver volato in alta quota, pur mantenendo in parte quello che si è assaporato prima.
Bisogna però dire che è proprio in questo capitolo finale che il Pentacolo e Galahad vengono mostrati nella loro complessitàà e completezza, ci vengono svelati tasselli importanti del loro passato che permettono al lettore di collegare i fili lasciati sparsi dall’autrice in precedenza. L’indagine diventa un mezzo per far conoscere ancora meglio ciascun protagonista. È, quindi, un lieve cambio di direzione che inserito nel contesto generale di tutta la trilogia si comprende meglio.

L’ultima considerazione la riservo per l’elemento che più mi ha conquistata: lo stile. Miriam, in questo, è davvero un’eccellenza. Cesella ogni frase, scegliendo con cura i vocaboli e utilizzando un linguaggio ricco e vario. Le bastano poche parole per dare vita a immagini forti e vive, contornate da atmosfere dettagliate.
Non si perde in fronzoli inutili, la sua è una scrittura asciutta ed essenziale che mantiene il lettore ben saldo sui binari della narrazione.

Tirando le somme, “Il Pentacolo – Legacy of Darkness”, pur con qualche piccola e assolutamente perdonabile debolezza, è un libro scorrevole e coinvolgente. 370 pagine che scivolano, una dopo l’altra, prima ancora che ci si renda conto che si sta leggendo una trilogia.

Recensione “FORMULE MORTALI” di François Morlupi a cura di Sara Canini

In una torrida estate romana un passante scopre un cadavere di un uomo atrocemente torturato e mutilato. Sul terreno insanguinato gli arti amputati disegnano una celebre formula fisica. È il primo di una serie di omicidi rituali che coinvolgono vittime senza alcun legame apparente. A tentare di risolvere il caso è chiamato il commissario Ansaldi, professionista integerrimo ma tormentato dall’ansia e dagli attacchi di panico. Ad accompagnarlo in questa avventura verso il male, il vice ispettore Loy, una ragazza con un

forte disturbo antisociale di personalità, e altri tre membri del commissariato di Monteverde. Tenteranno insieme di venire a capo di quello che ormai i media hanno battezzato come “il caso delle formule mortali” un’indagine dopo la quale nessuno dei protagonisti sarà più lo stesso.

Il giallo è il genere letterario più venduto al mondo. E poco importa se negli Stati Uniti prende il nome di “Thriller”, perché gli yankee a stelle e strisce sono soliti infilare qualche scena d’azione un po’ ovunque e stravolgono la natura di qualsiasi cosa. Invece, noi europei restiamo dei romantici nostalgici di Agatha Christie.

A quelli del vecchio continente piace tingere di giallo il grosso punto interrogativo che si stampa sulla faccia del detective di turno (o come in questo caso, del commissario in servizio). Amiamo l’enigma, il complotto, il mistero e quanto più la vicenda appare intricata, più godiamo al pensiero dello scacco matto dello scrittore: per capirci, l’attimo in cui il piccolo dettaglio avuto sotto gli occhi per tutto il racconto, inaspettatamente, sblocca l’intera vicenda.

Saranno questi i motivi per cui il pubblico italiano ama così tanto la creatura di Camilleri, il commissario Montalbano, e lo Sherlock Holmes di Gubbio sposato con Dio, ossia Don Matteo? Forse. Sta di fatto che gli italiani scrivono dei buonissimi thriller/gialli.

Ne è la prova “Formule Mortali” di François Morlupi, edito da Croce Libreria. Giallo poliziesco ambientato a Roma, nella splendida zona di Monteverde, il romanzo racconta l’indagine riguardante il misterioso omicidio di un professore universitario fatto a pezzi, il cui cadavere viene fatto ritrovare in compagnia dalla celebre formula della relatività di Einstein: E=mc².

