Recensione Anteprima “IL PENTACOLO – Legacy of Darkness. Saga completa” di Miriam Palombi a cura di Letizia Rossi

sinossi

Malcom sa che il tempo sta finendo. Non gli resta molto da vivere e con la sua morte nessuno proteggerà il sottile equilibrio tra il mondo del paranormale e quello della scienza. L’antico ordine del Pentacolo ormai è decaduto, ma l’uomo tenterà il tutto per tutto affinché Londra non cada nel caos. Un pugno di uomini dalle strane facoltà, potranno sostituirlo, lo sa, i suoi poteri glielo hanno detto.

Galahad dovrà raggiungerli e convincerli ad abbracciare il loro destino. Saranno costretti ad accettare la loro natura e scendere a patti con i propri demoni. In gioco non c’è solo la vita o la morte ma la possibilità di dannare per sempre la propria anima in un’avventura che li porterà fino alle radici malate della Nuova Tecnica.

Stone Temple House attende tutti loro, il pentacolo inciso nella pietra li aspetta. Il simbolo è in attesa di essere aperto ancora una volta.

recensioneanteprima

Mai dire che un determinato genere di letture non fa per noi, non ci piace, lo evitiamo. Perché poi succede che arriva un autore che smentisce le nostre convinzioni… e non resta che ammettere quanto ci si sbagliava.
Leggere Miriam Palombi su di me ha avuto esattamente questo effetto. La sua penna essenziale, tagliente, raffinata, mi ha fatto scoprire un horror diverso da quello che per anni ho immaginato e, spesso, trovato nei libri di questo genere.
Ho affrontato la lettura di questa sua imminente nuova uscita con entusiasmo e curiosità, certa che non mi avrebbe delusa e così è stato.

Bastano poche righe per immergersi in un’atmosfera grigia, cupa… è Londra la città che fa da sfondo alla storia. Una Londra nebbiosa e umida, caotica, fatta di vicoli, ombre, antichi manieri che nascondono segreti e misteri. E così come la città reca in se stessa un’anima antica e il progresso più avanzato, la vicenda sembra oscillare costantemente nel tempo: fine ‘800 e futuro convivono e danno vita a una dimensione fantastica ma al tempo stesso estremamente ancorata alla realtà. Ad accentuare questa percezione contribuiscono i salti temporali, con tanto di flashback che riporta alla seconda guerra mondiale. Tutto però appare come racchiuso in una bolla dove, appunto, il tempo ha un suo scorrere e una sua propria identitàà, diversa da quella che potremmo concepire razionalmente.
Incastonata in questo contesto, una storia che mescola abilmente elementi fantasy, thriller e horror con misura ed equilibrio mirabili.

Miriam Palombi non risparmia scene macabre e violente ma resiste alla tentazione di scivolare nello splatter fine a se stesso.

È l’atavica lotta tra il bene e il male a fare da motore della storia. Ma se ci aspettiamo i soliti buoni contro i cattivi, verremo disattesi.

Ci si aspetterebbe che i protagonisti fossero tutti perfetti, eroici… e invece no. Ciascuno porta in sé, chi più velatamente chi meno, componenti positive e negative. Essere dotati di un potere non è una scelta. Lo è invece decidere cosa farne.
Tra gli attori principali della trama voglio citare lei, l’unica donna: Elisabeth Wu. Apparentemente è la meno dotata tra i cinque; fragile, sensibile, vulnerabile, “umana” come non mai e quindi facilmente classificabile come elemento debole, si rivelerà invece l’elemento chiave del Pentacolo, quello che porterà alla vera rivoluzione. Non è un caso, a parer mio, che proprio nelle sue mani si depongano intuizioni e capacità straordinari, quasi a ricordarci che ancora una volta la figura della donna ha un potere salvifico per il genere umano.
Molto affascinante anche la figura di Dimitri Ivanoff, l’uomo che, cresciuto con i lupi, ne ha assorbito le doti da cacciatore, non solo nel comportamento ma anche nei sensi acuti e nei riflessi pronti e scattanti.

Ma è Galahad, il fedele servitore sfregiato, ad avermi conquistata. All’apparenza ambiguo e simile nell’aspetto alla raffigurazione della morte, nasconde sensibilità e umanità che cela al mondo con i suoi modi schivi e l’alone di mistero che si è creata attorno a lui. Sono queste doti, oltre ad un potere che lo accompagna fin da bambino, a renderlo prezioso, anima e allo stesso tempo protettore del Pentacolo.

