Recensione “IL BAMBINO CHE NON POTEVA AMARE” di Federica D’Ascani a cura di Elena Galati Giordano

Quando Teresa partorisce e sente per la prima volta il pianto di suo figlio pensa che non possa esserci gioia più grande di quella che sta vivendo: Libero, suo marito, è in una stanza a pochi passi e Paolo, il suo piccolo appena nato, a un soffio.

Ma il tempo passa e nessuno, in sala, la degna di uno sguardo. C’è qualcosa che non va. E poi la sentenza: suo figlio è morto, suo figlio è deforme, suo figlio non merita neanche di essere visto.

La vita di Teresa diventa il fulcro dell’Inferno in una manciata di secondi, e tutta l’allegria provata fino a quel momento scema per lasciare posto a un vuoto incolmabile.

Ma Teresa non sa la verità: Paolo è vivo, Paolo è in buona salute, Paolo ha la sindrome di Down ed è stato appena mandato in manicomio.

C’è stato un tempo in cui nascere diversi era un modo come un altro per non esistere, un tempo in cui bambini e adulti, se pazzi o anormali, venivano semplicemente dimenticati.

E se per Paolo le cose andassero in maniera diversa?

Ci sono libri che sembrano nati per lasciare un segno indelebile nella vita dei lettori: romanzi capaci di stravolgere ogni fittizio equilibrio, creato a tavolino da ognuno di noi allo scopo di difenderci, di costruirci nella mente un mondo che non faccia del male, che non ci costringa a vedere la realtà.

Ci sono libri che nascono con il preciso scopo di toglierci le mani dagli occhi, che ci obbligano a osservare il dolore e la cruda verità dei fatti, senza barriere protettive e senza filtri imposti da una società e da un’informazione che ha come unico mero scopo quello di nascondere le nefandezze e le vigliaccherie di cui il genere umano è stato ed è ancora capace.

“Il bambino che non poteva amare” è uno di questi romanzi.

Nato dalla penna sublime di Federica D’ascani, ci racconta una storia straziante di tempi lontani -ma in fondo nemmeno poi tanto- e che, come uno schiaffo in pieno viso, ci colpisce riportandoci alla realtà e costringendoci a fare delle analogie con il presente.

Il romanzo inizia in un ospedale: tra le urla disperate di un padre soggiogato da medici vigliacchi e costretto a compiere una scelta difficile e l’attonito silenzio di una madre abbandonata a se stessa, guardata con disgusto e trattata come una criminale, è venuto alla luce il piccolo Paolo, anima innocente bisognosa di amore, nato con l’unica colpa di essere diverso.

“Non è stata in grado di trasmettere al feto l’amore necessario a farlo crescere forte e sano” : questa è l’accusa che viene rivolta a Teresa, la giovane madre di Paolo, dopo che il suo bambino le è stato strappato dalle braccia senza neanche darle in tempo di guardarlo, senza farglielo abbracciare nemmeno una volta.         Un debole vagito è tutto ciò che le resta del suo piccolo, assieme al ricordo di un profilo visto di sfuggita, un profilo dagli occhi a mandorla e dal nasino schiacciato, un profilo che le viene detto non potrà mai più vedere, perché suo figlio è morto a causa delle deformità e della sua incapacità di esser madre.

Libero, padre a metà, spaventato, distrutto dalla delusione di non aver procreato un bambino sano, si ritrova a dover compiere da solo la scelta di abbandonare quel figlio tanto desiderato e che ora è divenuto il suo peggior incubo. Libero, costretto a sopportare un segreto lacerante, che lo consumerà nel profondo e lo renderà un uomo vuoto e prosciugato di ogni sentimento.

Una fitta di dolore acuto colpisce il cuore del lettore già dalle primissime pagine, accompagnata da un senso di inadeguatezza e impotenza che provoca nausea e fa girar la testa.

Immedesimarsi in Teresa non è affatto difficile poiché Federica riesce a trasmettere, attraverso l’uso magistrale delle parole, ogni singola sensazione provata da quest’ultima. Madre, moglie, ma soprattutto Donna, a lei non spetta la possibilità di scegliere della vita della creatura che ha portato in grembo, lei deve solo soccombere e subire, sola e abbandonata nel suo strazio personale.

E poi c’è Paolo.

Paolo il bambino deforme, Paolo nato con la sindrome di Down e per questo immeritevole di ricevere amore. Paolo dichiarato morto, strappato dalle braccia della madre e recluso in un manicomio. Paolo trattato come un criminale, condannato alla reclusione e alla morte, solo perché diverso, solo perché sbagliato agli occhi di una società ignorante, bigotta e guidata dalla paura.