Si tratta di un libro corposo, pregno, di sostanza, ma mai stancante. Parliamo di un romanzo capace di immergere il lettore in una realtà (quella romana) perennemente in stato d’emergenza, divisa tra impedimenti oggettivi e risvolti inaspettati, che non sempre possono essere affrontati alla leggera in terra italica. Infatti, con eleganza estrema, l’autore pizzica le amministrazioni capitoline di qualsiasi colore e denuncia il degrado e l’incuria che la capitale subisce ormai da decenni, riportando piccoli cenni di malessere che spesso si ascoltano in bus, in metro o camminando per strada. Tra un ratto e un cinghiale selvatico.

Andando oltre, come abbiamo modo di notare dai palinsesti televisivi autunnali, le squadre speciali vanno di moda da ormai una decina d’anni, ma è sempre piacevole ritrovarle in un libro; soprattutto, se l’autore sa imbastire una storia stuzzicante e intelligente che funge da fulcro principale e non melenso taglia e cuci di situazioni già viste, atto solo ad esaltare l’ottimo rapporto tra i membri del team. Sono proprio i personaggi uno dei due punti di forza di “Formule Mortali”, perché si tratta di soggetti lineari e credibili, realistici e fondamentalmente, incrociabili al bar sotto casa. Le due spalle, Di Chiara e Leoncini, giovani, piacioni e con la battuta sempre pronta, risultano totalmente riusciti, in quanto combo che funziona a perfezione: laddove uno manca, l’altro subentra per trainare dialoghi e situazioni. Per assurdo, è proprio la coppia portante ad apparire più debole: infatti, il viceispettore Eugenie Loy risente (anche se leggermente) dello stereotipo dell’agente tormentato, il quale è assai comune nei romanzi giallo. La fragilità letteraria del commissario Ansaldi, invece, è dovuta alla debolezza propria dell’uomo che Ansaldi è, perché di fatto parliamo di un agente che soffre di attacchi d’ansia, gira con il Tavor Gold nel taschino e non sa sostenere una conferenza stampa. Eppure, nonostante ciò, le personalità del team si mescolano creando un mix piacevole e coinvolgente, dove ogni attore recita la propria parte in maniera coerente.

L’altra nota positiva di “Formule Mortali” è la trama, mai banale e molto coinvolgente.

Intricata il giusto, per ambientazioni e personaggi ricorda il capolavoro di Mathieu Kassovitz (regista francese: a volte, il caso…), “Les Rivières pourpres”. L’ambiente universitario, accarezzato troppo tardi nel testo, cronologicamente parlando, esercita lo stesso fascino del campus de “I fiumi di porpora” e il richiamo al film è davvero troppo forte per essere ignorato: per fortuna, si sta parlando di una buona pellicola e di un romanzo (quello di Morlupi) che sa stare in piedi da solo. Non a caso, l’autore è perfettamente in grado di stravolgere l’atmosfera più e più volte, calando il lettore in ambientazioni alla Camilleri all’inizio, Kassovitz al centro e Besson sul finale. Inoltre, proprio verso la conclusione, sa ampliare ulteriormente la trama con la naturalezza dei cerchi concentrici che si aprono laddove è stato gettato il sasso nello stagno. Insomma, un gran bel casino.

Gli aspetti che rendono riuscito un giallo sono due: il linguaggio e i tecnicismi.

In “Formule Mortali”, l’autore non firma il romanzo con uno stile ricercato o del tutto personale, anzi: si limita a raccontare i fatti in maniera chiara e semplice, permettendo alla trama di emergere con naturalezza estrema e centrando l’obbiettivo del genere, ossia fare scacco matto in una partita giocata correttamente.

Altra storia è quella sui tecnicismi, ma si tratta di brevi note parse stonate e nulla più. Come la battuta di uno dei due agenti scelti, che commette la leggerezza di definire “improduttiva” la chiacchierata con una testimone che, invece, ha visto cose ritenute importantissime da qualsiasi altro investigatore.

Insomma, oltre qualche microscopica svista (roba da pignoli veri), “Formule Mortali” di François Morlupi è un buon libro, ben costruito e magnificamente caratterizzato, adatto agli amanti dei generi giallo/thriller/poliziesco e agli orfani del Maestro Camilleri: colui che dà il coraggio e voglia di progredire ad autori talentuosi e appassionati, proprio come Morlupi.