Un punto che mi è parso debole in questa trilogia riguarda proprio i personaggi.
Nelle prime due parti si creano delle aspettative, svelando alcuni aspetti della natura e delle origini dei protagonisti. Si intuisce che ciascuno abbia enormi potenzialitàà e, con queste premesse, ci si immagina che nella terza parte accadano grandi cose. Invece quelle aspettative vengono un po’ deluse: l’ultimo capitolo vede i cinque (sei, con Galahad) inseriti in un contesto in cui agiscono come una squadra di investigatori, piuttosto che come creature straordinarie dotate di poteri e responsabilitàà di calibro notevole. Quell’atmosfera epica plasmata attorno a loro viene smorzata. Contribuisce a questo anche l’aver reso il terzo capitolo della saga un vero e proprio thriller. Se pur ben congegnato, teso e incalzante, la trama e le indagini si antepongono alla dimensione sovrannaturale che, sia ben chiaro, persiste ma si pone in secondo piano. Insomma, si torna con i piedi a terra dopo aver volato in alta quota, pur mantenendo in parte quello che si è assaporato prima.
Bisogna però dire che è proprio in questo capitolo finale che il Pentacolo e Galahad vengono mostrati nella loro complessitàà e completezza, ci vengono svelati tasselli importanti del loro passato che permettono al lettore di collegare i fili lasciati sparsi dall’autrice in precedenza. L’indagine diventa un mezzo per far conoscere ancora meglio ciascun protagonista. È, quindi, un lieve cambio di direzione che inserito nel contesto generale di tutta la trilogia si comprende meglio.

L’ultima considerazione la riservo per l’elemento che più mi ha conquistata: lo stile. Miriam, in questo, è davvero un’eccellenza. Cesella ogni frase, scegliendo con cura i vocaboli e utilizzando un linguaggio ricco e vario. Le bastano poche parole per dare vita a immagini forti e vive, contornate da atmosfere dettagliate.
Non si perde in fronzoli inutili, la sua è una scrittura asciutta ed essenziale che mantiene il lettore ben saldo sui binari della narrazione.

Tirando le somme, “Il Pentacolo – Legacy of Darkness”, pur con qualche piccola e assolutamente perdonabile debolezza, è un libro scorrevole e coinvolgente. 370 pagine che scivolano, una dopo l’altra, prima ancora che ci si renda conto che si sta leggendo una trilogia.

Recensione “FORMULE MORTALI” di François Morlupi a cura di Sara Canini

In una torrida estate romana un passante scopre un cadavere di un uomo atrocemente torturato e mutilato. Sul terreno insanguinato gli arti amputati disegnano una celebre formula fisica. È il primo di una serie di omicidi rituali che coinvolgono vittime senza alcun legame apparente. A tentare di risolvere il caso è chiamato il commissario Ansaldi, professionista integerrimo ma tormentato dall’ansia e dagli attacchi di panico. Ad accompagnarlo in questa avventura verso il male, il vice ispettore Loy, una ragazza con un

forte disturbo antisociale di personalità, e altri tre membri del commissariato di Monteverde. Tenteranno insieme di venire a capo di quello che ormai i media hanno battezzato come “il caso delle formule mortali” un’indagine dopo la quale nessuno dei protagonisti sarà più lo stesso.

Il giallo è il genere letterario più venduto al mondo. E poco importa se negli Stati Uniti prende il nome di “Thriller”, perché gli yankee a stelle e strisce sono soliti infilare qualche scena d’azione un po’ ovunque e stravolgono la natura di qualsiasi cosa. Invece, noi europei restiamo dei romantici nostalgici di Agatha Christie.

A quelli del vecchio continente piace tingere di giallo il grosso punto interrogativo che si stampa sulla faccia del detective di turno (o come in questo caso, del commissario in servizio). Amiamo l’enigma, il complotto, il mistero e quanto più la vicenda appare intricata, più godiamo al pensiero dello scacco matto dello scrittore: per capirci, l’attimo in cui il piccolo dettaglio avuto sotto gli occhi per tutto il racconto, inaspettatamente, sblocca l’intera vicenda.

Saranno questi i motivi per cui il pubblico italiano ama così tanto la creatura di Camilleri, il commissario Montalbano, e lo Sherlock Holmes di Gubbio sposato con Dio, ossia Don Matteo? Forse. Sta di fatto che gli italiani scrivono dei buonissimi thriller/gialli.