Le descrizioni dell’autrice ci mostrano una verità fatta di corridoi sudici, letti sfatti, catene e punizioni.

Riusciamo a percepire il rumore delle brande cigolanti, il tintinnio delle catene, le urla strazianti di pazienti oggetto, utili solo per essere torturati e maltrattati da medici subdoli e viscidi, che mascherano questo scempio dietro la scusa ipocrita della scienza, di cure sperimentali volte ad una guarigione che non giungerà mai.

Riusciamo distintamente a percepire l’odore acre delle urine e quello pungente del disinfettante.

Riusciamo a vedere senza troppa difficoltà il viola dei lividi sui corpi di pazienti incapaci di difendersi, il giallo della biancheria sporca e il bianco dei camici di dottori che di candido hanno solo la veste che indossano.

Un libro di denuncia, quello di Federica, che fa luce sui soprusi messi in atto dai “potenti” ai danni di chi ha come unica colpa quella di non essere istruito e che, quindi, non può comprendere il sottile velo che divide la verità dalla menzogna.

Un romanzo che porta davanti agli occhi di tutti la paura per il diverso e l’incapacità dell’essere umano di empatizzare con i dolori altrui.

Un testo forte, che sprigiona disgusto e provoca un enorme senso di rabbia nel lettore: rabbia verso la crudeltà umana, verso le verità omesse e verso il desiderio riluttante dell’essere umano di prevaricare i più deboli, di voler a tutti i costi porsi al di sopra di chiunque altro autoproclamandosi giudici supremi a qualsiasi costo, imponendo la propria opinione come unica possibile, come verità assoluta.

In un quadro di degrado e ingiustizie, di ignoranza e bigotta crudeltà però, un flebile raggio di luce si fa spazio, rompendo le righe.

La luce in questo caso ha il volto di un’infermiera, di una dottoressa, di una madre e di chi ha deciso di non accettare una mezza verità imposta, di chi ha deciso che ribellarsi, combattere e amare è la giusta soluzione.

Dal male assoluto emerge così il bene, che si impone con un messaggio in grado di abbattere ogni barriera, un messaggio urlato a squarciagola pregno di frustrazioni e dispiacere, un messaggio di speranza che ci dice che le cose possono cambiare solo se ognuno di noi decide di farlo.

Ognuno nel suo piccolo, ogni voce che, dapprima sola, si unisce a quella di altri, all’urlo straziante di chi vuole giustizia, libertà ed uguaglianza in un unico, grande coro, capace di raggiungere l’obbiettivo: cancellare l’odio grazie all’amore.

Liberamente tratto dalla realtà del dopoguerra eppure disperatamente attuale, in una società come quella d’oggi in cui l’odio sembra essere l’unico sentimento di cui l’essere umano è capace, “Il bambino che non poteva amare” è un romanzo che va letto con il doveroso rispetto e che andrebbe portato nelle scuole per via del suo enorme potenziale educativo: perché la storia insegna e solo conoscendola possiamo evitare di ripeterla.

Recensione “IL SIGILLO DELLE CENTO CHIAVI” di Daniela Tresconi a cura di Alessia Cerbara

Golfo della Spezia (Liguria), fine del ‘500. Due frati e il giovane novizio Sebastiano abbandonano la cappella di San Bartolomeo delle cento chiavi alla marina dopo averla data alle fiamme. Conducono con loro due preziose teche: una verrà custodita nelle viscere della collina mentre l’altra verrà portata a Francoforte in Germania dal giovane Sebastiano e dall’intraprendente Camillea. Il segreto su un misterioso quadro e sul contenuto delle due teche sarà protetto nei secoli dagli appartenenti alla Confraternita delle cento chiavi.

Francoforte (Germania), oggi. Il giovane Sebastien eredita da nonna Sibille uno scrigno che contiene uno sconvolgente segreto. Il ragazzo intraprenderà un viaggio in Italia, nel piccolo borgo di Pitelli in Liguria, alla ricerca del suo passato e di quello di un’intera comunità, trovando invece il suo futuro e l’amore di una giovane donna, Camilla. Sceglieranno di continuare a proteggere il segreto?

Chiudere un libro e non riuscire a trovare le parole adatte per rendergli giustizia è quanto mi sta accadendo; continuo a stare ferma davanti il PC chiedendomi da dove iniziare, cosa sottolineare di più o cosa enfatizzare per trasmettervi la miriade di emozioni che questa piccola chicca di mistery storico è riuscita a comunicarmi senza riuscirvi, quindi, decido di seguire il cuore, dare voce esclusivamente all’emotività e raccontarvi ciò che viene da dentro.