Recensione “LE DONNE. Istruzioni per l’uso” di Barbara Parodi a cura di Elena Galati Giordano

Cosa accadrebbe se all’improvviso la mente della donna non avesse più segreti? E se a svelarveli fosse proprio una donna? In questo manuale ironico verranno presi in esame alcuni dei più grandi misteri sulla natura femminile, dal suo rapporto con lo shopping alla guida, dal sesso all’amicizia. Un viaggio attraverso i cliché e non tutti troveranno conferma.

Nessun uomo è stato maltrattato per redigere questo manuale.

 

 

“…That’s all they really want

Some fun

When the working day is done

Oh girls, they wanna have fun

Oh girls just wanna have fun…”

 

Ammettetelo, l’avete letta cantando!

Anno 1983: Cyndi Lauper, con i suoi capelli cotonati e gli abiti eccentrici, saltellava per le strade affermando che le ragazze vogliono solo divertirsi nel video di “Girls Just Wanna have fun”.

Spirito libero, icona per un’intera generazione di ragazze che in lei trovano il simbolo del loro bisogno di rompere gli schemi e affrontare la vita con coraggio e leggerezza.

A trentasei anni di distanza dall’uscita del sopracitato singolo, io non posso che sceglierlo come colonna sonora del libro di Barbara Parodi: “LE DONNE. Istruzioni per l’uso”, poiché leggendolo respirerete la stessa aria frizzante, leggera e libera, che troverete ascoltando la canzone.

Poche pagine scritte con una tecnica impeccabile, un ritmo narrativo brioso e dinamico e una dose massiccia di autoironia, che si leggono velocemente e strappano ben più di una risata.

Ogni capitolo inizia con uno scambio di battute, un botta e risposta tra un uomo e una donna, una serie di domande e curiosità a cui l’autrice, portatrice di verità, provvederà a dare una risposta: non una risposta qualunque, ma una risposta senza quei filtri utili a rendere tutto più liscio, più luminoso, più perfetto (tipo quelli che usiamo per renderci più belle nelle foto di instagram insomma… e non negate, li abbiamo usati tutte), una risposta sincera, che ahimè (ahi-tutte per dire il vero) svelerà tutti i segreti che per anni abbiamo tentato di tenere nascosti… e quando dico tutti, intendo PROPRIO TUTTI!

Barbara affronta con uno stile apparentemente frivolo il controverso e complesso universo femminile, raccontandocelo con estrema ironia.

Apparentemente frivolo, in realtà, perché nascosta dietro ad un velo color fior di fragola l’autrice tratta argomenti delicati, di cui ancora si fa fatica a parlare, temi particolari che per molti erano e sono tabù e che lo sono tutt’ora, purtroppo, soprattutto per noi donne.

Un libro scritto da una donna per aiutare a comprendere il mondo delle donne, un libro che sembra avere tutte le carte in regola per diventare il nuovo manuale di istruzioni al mondo femminile per gli uomini e, invece, si dimostrerà un testo scritto in primis, proprio per le donne.

Un testo che abbatte tutti i muri e le etichette imposte al genere femminile dalla società.

Un romanzo che ci spinge a non vergognarci di nulla, a parlare di tutto sempre e comunque a testa alta e a

ridere delle nostre particolarità, dei nostri difetti e delle nostre piccole manie che ci caratterizzano e ci rendono uniche, speciali e assolutamente incomprensibili!

Consiglio vivamente la lettura di questo libro perché ridere fa bene al cuore e un sorriso è il miglior accessorio che si possa indossare per essere veramente belle… E poi, insomma: “girls just wanna have fun…”

Recensione Anteprima “LUNA DI SANGUE” di Bellard Richmont a cura di Elena Galati Giordano

Con questa antologia di racconti dall’indole dark, Bellard descrive la sua visione della realtà contemporanea, mettendo in luce i tratti più oscuri dell’umanità.

Ogni storia si serve di due linee temporali: passato e presente, le quali congiungono sempre in una verità finale dal sapore dolceamaro.