Ne è la prova “Formule Mortali” di François Morlupi, edito da Croce Libreria. Giallo poliziesco ambientato a Roma, nella splendida zona di Monteverde, il romanzo racconta l’indagine riguardante il misterioso omicidio di un professore universitario fatto a pezzi, il cui cadavere viene fatto ritrovare in compagnia dalla celebre formula della relatività di Einstein: E=mc².

Si tratta di un libro corposo, pregno, di sostanza, ma mai stancante. Parliamo di un romanzo capace di immergere il lettore in una realtà (quella romana) perennemente in stato d’emergenza, divisa tra impedimenti oggettivi e risvolti inaspettati, che non sempre possono essere affrontati alla leggera in terra italica. Infatti, con eleganza estrema, l’autore pizzica le amministrazioni capitoline di qualsiasi colore e denuncia il degrado e l’incuria che la capitale subisce ormai da decenni, riportando piccoli cenni di malessere che spesso si ascoltano in bus, in metro o camminando per strada. Tra un ratto e un cinghiale selvatico.

Andando oltre, come abbiamo modo di notare dai palinsesti televisivi autunnali, le squadre speciali vanno di moda da ormai una decina d’anni, ma è sempre piacevole ritrovarle in un libro; soprattutto, se l’autore sa imbastire una storia stuzzicante e intelligente che funge da fulcro principale e non melenso taglia e cuci di situazioni già viste, atto solo ad esaltare l’ottimo rapporto tra i membri del team. Sono proprio i personaggi uno dei due punti di forza di “Formule Mortali”, perché si tratta di soggetti lineari e credibili, realistici e fondamentalmente, incrociabili al bar sotto casa. Le due spalle, Di Chiara e Leoncini, giovani, piacioni e con la battuta sempre pronta, risultano totalmente riusciti, in quanto combo che funziona a perfezione: laddove uno manca, l’altro subentra per trainare dialoghi e situazioni. Per assurdo, è proprio la coppia portante ad apparire più debole: infatti, il viceispettore Eugenie Loy risente (anche se leggermente) dello stereotipo dell’agente tormentato, il quale è assai comune nei romanzi giallo. La fragilità letteraria del commissario Ansaldi, invece, è dovuta alla debolezza propria dell’uomo che Ansaldi è, perché di fatto parliamo di un agente che soffre di attacchi d’ansia, gira con il Tavor Gold nel taschino e non sa sostenere una conferenza stampa. Eppure, nonostante ciò, le personalità del team si mescolano creando un mix piacevole e coinvolgente, dove ogni attore recita la propria parte in maniera coerente.

L’altra nota positiva di “Formule Mortali” è la trama, mai banale e molto coinvolgente.

Intricata il giusto, per ambientazioni e personaggi ricorda il capolavoro di Mathieu Kassovitz (regista francese: a volte, il caso…), “Les Rivières pourpres”. L’ambiente universitario, accarezzato troppo tardi nel testo, cronologicamente parlando, esercita lo stesso fascino del campus de “I fiumi di porpora” e il richiamo al film è davvero troppo forte per essere ignorato: per fortuna, si sta parlando di una buona pellicola e di un romanzo (quello di Morlupi) che sa stare in piedi da solo. Non a caso, l’autore è perfettamente in grado di stravolgere l’atmosfera più e più volte, calando il lettore in ambientazioni alla Camilleri all’inizio, Kassovitz al centro e Besson sul finale. Inoltre, proprio verso la conclusione, sa ampliare ulteriormente la trama con la naturalezza dei cerchi concentrici che si aprono laddove è stato gettato il sasso nello stagno. Insomma, un gran bel casino.

Gli aspetti che rendono riuscito un giallo sono due: il linguaggio e i tecnicismi.

In “Formule Mortali”, l’autore non firma il romanzo con uno stile ricercato o del tutto personale, anzi: si limita a raccontare i fatti in maniera chiara e semplice, permettendo alla trama di emergere con naturalezza estrema e centrando l’obbiettivo del genere, ossia fare scacco matto in una partita giocata correttamente.

Altra storia è quella sui tecnicismi, ma si tratta di brevi note parse stonate e nulla più. Come la battuta di uno dei due agenti scelti, che commette la leggerezza di definire “improduttiva” la chiacchierata con una testimone che, invece, ha visto cose ritenute importantissime da qualsiasi altro investigatore.

Insomma, oltre qualche microscopica svista (roba da pignoli veri), “Formule Mortali” di François Morlupi è un buon libro, ben costruito e magnificamente caratterizzato, adatto agli amanti dei generi giallo/thriller/poliziesco e agli orfani del Maestro Camilleri: colui che dà il coraggio e voglia di progredire ad autori talentuosi e appassionati, proprio come Morlupi.