Il romanzo trasuda sentimento in ogni sua pagina e, lo ammetto senza vergogna, in più situazioni mi sono trovata a commuovermi: tale è la sensibilità usata nel trattare temi delicati e l’incredibile immedesimazione che Daniela Tresconi riesce a evocare.

C’è l’amore per le proprie origini: la storia dei luoghi è frutto di ricerca magistrale che abbraccia un arco temporale che va dal XVI secolo fino ai giorni nostri; un passato che non può né deve essere cancellato e che traccerà, senza dubbio alcuno, un futuro forse anche già scritto, ma ancora non elaborato e compreso.

C’è l’amore per la propria terra, i suoi odori, sapori e colori, che, si comprende, sono molto amati dalla scrittrice: non è difficile intuire che ella li conosca bene e che la ricerca geografica di viuzze, pertugi e ciò che potrebbe essere celato agli occhi è minuziosa e frutto di sopralluoghi anche, probabilmente, ripetuti nel tempo. Non vi nascondo che la voglia di visitare i luoghi menzionati e vivere la festa “Pitei ‘n Cantina” che si tiene in agosto, a me è venuta.

C’è l’amore per il proprio credo da difendere e tramandare che, si comprende, è palpabile e degno di rispetto. E’ un disegno che va compreso senza spiegazioni un po’ come accade per la vita che, anche se pregna di difficoltà e, a volte, di sofferenze indicibili e incomprensibili, va accettata per come è.

E poi c’è l’amore eterno, quello che resta dentro di noi e non si cancella mai, che tutto può e tutto lenisce, ovvero l’amore della famiglia: l’amore di una madre, di due fratelli, di una nonna, di due anime che si sono, finalmente, (ri)trovate.

Non sono madre, ma il desiderio ti fa, comunque, percepire ciò che si prova, e io il dolore di Isadora l’ho sentito, mi ha trafitto l’anima e ho compreso ogni sua singola decisione e comportamento. E’ una madre che non si è mai arresa e ha protetto, in ogni modo, i propri figli; è stata una presenza importante pur con tante difficoltà e ha saputo instillare amore in ogni suo gesto. Ha reso indipendente e fiera di sé la propria figlia che, a sua volta, ha protetto il fratello. E’ come se il suo amore incondizionato e puro ha saputo creare un velo di protezione che è arrivato a entrambi, superando barriere indegne, e che ha insegnato loro la capacità di amarsi e proteggersi vicendevolmente. “Il sangue dello stesso sangue non poteva rimanere separato” ci dice l’autrice e, credetemi, è realtà che arriva al cuore e fa provare brividi intensi.

Sono, invece, una nipote che è stata amata tanto dalla propria nonna e il legame forte che io avevo con lei l’ho sentito altrettanto intenso nelle pagine: Sibille è una nonna amorevole che c’è stata e continua a esserci e la lettura della lettera indirizzata al nipote a me ha commosso molto. E’ un amore che senti nel profondo ed è capace di restarti accanto senza abbandonarti mai: ho percepito nell’anima ogni singola emozione e descriverla è davvero difficile ma sono certa che ognuno di voi che la leggerà vi ritroverà l’amore della propria nonna.

L’amore di Camilla (Milly) che travolge, sconvolge e guida la ricerca della verità senza arrendersi mai e riesce a mantenere un segreto delicato e potente assieme al suo compagno: rappresenta la caparbietà, la tenacia e la positività in ogni suo tratto.

Come noterete ho citato protagoniste femminili, ma non è un caso: è sentito e voluto perché questo aspetto del libro mi è arrivato forte e significativo.

La figura della donna è centrale per tutta la narrazione e colpisce per l’intensità. E’ cruciale, per l’autrice, il loro ruolo e l’emozione con cui ce le presenta è palpabile: sono donne forti, intelligenti, intraprendenti, capaci di badare a se stesse cui il concetto di sapersi bastare è ben chiaro e vivido e che, soprattutto, non si piegano di fronte a niente e nessuno, tantomeno si fanno relegare dietro ruoli marginali cui la società le vorrebbe.

Non lo nego, da donna forte e risoluta, questo particolare mi è piaciuto molto perché è un messaggio importante da sottolineare e tramandare alle generazioni future perché, purtroppo a tutt’oggi, non c’è parità di genere e la donna si ritrova fin troppo spesso a dover rivendicare ciò che già di diritto le spetta.