Dieci novelle.

In ognuna di esse, la Luna di Sangue illumina le scelte dei protagonisti e li costringe a decidere tra morale e sopravvivenza, fronteggiando streghe e demoni che paiono meno mostruosi degli umani stessi.

Chi sono i buoni?

Chi sono i cattivi?

E i veri mostri sono sopra o sotto il letto?

Bene e male, l’eterna lotta, l’infinita diatriba.

Bene e male, divisi da una linea spessa, netta, precisa… o forse no?

Forse questa è solo la versione che ci fa meno paura, forse pensare che il bene e il male siano relegati in due punti ben distanti l’uno dall’altro ci fa sentire al sicuro, ovattati nell’illusoria certezza che le nostre coscienze non verranno mai sporcate, convinti di esserci seduti dal lato giusto della barricata.

Ma la realtà è sempre disperatamente diversa dall’illusione e la speranza di non esser dannati, spesso, viene ridotta in polvere, insieme al sottile velo che separa la luce dalle tenebre.

Bastano pochi istanti perché tutto cambi irrimediabilmente, perché i demoni emergano dall’oscurità e ci mostrino la nostra vera natura.

La duplicità dell’uomo: questo è il filo conduttore di “Luna di Sangue”, una raccolta fantasy, dal sapore dark, ove il bene e il male si confondono e divengono nebbia, che avvolge il lettore, confondendolo e trasportandolo in un mondo dove ogni certezza diviene effimera e i mostri non arrivano dalle tenebre, ma covano dentro l’essere umano e si mostrano riflessi nello specchio.

Le creature che popolano i suoi racconti sono bestie mostruose, abomini della natura, violenti e guidati solo da istinti animali, volti alla loro esclusiva sopravvivenza.

Bellard però non si limita a darci la versione più rassicurante, dove i mostri sono i cattivi e gli uomini i buoni: lui ci porta a comprendere i retroscena, ci porta a conoscere ciò che di orribile si cela dietro la mostruosità, che molto spesso risiede all’interno della creatura che, con la mano sollevata, punta il suo dito giudicando e proteggendosi dietro la maschera della giustizia.

I personaggi sono molti e tutti sviluppati con grande maestria, ma preparatevi: all’interno dei racconti, che si susseguono con ritmo calcolato, alternando momenti di strisciante lentezza ad attimi di rabbiosa rapidità, non troverete eroi splendenti e paladini senza macchia e senza paura, anzi essi saranno disgustosi, sbagliati, crudeli, con profonde cicatrici sul corpo e nell’anima.

Eroi sconfitti, falliti, divorati da ambizioni oscure e guidati da istinti primordiali e malvagi.

La natura umana viene portata alla luce un racconto dopo l’altro, spogliata dei veli di menzogna con cui si ripara al fine di apparire migliore di quello che in realtà è.

Le atmosfere, evocative e tenebrose, sono incredibilmente coinvolgenti e riescono a risucchiare il lettore all’interno del racconto.

L’autore assorbe il lettore nella storia, lo avvolge con una fitta coltre di nebbia oscura che avvelena la mente, rendendolo fragile e spaventato, spingendolo così ad aggrapparsi all’istinto e sguainare gli artigli per sopravvivere ai propri mostri.

Particolarmente apprezzato il World Building dell’intera raccolta: accurato, particolarmente verosimile ed uniforme.

Nonostante si tratti di racconti singoli, fini a se stessi e non collegati tra loro, Bellard riesce, utilizzando diversi espedienti,  a creare un filo conduttore, legando così indissolubilmente tutte le storie tra loro.

Diversi sono i punti di forza che caratterizzano  “Luna di Sangue”, uno su tutti lo stile: poetico e al contempo crudele, forbito e ricco di vocaboli complessi che però non appesantiscono il testo, anzi, lo rendono frivolo se pur pomposo e, allo stesso tempo, scorrevole e melodico, senza mai divenire ridondante.