Recensione “IL BOSCO DELLE MORE DI GELSO” di Filippo Mammoli a cura di Elena Galati Giordano

Un bambino abbandonato in fuga da tutto e da tutti, il cui nome è l’unica traccia per tentare di far luce sul suo oscuro passato. Un caso di omicidio avvenuto in circostanze singolari con un cadavere orrendamente deturpato e reso irriconoscibile, affidato al commissario Tarantini. Due malviventi di Malaga, signori incontrastati nel loro quartiere malfamato, intenti ad arricchirsi alle spalle del loro capo. Toccherà al vulcanico commissario livornese trapiantato in Sicilia l’arduo compito di sbrogliare questi tre fili di una matassa ingarbugliata come le antiche reti della tonnara di Scopello dove tutto comincia e tutto finisce. Si chiude così, con un colpo di scena finale, un cerchio che ha compiuto un giro larghissimo tra le battute sagaci e i colpi di genio di Tarantini, i deliri di onnipotenza e le malefatte dei criminali spagnoli e i flash improvvisi che tornano nella memoria del bambino per regolare i conti con un passato inquietante.

Filippo Mammoli: un autore con la A maiuscola che avevo già imparato ad apprezzare con il suo scritto precedente, riesce con il suo nuovo romanzo “Il bosco delle more di gelso” a stravolgere ogni aspettativa.

Il timore reverenziale con cui affronto la lettura di un libro nuovo, scritto da un autore  che ho precedentemente adorato è stato completamente annullato, poiché in questo  nuovo romanzo Filippo riesce a mantenere nitide le caratteristiche che contraddistinguono il suo stile adattandole ad un genere e ad una storia completamente differente dalla precedente, dimostrando grandissima abilità e padronanza della parola scritta.

Tre storie che corrono su tre binari diversi: un bambino in fuga da se stesso, dal suo passato e da un dolore devastante. Due malavitosi, tanto spavaldi da rendersi quasi ridicoli, divenendo macchiette di loro stessi. Un uomo, un commissario livornese di nascita, dotato di un’ironia pungente e a tratti crudele, che dovrà sciogliere la matassa di un caso complicato e unire tutti i binari in un’unica grande strada rettilinea.

Tre storie che rispecchiano la complessa natura umana, con tre anime differenti quindi, eppure destinate a fondersi con l’obbiettivo di regalare al romanzo intero una personalità completa e profonda.

I personaggi sono tanti, ognuno caratterizzato alla perfezione ed egregiamente incasellato all’interno della storia, utile al fine di arricchirla e renderla maggiormente credibile.

La voce narrante in terza persona risulta necessaria per avere una visione completa dell’intreccio narrativo e per conoscere più profondamente chi si muove all’interno di quella che, a tutti gli effetti, appare come una sceneggiatura di una serie tv poliziesca in grado di affascinare e catalizzare l’attenzione del fruitore dal primo all’ultimo secondo.

Il lettore si trova quindi dietro un’ipotetica videocamera, che lo porta su un set costruito alla perfezione con le ambientazioni giuste, le musiche di sottofondo che enfatizzano il pathos e gli attori che interpretano perfettamente i personaggi della sceneggiatura.

Il calore del sole siciliano che scalda la pelle, il profumo della salsedine, il rumore delle strade malfamate di un quartiere di Malaga, il suono inconfondibile che assumono le parole pronunciate con l’accento livornese, il sapore agrodolce delle more di gelso.

Il ritmo narrativo, dapprima apparentemente lento, subisce dopo pochissime pagine un’impennata, divenendo immediatamente incalzante, adrenalinico e ricco di colpi di scena.

Ancora una volta Mammoli dimostra di essere perfettamente in grado di gestire il tempo e di addomesticarlo a suo piacimento, dandoci la sensazione che le lancette, sotto il tocco della sua penna sublime, corrano più rapide del normale, accorciando le distanze tra gli eventi e accelerando il battito del lettore.

Rapido, non frettoloso: nulla è lasciato al caso, nulla viene solo accennato o trascurato, ogni tassello, ogni descrizione, ogni parola assume un significato preciso all’interno dell’intreccio ed è dosato al fine di dare esattamente il numero di informazioni giusto, nel momento perfetto.