Tramite loro la scrittrice, ci fa arrivare anche un altro messaggio importante che è quello della speranza, del crederci sempre, di non lasciarsi mai sopraffare dalle avversità e di non abbandonare mai perché, nonostante “il per sempre non esiste” come ci dice in un momento del libro, ci dimostra, alla fine, che c’è un destino tracciato per ognuno di noi e, anche se periglioso e doloroso, condurrà verso la meta agognata e desiderata e sarà in grado, soprattutto, di disegnarci un nuovo sorriso sulle labbra.

Daniela Tresconi, con sublime delicatezza ed eleganza ci regala perle importanti non solo con le parole ma anche attraverso i disegni affidati all’illustratrice Elena Galati Giordano, che ci accompagnano durante la lettura. E’ stata una scelta geniale che mi ha stupito e catapultato, in un attimo, indietro nel tempo a quando, da piccola, leggevo le fiabe e rapita guardavo i disegni: beh, vi assicuro, che con la stessa aria trasognante ho guardato le illustrazioni.

Il volto di Camillea è esattamente come ci viene descritto, trasuda determinazione e forza: ti buca l’anima, ti guarda diritto negli occhi come se fosse in grado di leggerti e, dopo aver frugato dentro di te, ti lascia attonito a cercare di comprendere.

Anche le illustrazioni che ritraggono Sebastien e Milly sono intense: con lui si riescono a provare sconforto, frustrazione e annientamento mentre lei riesce a trasmetterci esuberanza, determinazione e voglia di vivere. Ying e Yang di una stessa medaglia che combaciano alla perfezione e sono in grado di completarsi a vicenda.

Quanto detto, oltre ad avere una carica emozionale non indifferente, ha anche un fondamento importante perché, la quasi totalità del racconto è supportata da precise citazioni, rimandi storico – geografici e cenni bibliografici di tutto rispetto: la ricerca delle fonti è minuziosa e dettagliata e sottolinea un lavoro egregio.

Non posso, quindi, che concludere con i miei più sinceri complimenti all’autrice e a tutti i collaboratori di cui si avvalsa perché ho sentito la sua opera in modo completo e intimo: si sente l’amore per la famiglia, i luoghi e la loro storia e la voglia di trasmettere buoni sentimenti e spronare alla loro conoscenza.

Libri sotto l’ombrellone – I consigli di Sogni di Carta – Part. 4

Ed eccoci giunti all’ultima puntata della rubrica “Libri sotto l’ombrellone”

Con l’augurio di aver stuzzicato la vostra curiosità, vi lasciamo agli ultimi titoli.

Buona Lettura!

 

Micropolis – Giuseppe Milisenda

Lettura per i più giovani, ma poi neanche tanto. L’avventura di Fotone e della colonia degli Xsmalls va al di là del semplice racconto d’avventura per ragazzi: la Terra ha bisogno di essere salvata, e non solo dall’inquinamento!
Uno degli esordi più divertenti tra quelli dedicati ai lettori più giovani.

 

 

 

Kaijin. L’ombra di cenere – Linda Lercari 

Giappone-1330.

Usi e costumi del Giappone dell’epoca, raccontati attraverso una storia fitta di mistero che assume le sfumature vivaci del rosso su di una tela color avorio.

Una caccia al tesoro tra la dolcezza dell’amore e la crudele pace della morte.

Un romanzo da leggere con la doverosa lentezza capace di affascinare tutti i lettori.

 

Il mutafavole e la lista segreta degli svelamondi – Antonio Carmine Napolitano

Secondo volume di una saga fantasy dedicata ad un pubblico giovane, ma adatta ad ogni età.

Sogni, magia e realtà si fondono alla perfezione in un intreccio narrativo gestito con estrema maestria.

Amicizia, fedeltà e determinazione: sono le caratteristiche del giovane e coraggioso protagonista che alla scoperta di un nuovo se, accompagnerà il lettore in un profondo percorso di crescita.

 

 

Victorian Solstice – Vittoria Corella e Federica Soprani

Viaggio che tocca punti cardine della vita incontrando il degrado come anche l’opulenza: l’amicizia che nasce dalla sfiducia e che diventerà sempre più intima, l’amore declinato in ogni sua forma e dimostrazione, il rancore che viene esacerbato fino a colpire e la speranza che tutto può e  deve.

 

 

 

 

Il grande classico

Il fu Mattia Pascal – Luigi Pirandello 

Un grande classico della letteratura italiana: “Il fu Mattia Pascal” di Luigi Pirandello.

Leggerlo è sempre un piacere e non solo per l’amore per i classici, ma per ricordare l’avventura di Pascal: inquieto e insofferente, che scappa senza lasciare traccia di sé.