La punteggiatura, utilizzata con ossessiva precisione, regala al testo una musicalità unica nel suo genere e impone alla lettura un ritmo caratteristico in grado di rafforzarne l’originalità e la potenza emotiva.

Il silenzio che avvolge l’intera lettura, scandendo impietoso il tempo, regna sovrano, enfatizzando la sensazione di solitudine che accompagna i personaggi all’interno di un viaggio introspettivo, nell’inconscio più profondo e torbido, al quale il lettore non potrà resistere e nel quale si lascerà coinvolgere affiancando i protagonisti dell’opera.

Menzione d’onore alle magnifiche illustrazioni che arricchiscono il testo.

Hily Rael, tatuatrice di professione, si serve dell’acquerello per delineare tavole dal forte impatto emotivo, unendo alla delicatezza tipica della tecnica utilizzata un tratto deciso e imponendo il suo stile, in un connubio meraviglioso ed unico che si sposa alla perfezione con lo scritto che accompagnano.

 

Un testo particolare “Luna di Sangue”, che affronta tematiche forti con la dovuta delicatezza, in un crescendo che attraversa tutte le emozioni umane, portando il lettore a conoscerle tutte da vicino: dalla più becera e crudele alla più dolce e intimistica, avvolto dalle spire voluttuose di un serpente tanto sinuoso e sensuale quanto pericoloso e mortale.

 

Una lettura consigliata a chiunque abbia voglia di immergersi in atmosfere fantasy horror e di lasciarsi trascinare in un viaggio onirico alla scoperta dei mostri che popolano le paure più recondite dell’uomo.

 

 

Credit
Illustrazione acquerello di Hily Real
Foto di copertina di Gio Boretti

Recensione “IL BOSCO DELLE MORE DI GELSO” di Filippo Mammoli a cura di Elena Galati Giordano

Un bambino abbandonato in fuga da tutto e da tutti, il cui nome è l’unica traccia per tentare di far luce sul suo oscuro passato. Un caso di omicidio avvenuto in circostanze singolari con un cadavere orrendamente deturpato e reso irriconoscibile, affidato al commissario Tarantini. Due malviventi di Malaga, signori incontrastati nel loro quartiere malfamato, intenti ad arricchirsi alle spalle del loro capo. Toccherà al vulcanico commissario livornese trapiantato in Sicilia l’arduo compito di sbrogliare questi tre fili di una matassa ingarbugliata come le antiche reti della tonnara di Scopello dove tutto comincia e tutto finisce. Si chiude così, con un colpo di scena finale, un cerchio che ha compiuto un giro larghissimo tra le battute sagaci e i colpi di genio di Tarantini, i deliri di onnipotenza e le malefatte dei criminali spagnoli e i flash improvvisi che tornano nella memoria del bambino per regolare i conti con un passato inquietante.

Filippo Mammoli: un autore con la A maiuscola che avevo già imparato ad apprezzare con il suo scritto precedente, riesce con il suo nuovo romanzo “Il bosco delle more di gelso” a stravolgere ogni aspettativa.

Il timore reverenziale con cui affronto la lettura di un libro nuovo, scritto da un autore  che ho precedentemente adorato è stato completamente annullato, poiché in questo  nuovo romanzo Filippo riesce a mantenere nitide le caratteristiche che contraddistinguono il suo stile adattandole ad un genere e ad una storia completamente differente dalla precedente, dimostrando grandissima abilità e padronanza della parola scritta.

Tre storie che corrono su tre binari diversi: un bambino in fuga da se stesso, dal suo passato e da un dolore devastante. Due malavitosi, tanto spavaldi da rendersi quasi ridicoli, divenendo macchiette di loro stessi. Un uomo, un commissario livornese di nascita, dotato di un’ironia pungente e a tratti crudele, che dovrà sciogliere la matassa di un caso complicato e unire tutti i binari in un’unica grande strada rettilinea.

Tre storie che rispecchiano la complessa natura umana, con tre anime differenti quindi, eppure destinate a fondersi con l’obbiettivo di regalare al romanzo intero una personalità completa e profonda.