Il linguaggio grezzo, ricco di frasi dialettali ma mai eccessivamente volgare, l’ironia cruda, l’apparente durezza del commissario Tarantini, si contrappongono alla dolcezza e alla sensibilità di due voci infantili e innocenti, rispecchiando a pieno il carattere dell’intero romanzo.

Emotiva umanità, cruda e sprezzante ironia, dolorosa cattiveria.

La sottile differenza tra bene e male, due facce della stessa medaglia, distinte ma destinate a coesistere o addirittura a fondersi : una moneta che rotea velocemente sul tavolo, confondendo la vista, mischiando le parti, fino a che con un tintinnio assordante, cade e mostra la sua faccia.

Testa o croce: una scelta affidata al caso, o almeno così appare, ma nulla è mai come sembra e Mammoli prende con forza le redini della storia, inverte la rotta della moneta, assume il posto del destino e si prende la responsabilità di compiere la scelta definitiva.

Sarà lui a decidere da che lato dovrà cadere la moneta e quindi il finale della storia.

Un finale fuori da ogni schema, cosi come tutto il resto del racconto, che lascia a bocca aperta, sbigottiti e attoniti.

Un finale tutt’altro che scontato che mette un punto netto, categorico e lascia soddisfatti seppur increduli.

Mammoli scrive un romanzo che mette in gioco tematiche complesse: il senso di colpa, lo strazio causato da un dolore lacerante, l’abbandono, il rapporto sofferente con un passato difficile e scomodo, la debolezza umana di fronte ai beni materiali, in grado di trasformare ogni persona in bestia.

Un libro travolgente, che pone dinnanzi agli occhi del lettore la differenza spesso impercettibile tra bugia e verità e che lo costringerà a porsi delle domande, a rivedere le proprie posizioni troppo spesso assolutistiche, mostrandoci che c’è sempre una via di mezzo, una scelta alternativa, una serie di sfumature che stanno nel mezzo tra il bianco ed il nero e che, non di rado, rappresentano la decisione migliore al fine di sopravvivere alla vita senza arrecare inutile dolore a se stessi e agli altri.

Adrenalina, ironia, emotività, mistero: tutto questo è ciò che si può trovare immergendosi nelle pagine di uno dei gialli più belli letti negli ultimi anni.

Recensione “IL SIGILLO DELLE CENTO CHIAVI” di Daniela Tresconi a cura di Alessia Cerbara

Golfo della Spezia (Liguria), fine del ‘500. Due frati e il giovane novizio Sebastiano abbandonano la cappella di San Bartolomeo delle cento chiavi alla marina dopo averla data alle fiamme. Conducono con loro due preziose teche: una verrà custodita nelle viscere della collina mentre l’altra verrà portata a Francoforte in Germania dal giovane Sebastiano e dall’intraprendente Camillea. Il segreto su un misterioso quadro e sul contenuto delle due teche sarà protetto nei secoli dagli appartenenti alla Confraternita delle cento chiavi.

Francoforte (Germania), oggi. Il giovane Sebastien eredita da nonna Sibille uno scrigno che contiene uno sconvolgente segreto. Il ragazzo intraprenderà un viaggio in Italia, nel piccolo borgo di Pitelli in Liguria, alla ricerca del suo passato e di quello di un’intera comunità, trovando invece il suo futuro e l’amore di una giovane donna, Camilla. Sceglieranno di continuare a proteggere il segreto?

Chiudere un libro e non riuscire a trovare le parole adatte per rendergli giustizia è quanto mi sta accadendo; continuo a stare ferma davanti il PC chiedendomi da dove iniziare, cosa sottolineare di più o cosa enfatizzare per trasmettervi la miriade di emozioni che questa piccola chicca di mistery storico è riuscita a comunicarmi senza riuscirvi, quindi, decido di seguire il cuore, dare voce esclusivamente all’emotività e raccontarvi ciò che viene da dentro.

Il romanzo trasuda sentimento in ogni sua pagina e, lo ammetto senza vergogna, in più situazioni mi sono trovata a commuovermi: tale è la sensibilità usata nel trattare temi delicati e l’incredibile immedesimazione che Daniela Tresconi riesce a evocare.

C’è l’amore per le proprie origini: la storia dei luoghi è frutto di ricerca magistrale che abbraccia un arco temporale che va dal XVI secolo fino ai giorni nostri; un passato che non può né deve essere cancellato e che traccerà, senza dubbio alcuno, un futuro forse anche già scritto, ma ancora non elaborato e compreso.