Libri sotto l’ombrellone – I consigli di Sogni di Carta – Part. 1

L’estate è arrivata e con essa la voglia di rilassarsi e godersi un po di meritata vacanza, dopo un intenso anno di lavoro e fatica.

Che siate sotto l’ombrellone, in montagna, seduti in un prato  o sul divano di casa, poco importa: l’estate è il periodo migliore per godere di un buon libro.

Lo staff di Sogni Di Carta quest’anno si è dato da fare per voi, selezionando sedici letture e ben quattro grandi classici, da consigliarvi per passare al meglio questa lunga estate.

Essendo una lista bella corposa, abbiamo deciso di suddividere i consigli in quattro puntate ed oggi, vi invitiamo a dare una sbirciatina alla prima!

Buona Lettura!

 

 Il bambino che non poteva amare – Federica D’ascani.

Paura per il diverso, pregiudizi dettati dall’ignoranza e tutta la crudeltà di cui il genere  umano è capace.

La penna raffinata dell’autrice regala emozioni forti, spesso contrastanti e in grado di stravolgere il lettore.

Una storia deliberatamente tratta da una realtà di altri tempi che però, sa  essere disperatamente attuale.

 

 

 

Scrivi – Marianna Brogi

Lettura intima quasi autobiografica.

Vero e proprio inno alla scrittura e al suo potere esorcizzante capace di guarire ferite, far riconquistare fiducia in se stessi e affrontare la vita per come la si desidera e non per come è stata preconfezionata.

 

 

 

 

Jerome la Crus – Daisy Franchetto 

Un fantasy in cui il protagonista e i personaggi principali sono poco più che adolescenti, costretti ad affrontare temi difficili, che si penserebbero più adatti all’età adulta.
“Jerome La Crus” racconta di come le nostre paure, se affrontate e accettate come parte di sé, possono trasformarsi nell’arma più potente che abbiamo a disposizione.
Scorrevole e dal ritmo teso, vi terrà incollati alle pagine fino all’ultima riga.

 

La finca cubana – Martina della Ragione

Per gli amanti delle storie vere, intense e piene di emozioni, questo è il miglior libro da portare in spiaggia.

Quasi vivo per quanto toccante e realistico: scorrevole, bilanciato e ben costruito.

“La finca cubana” è la lettura della stagione.

 

 

 

Il grande classico 

Il Piccolo Principe – Antoine de Saint – Exupéry

Capolavoro della letteratura che non può mancare poichè, nonostante sia considerato un libro per ragazzi è, di fatto, adatto a tutte le età e plasmabile al momento in cui lo si legge.

E’ un romanzo filosofico che affronta, con le parole delicate di una fiaba, temi importanti, quali la solitudine, il significato dell’amore, dell’amicizia e della cura dell’altro, il senso della vita e l’ineluttabilità della sua fine.

Recensione “COMPITO PER DOMANI” di Nicolae Dabija a cura di Letizia Rossi

1940: a Poiana, piccolo villaggio romeno, i soldati di Stalin fanno irruzione e arrestano il giovane insegnante Mihai, spedendolo in Siberia. Maria, alunna segretamente innamorata di lui, si mette sulle sue tracce.

Dopo tredici anni Mihai, testimone di tante brutture, farà ritorno a Poiana portando con sé un nuovo motivo di speranza.

La vita continua, malgrado l’intromissione delle forze del male.

Un’intensa storia d’amore tra gli orrori del gulag.

Secondo alcuni sondaggi il romanzo Compito per domani – tradotto in diverse lingue – è il libro più letto negli ultimi cinquanta anni in Moldavia.

Il XX secolo verrà ricordato per tanti motivi e per avvenimenti che hanno segnato il corso della storia come, forse, in poche altre epoche è accaduto. Non saranno, però, solo i conflitti mondiali, la guerra fredda, la caduta del comunismo, la fine dell’apartheid, gli enormi cambiamenti politici a restare impressi nella memoria. Il secolo appena finito, sui libri di storia, sarà quello dei campi di concentramento. E subito la mente corre ad Auschwitz con il suo cancello, “Arbeit macht frei”, a Birkenau, Dachau e tanti, troppi altri nomi.
Ma l’orrore dei campi di sterminio non è stata prerogativa nazista. Lo stesso metodo, sistematico e disumano, era caratteristica dello stalinismo. La Russia e i paesi dell’Europa orientale filocomunista, sotto il governo del generale Stalin, hanno conosciuto una delle più feroci repressioni dell’opposizione politica. In quarant’anni, sono stati circa 29 milioni i deportati nei Gulag; le vittime accertate arrivano quasi a 3 milioni, anche se il numero è incerto e si ritiene che possa essere molto più elevato, considerando le esecuzioni giuridiche e le morti avvenute in seguito alla prigionia per le condizioni fisiche irrimediabilmente compromesse.