I personaggi sono tanti, ognuno caratterizzato alla perfezione ed egregiamente incasellato all’interno della storia, utile al fine di arricchirla e renderla maggiormente credibile.

La voce narrante in terza persona risulta necessaria per avere una visione completa dell’intreccio narrativo e per conoscere più profondamente chi si muove all’interno di quella che, a tutti gli effetti, appare come una sceneggiatura di una serie tv poliziesca in grado di affascinare e catalizzare l’attenzione del fruitore dal primo all’ultimo secondo.

Il lettore si trova quindi dietro un’ipotetica videocamera, che lo porta su un set costruito alla perfezione con le ambientazioni giuste, le musiche di sottofondo che enfatizzano il pathos e gli attori che interpretano perfettamente i personaggi della sceneggiatura.

Il calore del sole siciliano che scalda la pelle, il profumo della salsedine, il rumore delle strade malfamate di un quartiere di Malaga, il suono inconfondibile che assumono le parole pronunciate con l’accento livornese, il sapore agrodolce delle more di gelso.

Il ritmo narrativo, dapprima apparentemente lento, subisce dopo pochissime pagine un’impennata, divenendo immediatamente incalzante, adrenalinico e ricco di colpi di scena.

Ancora una volta Mammoli dimostra di essere perfettamente in grado di gestire il tempo e di addomesticarlo a suo piacimento, dandoci la sensazione che le lancette, sotto il tocco della sua penna sublime, corrano più rapide del normale, accorciando le distanze tra gli eventi e accelerando il battito del lettore.

Rapido, non frettoloso: nulla è lasciato al caso, nulla viene solo accennato o trascurato, ogni tassello, ogni descrizione, ogni parola assume un significato preciso all’interno dell’intreccio ed è dosato al fine di dare esattamente il numero di informazioni giusto, nel momento perfetto.

Il linguaggio grezzo, ricco di frasi dialettali ma mai eccessivamente volgare, l’ironia cruda, l’apparente durezza del commissario Tarantini, si contrappongono alla dolcezza e alla sensibilità di due voci infantili e innocenti, rispecchiando a pieno il carattere dell’intero romanzo.

Emotiva umanità, cruda e sprezzante ironia, dolorosa cattiveria.

La sottile differenza tra bene e male, due facce della stessa medaglia, distinte ma destinate a coesistere o addirittura a fondersi : una moneta che rotea velocemente sul tavolo, confondendo la vista, mischiando le parti, fino a che con un tintinnio assordante, cade e mostra la sua faccia.

Testa o croce: una scelta affidata al caso, o almeno così appare, ma nulla è mai come sembra e Mammoli prende con forza le redini della storia, inverte la rotta della moneta, assume il posto del destino e si prende la responsabilità di compiere la scelta definitiva.

Sarà lui a decidere da che lato dovrà cadere la moneta e quindi il finale della storia.

Un finale fuori da ogni schema, cosi come tutto il resto del racconto, che lascia a bocca aperta, sbigottiti e attoniti.

Un finale tutt’altro che scontato che mette un punto netto, categorico e lascia soddisfatti seppur increduli.

Mammoli scrive un romanzo che mette in gioco tematiche complesse: il senso di colpa, lo strazio causato da un dolore lacerante, l’abbandono, il rapporto sofferente con un passato difficile e scomodo, la debolezza umana di fronte ai beni materiali, in grado di trasformare ogni persona in bestia.

Un libro travolgente, che pone dinnanzi agli occhi del lettore la differenza spesso impercettibile tra bugia e verità e che lo costringerà a porsi delle domande, a rivedere le proprie posizioni troppo spesso assolutistiche, mostrandoci che c’è sempre una via di mezzo, una scelta alternativa, una serie di sfumature che stanno nel mezzo tra il bianco ed il nero e che, non di rado, rappresentano la decisione migliore al fine di sopravvivere alla vita senza arrecare inutile dolore a se stessi e agli altri.

Adrenalina, ironia, emotività, mistero: tutto questo è ciò che si può trovare immergendosi nelle pagine di uno dei gialli più belli letti negli ultimi anni.