C’è l’amore per la propria terra, i suoi odori, sapori e colori, che, si comprende, sono molto amati dalla scrittrice: non è difficile intuire che ella li conosca bene e che la ricerca geografica di viuzze, pertugi e ciò che potrebbe essere celato agli occhi è minuziosa e frutto di sopralluoghi anche, probabilmente, ripetuti nel tempo. Non vi nascondo che la voglia di visitare i luoghi menzionati e vivere la festa “Pitei ‘n Cantina” che si tiene in agosto, a me è venuta.

C’è l’amore per il proprio credo da difendere e tramandare che, si comprende, è palpabile e degno di rispetto. E’ un disegno che va compreso senza spiegazioni un po’ come accade per la vita che, anche se pregna di difficoltà e, a volte, di sofferenze indicibili e incomprensibili, va accettata per come è.

E poi c’è l’amore eterno, quello che resta dentro di noi e non si cancella mai, che tutto può e tutto lenisce, ovvero l’amore della famiglia: l’amore di una madre, di due fratelli, di una nonna, di due anime che si sono, finalmente, (ri)trovate.

Non sono madre, ma il desiderio ti fa, comunque, percepire ciò che si prova, e io il dolore di Isadora l’ho sentito, mi ha trafitto l’anima e ho compreso ogni sua singola decisione e comportamento. E’ una madre che non si è mai arresa e ha protetto, in ogni modo, i propri figli; è stata una presenza importante pur con tante difficoltà e ha saputo instillare amore in ogni suo gesto. Ha reso indipendente e fiera di sé la propria figlia che, a sua volta, ha protetto il fratello. E’ come se il suo amore incondizionato e puro ha saputo creare un velo di protezione che è arrivato a entrambi, superando barriere indegne, e che ha insegnato loro la capacità di amarsi e proteggersi vicendevolmente. “Il sangue dello stesso sangue non poteva rimanere separato” ci dice l’autrice e, credetemi, è realtà che arriva al cuore e fa provare brividi intensi.

Sono, invece, una nipote che è stata amata tanto dalla propria nonna e il legame forte che io avevo con lei l’ho sentito altrettanto intenso nelle pagine: Sibille è una nonna amorevole che c’è stata e continua a esserci e la lettura della lettera indirizzata al nipote a me ha commosso molto. E’ un amore che senti nel profondo ed è capace di restarti accanto senza abbandonarti mai: ho percepito nell’anima ogni singola emozione e descriverla è davvero difficile ma sono certa che ognuno di voi che la leggerà vi ritroverà l’amore della propria nonna.

L’amore di Camilla (Milly) che travolge, sconvolge e guida la ricerca della verità senza arrendersi mai e riesce a mantenere un segreto delicato e potente assieme al suo compagno: rappresenta la caparbietà, la tenacia e la positività in ogni suo tratto.

Come noterete ho citato protagoniste femminili, ma non è un caso: è sentito e voluto perché questo aspetto del libro mi è arrivato forte e significativo.

La figura della donna è centrale per tutta la narrazione e colpisce per l’intensità. E’ cruciale, per l’autrice, il loro ruolo e l’emozione con cui ce le presenta è palpabile: sono donne forti, intelligenti, intraprendenti, capaci di badare a se stesse cui il concetto di sapersi bastare è ben chiaro e vivido e che, soprattutto, non si piegano di fronte a niente e nessuno, tantomeno si fanno relegare dietro ruoli marginali cui la società le vorrebbe.

Non lo nego, da donna forte e risoluta, questo particolare mi è piaciuto molto perché è un messaggio importante da sottolineare e tramandare alle generazioni future perché, purtroppo a tutt’oggi, non c’è parità di genere e la donna si ritrova fin troppo spesso a dover rivendicare ciò che già di diritto le spetta.

Tramite loro la scrittrice, ci fa arrivare anche un altro messaggio importante che è quello della speranza, del crederci sempre, di non lasciarsi mai sopraffare dalle avversità e di non abbandonare mai perché, nonostante “il per sempre non esiste” come ci dice in un momento del libro, ci dimostra, alla fine, che c’è un destino tracciato per ognuno di noi e, anche se periglioso e doloroso, condurrà verso la meta agognata e desiderata e sarà in grado, soprattutto, di disegnarci un nuovo sorriso sulle labbra.

Daniela Tresconi, con sublime delicatezza ed eleganza ci regala perle importanti non solo con le parole ma anche attraverso i disegni affidati all’illustratrice Elena Galati Giordano, che ci accompagnano durante la lettura. E’ stata una scelta geniale che mi ha stupito e catapultato, in un attimo, indietro nel tempo a quando, da piccola, leggevo le fiabe e rapita guardavo i disegni: beh, vi assicuro, che con la stessa aria trasognante ho guardato le illustrazioni.