Nicolae Dabija per raccontarci la sua storia ci porta a Poiana, cittadella di contadini nel cuore della Bessarabia, a pochi giorni dall’occupazione sovietica avvenuta il 28 giugno 1940.
Siamo in una scuola, dove un giovane professore di letteratura, Mihai Ulmu, sta tenendo le sue ultime lezioni prima dell’esame finale. Mihai ama profondamente il suo lavoro e trasmette la sua passione agli alunni, ai quali non dispensa solo nozioni tratte dai libri. Egli accende in loro le scintille del senso critico, della curiosità, del pensiero e della riflessione.
È proprio la mattina del 28 giugno 1940 che quel perseguire la libertà intellettuale, sua ma soprattutto dei giovani a lui affidati, gli costerà un prezzo altissimo. Mihai viene arrestato dalle milizie sovietiche, accusato di essere “nemico del popolo”. Da quel momento inizierà la sua discesa all’inferno in quel limbo privo di logica e di umanità che è il Gulag, nella fredda Siberia. Ma non sarà solo in questo viaggio: Maria Radezu, la più brillante tra i suoi alunni, attraverserà tutta la Russia per raggiungerlo. Perché Maria ha avuto in prestito un volume di poesie dal suo insegnante e vuole a tutti i costi restituirlo. E perché Maria, di quel suo insegnante, è innamorata e, per ricongiungersi a lui, è disposta ad affrontare qualunque cosa: persino la prigionia in un campo di sterminio.

Si potrebbe pensare che un tema così difficile come la prigionia in un Gulag possa essere trattato solo con durezza, cinismo, persino crudeltà. Ma Nicolae Dabija è un poeta, oltre che scrittore, e quel tema ce lo racconta proprio attraverso questa cifra stilistica. È la poesia il primo amore di Mihai; è la poesia che risveglia l’amore di Maria; è un libro di poesia che offrirà il pretesto alla giovane per compiere la più grande impresa della sua vita. Ed attraverso un linguaggio poetico Dabija ci descrive gli orrori della vita nel campo di lavoro.

La narrazione scorre su due binari paralleli, alternando il punto di vista tra Mihai e Maria pur mantenendo la terza persona singolare.
La vita del professore viene raccontata nella sua atroce quotidianità fatta di fame, freddo, fatica e alienazione. Allo stesso tempo però attorno a lui si scopre un’umanità che resiste,  aggrappata alla vita che ha dovuto abbandonare e che spera di ritrovare una volta terminati gli anni di prigionia. Figure sopra le righe, a volte vicine alla follia; delinquenti e assassini accanto a sacerdoti, pacifisti o intellettuali. È proprio uno di questi ultimi che diverrà amico e maestro di Mihai: Osip Ėmil’evič Mandel’štam, poeta e letterato russo. E qui abbiamo un colpo di scena, perché Mandel’štam è esistito davvero ed è stato un forte oppositore dello stalinismo, anche se nella realtà è morto in un Gulag nel 1938, quindi ben prima degli avvenimenti narrati nel libro.
La presenza di Mandel’štam si presta a chiavi di lettura molteplici. Potrebbe essere un semplice omaggio dell’autore al poeta oppure la rappresentazione dell’essenza stessa della poesia e dell’intelletto. A suggerirmi queste ipotesi c’è primo dialogo tra il protagonista e Mandel’štam: uno scambio di battute in latino, lingua che nella Russia del 1940 era pressoché ignorata anche dagli studiosi. Nel corso del testo, poi, saranno numerosi ancora gli argomenti che i due tratteranno e quasi tutti verteranno sulla filosofia, altro grande amore del poeta.

Le mie impressioni riguardo questo romanzo sono contrastanti.

Ne riconosco il valore: la scrittura e lo stile sono di alto livello. La competenza dell’autore si pone in risalto e la sua maestria dà vita a numerose pagine dove le parole creano periodi fluidi e dalla ricca musicalità.

Altra componente da sottolineare positivamente è l’argomento trattato. Sono del parere che gli orrori dei campi di concentramento vadano ricordati incessantemente; la memoria storica necessita di essere nutrita, sempre, anche a costo di leggere pagine dolorose, che facciano male.