Il volto di Camillea è esattamente come ci viene descritto, trasuda determinazione e forza: ti buca l’anima, ti guarda diritto negli occhi come se fosse in grado di leggerti e, dopo aver frugato dentro di te, ti lascia attonito a cercare di comprendere.

Anche le illustrazioni che ritraggono Sebastien e Milly sono intense: con lui si riescono a provare sconforto, frustrazione e annientamento mentre lei riesce a trasmetterci esuberanza, determinazione e voglia di vivere. Ying e Yang di una stessa medaglia che combaciano alla perfezione e sono in grado di completarsi a vicenda.

Quanto detto, oltre ad avere una carica emozionale non indifferente, ha anche un fondamento importante perché, la quasi totalità del racconto è supportata da precise citazioni, rimandi storico – geografici e cenni bibliografici di tutto rispetto: la ricerca delle fonti è minuziosa e dettagliata e sottolinea un lavoro egregio.

Non posso, quindi, che concludere con i miei più sinceri complimenti all’autrice e a tutti i collaboratori di cui si avvalsa perché ho sentito la sua opera in modo completo e intimo: si sente l’amore per la famiglia, i luoghi e la loro storia e la voglia di trasmettere buoni sentimenti e spronare alla loro conoscenza.

Libri sotto l’ombrellone – I consigli di Sogni di Carta – Part. 4

Ed eccoci giunti all’ultima puntata della rubrica “Libri sotto l’ombrellone”

Con l’augurio di aver stuzzicato la vostra curiosità, vi lasciamo agli ultimi titoli.

Buona Lettura!

 

Micropolis – Giuseppe Milisenda

Lettura per i più giovani, ma poi neanche tanto. L’avventura di Fotone e della colonia degli Xsmalls va al di là del semplice racconto d’avventura per ragazzi: la Terra ha bisogno di essere salvata, e non solo dall’inquinamento!
Uno degli esordi più divertenti tra quelli dedicati ai lettori più giovani.

 

 

 

Kaijin. L’ombra di cenere – Linda Lercari 

Giappone-1330.

Usi e costumi del Giappone dell’epoca, raccontati attraverso una storia fitta di mistero che assume le sfumature vivaci del rosso su di una tela color avorio.

Una caccia al tesoro tra la dolcezza dell’amore e la crudele pace della morte.

Un romanzo da leggere con la doverosa lentezza capace di affascinare tutti i lettori.

 

Il mutafavole e la lista segreta degli svelamondi – Antonio Carmine Napolitano

Secondo volume di una saga fantasy dedicata ad un pubblico giovane, ma adatta ad ogni età.

Sogni, magia e realtà si fondono alla perfezione in un intreccio narrativo gestito con estrema maestria.

Amicizia, fedeltà e determinazione: sono le caratteristiche del giovane e coraggioso protagonista che alla scoperta di un nuovo se, accompagnerà il lettore in un profondo percorso di crescita.

 

 

Victorian Solstice – Vittoria Corella e Federica Soprani

Viaggio che tocca punti cardine della vita incontrando il degrado come anche l’opulenza: l’amicizia che nasce dalla sfiducia e che diventerà sempre più intima, l’amore declinato in ogni sua forma e dimostrazione, il rancore che viene esacerbato fino a colpire e la speranza che tutto può e  deve.

 

 

 

 

Il grande classico

Il fu Mattia Pascal – Luigi Pirandello 

Un grande classico della letteratura italiana: “Il fu Mattia Pascal” di Luigi Pirandello.

Leggerlo è sempre un piacere e non solo per l’amore per i classici, ma per ricordare l’avventura di Pascal: inquieto e insofferente, che scappa senza lasciare traccia di sé.

Libri sotto l’ombrellone – I consigli di Sogni di Carta – Part 3

Buongiorno!

Siamo arrivati alla terza puntata del nostro appuntamento dedicato ai consigli di lettura “libri sotto l’ombrellone”

Quali saranno i titoli scelti oggi per voi?

Andiamo a sbirciare assieme….

Buona Lettura!

 

Oltre la barriera – Filippo Mammoli

Coraggio: questa  è la parola chiave per scoprire i segreti di un romanzo controverso ed  emotivamente sconvolgente.

Una storia dura, che sfida il bigottismo e affronta a testa alta temi scottanti come la vita e la morte.

Un libro capace di scatenare nel lettore un  meccanismo di ribellione e di  pensiero scritto da una penna in grado di mantenere costante il livello di adrenalina.

 

Il tempo degli Dei – Giovanni Magistrelli

Che cosa accadrebbe se la Terra in realtà fosse governata da Odino e le religioni monoteiste fossero solo una copertura? E se lo stesso Odino, per riportare ordine e pace tra gli uomini, decidesse di manifestarsi e imporre il suo dominio e il suo volere?
A metà tra il fantasy e il thriller, ricco di colpi di scena e dal ritmo incalzante, “Il Tempo degli Dei”

trasporta in un presente parallelo e non risparmia riflessioni su temi importanti legati all’etica e alla politica.

 

Cuore di lupo – Chiara Casalini.

La determinazione e la speranza.

La forza di risollevarsi, di conoscersi, di accettare i  cambiamenti e di ritrovare se  stessi.

Una storia di rinascita che coccola il cuore e graffia  l’anima e che costringe a conoscere i propri mostri, per poi poterli affrontare!

 

 

 

Il rumore del pallone sul cemento – Dario Santonico

Una storia di amicizia forte, vera, potente, raccontata con un tocco delicato e capace di sfiorare le corde più profonde dell’animo di ogni lettore. Un libro che sa emozionare e dare speranza.

 

 

 

 

 

Il grande classico

Piccole Donne – Louisa May Alcott

Capolavoro della letteratura per ragazzi ma altrettanto amato dal pubblico adulto per le tematiche trattate e per la delicatezza, quanto determinazione, con cui vengono presentate.

Fulcro del libro è la famiglia e il rapporto, oltre che di sangue, delle protagoniste: amiche oltre che sorelle che si supportano e fanno scudo contro le avversità della vita.

Libri sotto l’ombrellone – I consigli di Sogni di Carta – Part. 2

Buongiorno!

Eccoci qui con la seconda puntata della rubrica “Libri sotto l’ombrellone”.

Siete pronti a conoscere i titoli di oggi?

Allora non perdiamo tempo e diamo il via ai consigli.

Buona Lettura

 

Mia – Daniela Ruggero

Un romanzo capace di toccare le corde più sensibili di ogni lettore.

Sofferenza e dolore, delusioni e rimpianti, amore, amore puro, in ogni singola, delicata e nel contempo distruttiva sfaccettatura.

Un romanzo di denuncia e formazione unico nel suo genere.

 

 

Arcana Permutatio – Mara W. Cassardo

Percorso esoterico dell’evoluzione del sé che, attraverso un viaggio introspettivo che abbraccia pochi giorni e secoli interi, condurrà verso una consapevolezza che non ci si aspetta e che affascina e spaventa con la stessa intensità.

 

 

 

 

Non è un paese per vecchi – Corman McCarthy

Uno dei più grandi scrittori viventi dipinge un affresco in cui c’è tutta l’America: i sogni, le paure, la follia, la violenza, il cinismo e la disillusione.

La scrittura di McCarthy, essenziale e affilata come una lama sottile, crea una tensione legata, ancora più che all’azione, all’interiorità dei protagonisti e ai loro pensieri.

Incastonato nel paesaggio desertico e sconfinato dei confini tra USA e Messico, il romanzo ha ispirato i fratelli Coen che, con la loro trasposizione cinematografica, hanno conquistato gli Oscar 2008 per il miglior film, miglior regia e migliore sceneggiatura non originale.

 

Il cavaliere nero – Pietro Tulipano

Uno dei migliori racconti dell’anno.

Un eroe ossessionato da un’ombra, incapace di comprendere se si tratti di un sogno o della realtà.

Una lettura piacevole e appassionante, resa armonica e scorrevole dal talento puro di Pietro Tulipano: per gli amanti fantasy, gli irriducibili che non vanno mai in vacanza.

 

 

Il grande classico

Il ritratto di Dorian Gray – Oscar Wilde 

Capolavoro della letteratura inglese che celebra il culto della bellezza raccontando, allo stesso tempo, di come lo stesso possa portare l’uomo a condurre una vita dissoluta e immorale al punto da sfociare nel crimine.

Il romanzo, pubblicato nel 1891, sollevò aspre polemiche anche a causa dei numerosi aforismi contenuti, che manifestano apertamente il pensiero anti-conformista di Wilde.

Un libro che non può mancare nella vostra biblioteca personale e che, a distanza di oltre un secolo, offre spunti di riflessione quanto mai attuali sulla discrepanza tra l’apparire e l’essere