Indubbiamente il motore del libro è la storia d’amore tra Mihai e Maria, un amore talmente puro ed elevato nello spirito e nell’intelletto da creare un contrasto stridente con l’ambientazione nel gulag. Ci sono però dei passaggi, così come dei dialoghi tra i due protagonisti, che ho trovato a volte ingenui, altre volte improbabili e molto poco verosimili.
È questo, l’aspetto che mi ha lasciata perplessa. Comprendo che l’autore abbia voluto descrivere, con molta probabilità, un amore assoluto e perfetto. Il risultato però è quello di aver conferito al sentimento caratteristiche più simili a qualcosa di platonico, idealizzato e poco reale. Lo stesso posso dire dei protagonisti che, se nelle azioni in cui sono soli dimostrano personalità ricche, determinazione e grande forza interiore, nelle scene in cui sono insieme sembrano quasi tornare a un’ingenuità adolescenziale, in netto contrasto con ciò che hanno dimostrato di essere solo poche pagine prima.

Ho percepito questo contrasto, sicuramente voluto e cercato, come un’incoerenza. Avrei preferito leggere una storia d’amore più vera, protagonisti meno sognanti ma più concreti, che non mi raccontassero una fiaba romantica ma mi tenessero sempre con gli occhi di fronte alla verità, se pur dolorosa.
Questo però resta il mio punto di vista, che, sia ben chiaro, non vuole togliere nulla a un libro che resta un’opera importante e che potrebbe essere molto utile nelle scuole, per far conoscere ai ragazzi una realtà che viene spesso dimenticata, a volte persino negata.

Cover Reveal “IL SIGILLO DELLE CENTO CHIAVI” di Daniela Tresconi

Titolo: IL SIGILLO DELLE CENTO CHIAVI

Autore: Daniela Tresconi

Editore: Panesi Edizioni – http://www.panesiedizioni.it

Formato: ebook e cartaceo

Prezzo: € 2,99 – € 10,00

Isbn: 9788899289867

Genere: narrativa, mistery, storico

Data di uscita: aprile 2019

Golfo della Spezia (Liguria), fine del ‘500. Due frati e il giovane novizio Sebastiano abbandonano la cappella di San Bartolomeo delle cento chiavi alla marina dopo averla data alle fiamme. Conducono con loro due preziose teche: una verrà custodita nelle viscere della collina mentre l’altra verrà portata a Francoforte in Germania dal giovane Sebastiano e dall’intraprendente Camillea. Il segreto su un misterioso quadro e sul contenuto delle due teche sarà protetto nei secoli dagli appartenenti alla Confraternita delle cento chiavi.

Francoforte (Germania), oggi. Il giovane Sebastien eredita da nonna Sibille uno scrigno che contiene uno sconvolgente segreto. Il ragazzo intraprenderà un viaggio in Italia, nel piccolo borgo di Pitelli in Liguria, alla ricerca del suo passato e di quello di un’intera comunità, trovando invece il suo futuro e l’amore di una giovane donna. Sceglieranno di continuare a proteggere il segreto?

Breve  estratto

Un agglomerato di piccole costruzioni lungo una strada di passaggio. Anonimo, avrebbero dovuto mantenerlo anonimo a tal punto che a nessuno sarebbe mai venuto in mente di trovare notizie o eventi da raccontare su un borgo nato lungo una strada. Ciascuno di loro aveva il marchio sul polso e tutti gli altri a venire avrebbero dovuto portarlo, semplicemente per riconoscersi, anche senza parlare. Ogni famiglia avrebbe scelto il suo primogenito, maschio o femmina non aveva alcuna importanza, lo avrebbe segnato e a lui sarebbe spettato il compito di controllare che la teca fosse sempre al suo posto e che nessuno mai potesse avvicinarsi ad essa.

Terza tappa Blogtour “IL BOSCAIOLO” di Paola Marchese – Il ruolo della donna nel medioevo

Il ruolo della donna nella società è da sempre un argomento di discussione spinoso, in grado di scuotere le coscienze e mobilitare le menti.

Non esiste un periodo storico in cui la donna non abbia dovuto lottare per vedersi riconoscere dei diritti, che dovrebbero esserle riconosciuti senza alcun indugio.

Ancora ai giorni nostri, nonostante le numerose lotte e gli anni trascorsi, non si può di certo affermare che la donna abbia un ruolo paritario a quello dell’uomo o che possa dire, a gran voce, di avere gli stessi diritti.

Siamo ancora soggette al giudizio di una società bigotta che pretende di decidere a tavolino quale sia il modo migliore di essere donna, che pretende di determinare delle caratteristiche univoche che indichino l’unico modo possibile di esserlo.

Fatta questa premessa però, è necessario ammettere che, grazie al coraggio, alla determinazione e alla forza delle nostre antenate, oggi la nostra generazione di donne, ha molte più libertà di quante potessero anche solo sperare di avere loro.

Facciamo quindi un salto nel passato, facendo scorrere le lancette del tempo al contrario fino al medioevo, epoca buia e piena di mistero in cui le donne erano solo oggetti di bell’aspetto, vincolate in schemi ben precisi e totalmente private della loro naturale libertà.

Paola Marchese nel suo romanzo “Il Boscaiolo” ci porta a conoscere usi e costumi della Sicilia medioevale, in particolare nel periodo storico dei “Vespri”.

La protagonista Lidia è una giovane baronessina viziata, testarda e antipatica.

Lidia vive nel suo castello, abituata agli agi della nobiltà, e poco le importa di conoscere ciò che accade all’esterno delle sue mura sicure, ma, purtroppo, gli eventi decideranno per lei un destino diverso.

L’autrice affida agli altri personaggi la narrazione dei fatti ed essi, raccontandosi alla protagonista, le fanno conoscere ciò che le ruota attorno.

Questa scelta è a parer mio particolarmente indicativa per iniziare a porre le basi di un discorso riguardante la condizione della donna in quel particolare periodo storico.

E’ costretta, infatti, a vivere il mondo attraverso gli occhi degli altri, similitudine della relegazione sociale vissuta in quell’epoca da tutte le donne.

La donna nel medioevo è privata di quasi tutte le libertà.

 

“E oltretutto ella, appena sedicenne in un’epoca in cui non le era consentito avere delle idee, come avrebbe potuto contrastare le decisioni degli uomini della sua famiglia, se anche le fosse stato consentito di parlare?”

 

Con questa citazione tratta dalle prime pagine del romanzo, Paola Marchese, mette in luce la condizione della Donna nella sua interezza.

Fisicamente deboli e moralmente fragili, le donne nel Medioevo erano viste come esseri da proteggere, sia dagli altri che da se stesse.

Che fossero esse nobili, contadine o religiose di un convento, erano sottoposte alla sorveglianza e guida degli uomini.

Nemmeno a seguito di una vedovanza, era loro concesso di sostenere un’attività poiché, ogni amministrazione, doveva per legge essere diretta o integrata da un uomo.

Sottoposte costantemente a un profondo svilimento morale, sottolineato alla perfezione dall’autrice, la donna non aveva libertà di scelta su nulla.

Costrette a sorridere senza mostrare i denti per non storpiare il volto, a camminare a testa bassa e a tenere gli occhi socchiusi, per non incrociare sguardi altrui o non lasciar trasparire espressività alcuna, esse erano oggetti, merce di scambio utili agli uomini per poter portare a termine i loro affari politici o commerciali o semplicemente contenitori utili per la procreazione

La protagonista di questo romanzo, si fa portavoce di un’emancipazione ancora lontana.

E’ dotata di spiccato intelletto e si interessa di politica dimostrando acume e divenendo, da subito, un’eroina silenziosa.

Antitesi di quel che una donna dovrebbe essere per l’epoca, viene punita e costretta a sposare un uomo rude e grezzo, che non appartiene al suo rango sociale e che le farà conoscere un mondo fatto di sacrificio e privazioni, ma che, allo stesso tempo, le farà scoprire sentimenti sconosciuti che, in altre circostanze, non avrebbe potuto vivere.

Nel suo romanzo, l’autrice dimostra grandi capacità, dandoci un testo che denota un profondo studio sul periodo storico trattato e che ci offre spunti di riflessione importanti e incredibilmente attuali.

Paola Marchese ci mostra senza mezzi termini, la prevaricazione perpetrata a danno della figura femminile nel periodo storico trattato.

Ci pone davanti alle condizioni di vita e al ruolo di “bambole” senza intelletto delle donne.

Donne senza conoscenza, private della possibilità di studiare, volutamente ignoranti.

Donne oggetto, donne di proprietà di chiunque meno che di se stesse, donne negate, donne indottrinate dalla società che quello fosse l’unico modo giusto di esser Donne.

Donne che hanno saputo nel loro piccolo ribellarsi e far sentire la loro voce, sussurrata nell’orecchio delle loro figlie, e poi ancora delle nipoti, di generazione in generazione.

Donne che hanno tenuto lo sguardo basso, per permettere a noi di capire chi siamo e dove desideriamo arrivare e, soprattutto, come non dovremmo mai essere trattare.